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Cibo bio, cosa c’è sotto

È ormai una gran moda parlare di cibo biologico. E va pur bene, la moda, ma che almeno i consumatori siano correttamente informati. Su tutto. Anche sul bio fasullo. Ha senso che le autorità incentivino con aiuti economici il biologico e penalizzino un’agricoltura produttiva, che, se condotta professionalmente, è altrettanto rispettosa dell’ambiente? E del conflitto di interesse degli enti certificatori, infine, se ne vuol parlare?

Alberto Guidorzi

Cibo bio, cosa c’è sotto

Credo che nel mio scrivere sull’argomento sia apparso evidente che delle tre figure su cui si basa il produrre biologico, cioè il produttore, il certificatore e il consumatore, io abbia sempre dimostrato considerazione verso il produttore (ma quello che produce cibo e non erba per fantomatici animali), se non altro per il solo fatto che un agricoltore, che inizia accettando in partenza di non godere per tre anni dei benefici della certificazione con riduzione la sua produzione vendibile; poi, accollandosi un handicap di minor produzione del 25% medio su tutto ciò che produrrà per vendere; conscio anche di produrre in modo più esposto alla influenza ambientale; e, alla fine, vedendosi riconoscere solo una minima parte del plus valore che la catena di distribuzione applica sul suo prodotto, quando lo pone a disposizione dei clienti consumatori; merita tanto di cappello, per tutte queste scelte penalizzanti.

Ho sempre avuto, invece, poca o nulla considerazione degli enti certificatori “bio”, ciò per il semplice fatto che sono un po’ come una manomorta sul settore, nel senso che hanno un evidentissimo conflitto di interesse (più certificano e più incassano), inoltre certificano il rispetto di un protocollo di condotta di coltivazione, ma si guardano bene dal certificare che quel prodotto ha le qualità superiori propagandate in fatto di impatto ambientale e di caratteristiche organolettiche e salutistiche. Quando ciò lo contesti, però, loro ti dicono che è automatico che il modo di coltivare determini le maggiori qualità, mentre è ampiamente dimostrato che di automatico non vi proprio nulla anzi… Circa il consumatore non posso che rispettarlo nelle sue scelte, anche perché paga di tasca propria un cibo costosissimo ma qualitativamente identico ad un altro che costa meno, verifiche in questo senso sono ormai numerose. Sommessamente, per la verità, lo inviterei ad essere un po’ più critico e più scrupoloso nell’indagare sul rapporto qualità/prezzo del cibo biologico. Ciò che è inaccettabile inoltre è che le autorità incentivino con aiuti economici il biologico ed invece penalizzi un’agricoltura produttiva e che, se condotta professionalmente, è altrettanto rispettosa dell’ambiente.

Tuttavia, se analizziamo i numeri del produrre biologico per l'Italia (come ho fatto QUI) e poi verificato anche in altri paesi del mondo sviluppato (il mondo sottosviluppato non ha di queste fisime, perché la fame è un’ottima “livella”, come direbbe Totò), vediamo che il 60% e oltre della superficie biologica non produce cibo al fine di soddisfare la domanda molto sostenuta dei consumatori. Cioè, dato che la politica politicante ha deciso che è gratificante per lei sperperare denaro pubblico, si fanno certificare queste superfici come biologiche per intascare sovvenzioni immeritate. Se si produce erba o non si raccoglie ciò che si produce (olive ad esempio) non fa una grande differenza se si produce biologico o convenzionale: un prato non lo si concima e non lo si tratta con fitofarmaci in ambedue i casi quindi perché sovvenzionare l’uno e non l’altro? Ecco, in questo caso esce lampante il conflitto d’interesse dell’ente certificatore che ha fatto in modo di poter incassare parcelle per certificare il nulla, non solo, ma date le percentuali, ne incassa molte di più dal “Biologico fasullo” che non dal biologico vero. Come ho già detto l’andazzo del biologico fasullo è sia europeo che americano (tanto è vero che si vocifera che Trump voglia metterci mano) e questo è la conferma del fatto obiettivo che il produrre cibo biologico è molto più complicato e quindi si preferisce non cimentarsi ma lucrando sulla “torta” degli incentivi pubblici.

A questo punto è logico chiedersi: “ma come la si soddisfa allora la domanda molto sostenuta di cibo biologico?”
Semplice, si ricorre alle importazioni da paesi terzi, cioè non UE, con i quali si è stabilita una equivalenza di certificazione. Chi la stabilisce questa equivalenza poi non è dato saperlo in modo chiaro. Le perplessità qui enumerate sono confermate da quanto riferirò sotto. E’, infatti, nato un “Collettivo per la difesa della conformità del cibo biologico” che ha questo logo:

In pratica i produttori biologici europei “veri” sono sempre più concorrenziati da prodotti biologici importati da paesi terzi, i quali fanno gli interessi degli organismi di certificazione (per l’aumento dei volumi certificati) e delle catene di distribuzione e di vendita ai consumatori (per i costi inferiori). In pratica la posizione degli imprenditori “bio” europei, già di per sé critica, diventa sempre più compromessa. Anche i consumatori, però, subiscono questo andazzo in quanto, il “Bio equivalente”, così definito nella figura sotto, non assicura le stesse garanzie di quello dei produttori europei perchè i protocolli di coltivazione potrebbero essere diversi, intaccando così la presunta etica e salubrità tanto vantata. Inoltre, come si può certificare comunque “bio” un prodotto che in Europa non si può avvalere di un dato biofitofarmaco, mentre questo nel paese terzo è usabile? Da noi, inoltre, non è possibile l’irrorazione aerea dei campi, mentre nei paesi terzi potrebbe essere possibile usare l’aereo e ben sappiamo cosa significa ciò in fatto di costi e di impatto ambientale. Altro aspetto, tenuto conto in particolare dell’impronta etico-sociale che pretende il consumatore e che paga a caro prezzo, è dato dalla disparità, verificabile nella maggioranza dei casi, nelle condizioni sociali di produzione della derrata. E’, infatti, quanto imputa il “Collettivo del Bio conforme” nella figura sotto riportata.

Dove sta la trasparenza verso il consumatore se si certifica una “concorrenza sleale” nei riguardi del produttore europeo e un non rispetto del consumatore? L’ultima figura mostra chiaramente una confezione dove è impossibile stabilire la tracciabilità in quanto è tutto accomunato nella dizione “UE/nonUE”.

Ma la cosa molto strana è che in questo collettivo in prima fila dovrebbero comparire gli Enti certificatori bio europei e le stesse catene di distribuzione del bio, mentre se percorrete fino in fondo questo documento (QUI) trovate tutti i loghi di coloro che hanno aderito al collettivo (vi è anche l’adesione dell’Alleanza delle Cooperative Italiane), ma tra questi non troverete nessun emblema di un ente certificatore o di una catena di grande distribuzione e di un’insegna specializzata nel biologico. Per tutti questi, infatti, sarebbe autolesionismo aderire al collettivo, perché se l’obiettivo fosse raggiunto si vedrebbero privati di una buona fetta di certificazioni e soprattutto di guadagni derivati dai minori costi per le filiere di distribuzione. E’ pure evidente che se si proseguisse su questa strada, a breve-medio termine non è fuori luogo ipotizzare la sparizione della filiera del biologico europea, cosa che a me non dispiacerebbe, ma che comunque giudicherei avvenire in modo molto poco trasparente.

 


Alberto Guidorzi - 02-05-2017 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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