25 Agosto 2019 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Già, ma allora non raccontavo bugie sul biologico italiano!

Le incongruenze del biologico italiano evidenziate nero su bianco in vari articoli apparsi su Olio Officina Magazine, ora emergono anche in Francia. Nel Paese d’Oltralpe il biologico ha superato i 2 milioni di ettari e pressoché il 10% degli agricoltori vi lavorano.  Tuttavia, vale la pena decrittare tali dati perché solo così si evidenziano criticità e contraddizioni troppo spesso taciute dalle lobby del settore e soprattutto dai media

Alberto Guidorzi

Già, ma allora non raccontavo bugie sul biologico italiano!

Quando diffusi la tabella che potete visionare in apertura, con una mia elaborazione dei dati statistici SINAB del biologico in Italia relativi a tutto il 2016, sono stato attaccato a male parole dalla lobby del biologico. La stessa elaborazione, però, ora l’hanno fatta sempre sul biologico in Francia e guarda caso hanno evidenziato le stesse strane incongruenze che ho riscontrato in Italia e che ho messo nero su bianco in vari articoli apparsi su Olio Officina Magazine

Trovate QUI il testo dell’analisi francese e di seguito ciò che l’articolo d’oltralpe mette in evidenza. 

Anche in Francia, infatti, si evidenziano le stesse stramberie che ho fatto presente esistere in Italia e che, messo nero su bianco, Olio Officina ha voluto pubblicare.

In Francia tra il 2017 e il 2018 il biologico ha superato i 2 milioni di ettari (7,5% della SAU) e pressoché il 10% degli agricoltori lavorano nel biologico, Tuttavia vale la pena decrittare questi dati perché solo così si evidenziano le criticità e le contraddizioni troppo spesso taciute dalle lobby di questo settore e soprattutto dai media.

- Le vendite sono aumentate del 22,6% e si sono raggiunti i 10 miliardi di euro, la metà, però, è appannaggio della grande distribuzione che non eccelle in trasparenza visto che si guarda bene dal dichiarare la provenienza degli ingredienti, quanto sono remunerati i produttori rispetto al ricarico applicato e l’equilibrio nutrizionale.

- Le superfici convertite sono aumentate del 17%, ma, come si evince dal dato delle vendite persiste un divario di 5 punti, che, però, la realtà dell’evoluzione delle produzioni fisiche non compensa.   Sono le coltivazioni di grande coltura, con i cereali in testa, ad essere aumentate (+31%); tuttavia i cereali non biologici sono ancora il 96%. Due motivazioni possono essere addotte: - la congiuntura particolarmente negativa dell’agricoltura francese e la conseguente ricerca di diversificazione (in 10 anni la Francia ha dimezzato le esportazioni di derrate agricole e con l’UE le ha quasi azzerate); - le cooperative di stoccaggio hanno investito per gestire meglio le produzioni bio. La profusione di aiuti finanziari al biologico sia specifici dell’UE e soprattutto nazionali, alletta molti, ma comincia ad incidere troppo sui bilanci pubblici, tanto che è in atto un’azione per impossessarsi delle sovvenzioni destinate agli agricoltori praticanti l’agricoltura integrata usando la pratica scorretta della denigrazione della loro professione, basata peraltro su elementi falsi. Assistiamo al paradosso che chi produce è penalizzato rispetto a chi si ingegna per non produrre. Tuttavia, ancora una volta occorre denunciare che la dottrina anti-pesticidi e anti-OGM in biologico è solo millantata. In biologico si usano pesticidi e OGM o meglio piante geneticamente modificate.

- Le prefigurazioni sul trend delle superfici hanno come obiettivo il raggiungimento del 15% della SAU entro il 2022, ma a detta degli stessi organismi transalpini del bio il ritmo di crescita è tale che il traguardo resta una chimera (occorrerebbero 7000 conversioni all’anno). D’altronde finché l’euforia della lobby del bio si basa su parametri come il % di superficie certificata, l’ammontare finanziario delle vendite al consumo ed il numero degli operatori tutto è falsato. I tre parametri suddetti non sono in assoluto dei misuratori del fenomeno:

-      In particolare il numero di ettari totali dedicati al biologico non ci dice l’essenziale, cioè cosa si coltiva su quelle terre e quanto si produce. Infatti l’analisi più approfondita ci dice che il 62,5% delle superfici bio sono adibite a produrre foraggio e quindi non producono nulla di direttamente consumabile dall’uomo, ma, solo da animali che poi ci daranno alimenti. Tuttavia si sfida chiunque a enumerare le differenze salutistiche e ambientali tra un latte od una carne prodotte in un pascolo bio, da quelli di un pascolo non bio (pure esso non concimato e non protetto da fitofarmaci perché sarebbe una spesa inutile).   Se poi si fa la divisione tra numero di capi allevati in bio e relative superfici  produttrici di foraggio, vediamo che se prima 2,2 ettari alimentavano un capo grosso ora di ettari ne occorrono 2,8, che detto in altri termini significa che sono aumentate le superfici indipendentemente dalla destinazione produttiva.  Inoltre come in Italia, dove la maggior superficie a bio si trova nel nostro Sud che abbonda di le terre marginali, anche in Francia gran parte di quel 62,5% di superfici a foraggio è localizzato nel Sud-est, che è la parte meno agricola della nazione. Un altro calcolo è ancora più illuminante: attualmente in Francia vi sono 8 milioni di bovini e 7 milioni di pecore, diciamo circa 12 milioni di capi grossi che moltiplicati per 2,2 ha/capo di pascolo danno una superficie pari a tutta la SAU della nazione francese. Insomma trasformare in bio il 100% dell’allevamento francese è fuori dalla realtà. 

-      Se guardiamo a livello di operatori (vantati essere il 10% degli agricoltori) la confusione regna più sovrana perché vi è compresa una categoria (che rappresenta il 23% degli operatori) costituita dagli operatori misti (produttori-trasformatori) di cui non si conosce l’incidenza percentuale della produzione propria rispetto al totale della loro trasformazione. Se come si verifica spesso, la produzione è poca cosa rispetto alla trasformazione possiamo usarli per stabilire la vitalità della produzione agricola biologica? Oppure ha senso inglobare tra gli operatori (che per correttezza dovrebbero annoverare solo i produttori bio esclusivi) anche i trasformatori esclusivi? Invece è una prassi che accomuna noi e loro per poter vantare trend positivi e fuorviare il lettore.

-      Se analizziamo i volumi di vendita e poi la provenienza, troviamo che i primi sono passati in 5 anni da 4,3 miliardi a 9,1 miliardi con un incremento del 109% che cozza con il dato delle superfici, aumentata del solo 61%. Anche nella frutta e verdura vi è lo stesso dato poco collimante (+59% la superficie e + 153% le vendite). La superfice viticola mostra lo stesso fenomeno (+33% la superficie e +110% le vendite). Si potrebbe dubitare che lo scarto sia colmato da importazioni, visto che non sono prefigurabili aumenti di produzione ettariale significativi; tanto più che le importazioni sarebbero molto meno care ed aumenterebbero così i ricavi. A sentire, però, le fonti ufficiali della lobby del bio il dubbio sarebbe fuori luogo perché a loro dire esse sono ferme al 31%. Tuttavia vi è da dubitare delle lealtà della fonte in quanto quel 31%, sempre a detta degli organismi del bio, è frutto di interrogazioni di trasformatori e negozianti, che notoriamente non hanno nessun interesse a dimostrare quanta merce non tracciabile fino in fondo vendono. D’altronde, sempre come capita in Italia, non esiste nessuna statistica doganale che comprenda la categoria d’importazione dei prodotti bio e quindi resta irrisolta l’evidenza delle discrepanze e resta impossibile l’analisi dei valori assoluti. La ripartizione di quel 31% sempre secondo la stessa fonte ci dice che si va da un 1-5% di importazione per vino, latticini e carne bio ad un 47,57 e 62% rispettivamente di catering e piatti pronti, frutta e bevande non alcoliche bio importate. Dunque i dubbi che il settore risponda più ad una esigenza di accaparrarsi aiuti pubblici ricavati dalla fiscalità generale, che non per soddisfare con la produzione nazionale la domanda dei consumatori, resta sempre attuale.

 

Come si potrebbe ovviare a tutto ciò?

Si dovrebbe permettere di fare un’analisi dettagliata prodotto per prodotto e non solo superficie di prodotto per superficie di prodotto. In altri termini occorrerebbe che le statistiche fornissero numero di ettari e produzioni medie unitarie di ciascuna coltivazione bio. Crediamo che al cittadino (tassato anche per questo tra l’altro) abbia il diritto di conoscere quanto l’agricoltura del paese introita dal consumo di cibo bio. Ebbene questi dati sono in mano alle agenzie del biologico (facenti parte anche loro della lobby), ma che, anche se richiesti, esse si rifiutano di fornire e tanto meno di pubblicarli. Io sono fermamente convinto che trasparirebbe lapalissiano che si incentiva un settore che non produce e nasconde di quanto gode la grande distribuzione dall’importazione di prodotti a minor prezzo e scarsamente tracciabili facendo così concorrenza sleale ai produttori onesti nazionali di biologico. Insomma il dubitare che le agenzie pubbliche del biologico sia in Italia che in Francia abbiano a cuore più i guadagni della grande distribuzione che non di rendere un servizio alla nazione è forse un “pensar male” di andreottiana memoria?

 

La foto di apertura è di Olio Officina

Alberto Guidorzi - 23-07-2019 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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