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Extra vergini bioattivi

L’Istituto tecnologico agroalimentare dell’Estremadura ha sviluppato in collaborazione con l’Università della Comunità autonoma (Uex) un progetto per individuare l’uso terapeutico di un nutraceutico formulato a partire da un olio evo. Intanto in Australia un nuovo sistema di etichettatura ha l’intento di fornire informazioni più chiare e precise riguardo l’origine. Questo e altro nella rassegna stampa internazionale di questa settimana

Mariangela Molinari

Extra vergini bioattivi

Un olio di oliva extra vergine “bioattivo”, che contribuisce alla prevenzione della degenerazione maculare. Come leggiamo (QUI e QUI) sia su Mercacei, sia su agroinformacion.com, l’Istituto tecnologico agroalimentare dell’Estremadura (Intaex) ha sviluppato in collaborazione con l’Università della Comunità autonoma (Uex) un progetto per individuare l’uso terapeutico di un nutraceutico formulato a partire da un olio evo “bioattivo”. Lo studio dimostra che il contenuto di luteina e zeaxantina va a concentrarsi nella macula: per questo il prodotto può essere assunto in sostituzione degli integratori e dei farmaci di sintesi ricchi di questi carotenoidi e in genere prescritti proprio per alleviare la nota patologia oculare. Per il suo sviluppo sono state ottimizzate le variabili di temperatura e tempo di estrazione di luteina e zeaxantina dall’evo, così come il processo grazie al quale è possibile estrarre una maggiore quantità di questi composti. Inoltre, sono stati condotti una serie di esperimenti per validare la possibilità di una produzione diretta alla commercializzazione, valutando durata, stabilità ossidativa e analisi sensoriale; la biodisponibilità dei composti attivi dell’olio arricchito è stata testata attraverso analisi in vitro, mentre il suo potenziale quale nutraceutico attraverso marcatori e la concentrazione di luteina e zeaxantina in siero sanguigno. Le diverse valutazioni, condotte a partire dalla tesi di dottorato di María Benito de Valle Prieto, hanno permesso di concludere che questo olio arricchito può essere considerato a tutti gli effetti un prodotto nutraceutico, che favorisce la prevenzione dei processi di degenerazione maculare. 

Un’altra notizia ripresa da più testate nell’ultima settimana (noi l’abbiamo letta su Mercacei Olive Oil Times) riguarda il nuovo sistema di etichettatura degli alimenti introdotto in Australia con l’intento di fornire ai consumatori informazioni più chiare e precise riguardo l’origine dei prodotti. Le nuove etichette, obbligatorie dallo scorso primo luglio e con il caratteristico simbolo del canguro, evidenziano con un grafico a barra la percentuale di ingredienti australiani presenti in ogni referenza. Sul cosiddetto priority food, poi, che include anche l’olio extra vergine di oliva, sono quattro le possibili opzioni in etichetta a seconda della sua composizione: “Grown in” è utilizzato soprattutto per alimenti freschi e indica la loro origine, vale a dire dove gli ingredienti sono stati coltivati e trasformati; “Produced in” indica il luogo di origine e di trasformazione degli ingredienti; “Made in” il Paese in cui è stato realizzato il prodotto; “Packed in” quello in cui è stato confezionato. La nuova regolamentazione, che, avviata nel luglio 2016, ha dato alle imprese due anni di tempo per adeguarsi, è il risultato della pressione da parte dei consumatori, dopo lo scoppio di un focolaio di epatite A sviluppatosi in Australia nel 2015 e collegato a frutti congelati importati da Canada e Cina ma confezionati in Australia. 

Torniamo sulle pagine di Mercacei e di agroinformacion.com e, dove si fanno stime sulla prossima produzione mondiale di olio di oliva. Clima permettendo e con la dovuta prudenza richiesta dalle previsioni in campo agricolo, la prossima campagna dovrebbe rivelarsi la migliore di sempre, superando i risultati registrati in quelle record del 2011-12 e del 2017-18, concluse a quota 3,3 milioni di tonnellate, 1,6 milioni dei quali prodotti in Spagna (dati COI). Secondo lo studio realizzato da Juan Villar e Jorge Pereira attraverso quasi mezzo migliaio di contatti in tutto il mondo, l’annata 2018-19 dovrebbe superarle dell’1%, stabilendosi su 3,4 milioni di tonnellate. Il 56% dell’olio dovrebbe provenire da uliveti tradizionali e, sebbene i Paesi produttori a oggi siano 58, da dieci di questi sarà prodotto il 93% dell’olio di oliva a livello mondiale.  In quanto ai possibili trend, l’Argentina, nel bel mezzo di un piano di sviluppo del settore, dovrebbe crescere di un 3,45% arrivando alle 45mila tonnellate, mentre la Siria, per ragioni politiche oltre che climatiche, dovrebbe conoscere una caduta del 20%, assestandosi a 80mila tonnellate. Per l’Algeria si può prevedere, al contrario, un incremento del 19% (fino a totalizzare 95mila tonnellate), grazie all’espansione dell’area coltivata e alle abbondanti piogge della scorsa primavera. È una crescita di quasi il 4% quella che si lascia prevedere in Portogallo, fino a 140mila tonnellate, mentre quella stimabile per il Marocco dovrebbe arrivare addirittura all’11%, per complessive 155mila tonnellate, considerato il progetto di espansione dell’olivicoltura e complice il clima favorevole. È una brusca caduta del 24%, invece, quella che si lascia presagire in Turchia, per una produzione non superiore alle 200mila tonnellate, e, in quanto alla Grecia, ci si attende un calo dell’11% (305mila tonnellate), mentre per i due Paesi cardine, la Spagna e l’Italia, si stima un +28% nella prima e un -28% nella seconda.

Un’ultima notizia raccolta su Olive Oil Times. Secondo una ricerca condotta alla Namik Kemal University, in Turchia, le olive raccolte a mano e lavorate entro 24-36 ore porterebbero a un olio con livelli inferiori di ossidazione e in grado di mantenere le proprie qualità organolettiche per più tempo. Lo studio ha testato sei diversi metodi di raccolta, evidenziando che le olive raccolte manualmente si sono ossidate molto più lentamente rispetto a quelle raccolte a macchina. Non solo: altri metodi hanno dimostrato di poter danneggiare in diversi modi il raccolto, contribuendo così a minare la qualità delle olive prima e dell’olio dopo. 

 

La foto di apertura è di Olio Officina

Mariangela Molinari - 24-07-2018 - Tutti i diritti riservati

Mariangela Molinari

Giornalista professionista, vive e lavora a Piacenza. Ha studiato lingua e letteratura tedesca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e verde ornamentale e tutela del paesaggio presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna. Si occupa da tempo di alimentazione, ospitalità, giardini e ambiente, collaborando con varie testate specializzate. Per Terre di mezzo Editore ha pubblicato I trucchi del birraio. Manuale pratico per fare la birra perfetta (2014) e Olio di palma. La verità sull'ingrediente che ha invaso le nostre tavole (2016).

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