20 Agosto 2017 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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L’etichettatura e i consumatori

Vi è un notevole divario tra quanto viene percepito e quanto l’etichetta dice in realtà. Sì, perché la realtà è che le etichette degli alimenti sono spesso fonte di notevoli confusioni e possono avere la deriva di far classificare i prodotti in due sole categorie: buoni e cattivi. Mentre si sa bene che la realtà è molto più sfaccettata

Alberto Guidorzi

L’etichettatura e i consumatori

In un articolo del 3 aprile pubblicato su Meating Place (QUI) si legge che i consumatori si sentono disorientati dalla lettura delle etichette degli alimenti e scrive: “I consumatori del mondo intero vogliono saperne di più sulla loro alimentazione, ma hanno delle idee false sul modo come l’alimento è prodotto e sono confusi sulle dizioni che compaiono sulle etichette, come ad esempio “bio”, “senza ormoni aggiunti” e tutta la serie dei “senza…” che stanno comparendo. Questo risulta da un vasto sondaggio patrocinato da Enough Movement d’Elanco e realizzato dalla società di studi di mercato Kynetc”.

Il sondaggio è del 2016 e ha riguardato 3337 consumatori urbani di 11 paesi (300 intervistati in media per paese come: USA, Francia, Germania, Inghilterra; Italia; Turchia, Brasile, Messico, Colombia, Argentina e Perù). Il campione demografico rispecchia per: età, sesso, reddito, livello d’istruzione, 60% con figli in casa, coloro i quali hanno particolare attenzione negli acquisti specialmente alimentari. Inoltre non lavorano in agricoltura, nell’industria alimentare o nelle ricerche di mercato, sono tutti consumatori urbani di gradi città. Il livello di risposta garantisce un margine di errore di solo il 5,7% ed un livello di fiducia del 95%.

L’80% ha detto di guardare le etichette e relative indicazioni dei prodotti alimentari, il 99% degli acquirenti di biologico dicono di conoscere il marchio biologico, ma poi dalle risposte vi è un notevole divario tra percezione e quello che l’etichetta dice in realtà. Il 39% reputa che la dizione “tutto naturale” significhi più sano ed il 66% è sicuro che ciò sia garanzia di non presenza e/o uso di ingredienti artificiali, OGM, pesticidi e ormoni.

La realtà è che le etichette sono fonte di notevoli confusioni e possono avere la deriva di far classificare i prodotti in due sole categorie: buoni e cattivi. Mentre ben si sa che la realtà è molto più sfaccettata e per dimostrarlo di seguito analizzeremo l’infondatezza o l’assenza di base scientifica di molte scelte.


L’82% dei consumatori bio (di cui il 20 % afferma di acquistare spesso bio ed il 61% di acquistarlo di tanto in tanto e tutti sono con grado d’istruzione e reddito medio alto, giovani e famiglie con bambini) hanno detto di fare la scelta perché credono che nelle coltivazioni non si usino pesticidi (1). Eppure sappiamo che ciò è un falso ma ben propagandato: 1° perchè in biologico se ne usano di nocivi per l’uomo e l’ambiente quali: il rame (che si accumula nel terreno ed uccide la florofauna), l’olio di neem (che è un perturbatore endocrino per l’uomo), le piretrine e lo spinosad (che uccidono le api). Ambedue questi ultimi sono dei neurotossici come lo è il Sarin, l’organofosforico forse usato in Siria recentemente, seppure i primi non colpiscano gli animali a sangue caldo. 2° si camuffa l’uso dicendo che sono prodotti naturali e non di sintesi come se in natura tutto fosse buono. Tuttavia anche qui si nasconde una verità, infatti, il solfato di rame non lo si trova in natura (è il rame che si trova in natura, ma non il solfato), quest’ultimo per ottenerlo si deve fare una sintesi tra l’acido solforico e il rame metallo in un impianto industriale; le zolfo si trova in natura in giacimenti, ma nessuno più va in solfatara ad estrarre zolfo in quanto nelle raffinerie di petrolio una delle operazioni che si deve fare è la desolforazione del greggio e lo zolfo che si ricava da qui costa enormemente meno e lo si usa anche in agricoltura biologica e convenzionale. Un altro comandamento dei biologici è il non uso di concimi di sintesi, però fino ad ora il protocollo prevedeva di poter fornire microelementi fertilizzanti e guarda caso questi erano formulati in sali contenenti azoto e fosforo, dunque concimi di sintesi. Infatti con un decreto del 2017 il Ministero si è accorto di questa incongruenza e l’ha corretta, quindi i consumatori di bio che credevano nel “senza concimi” ora sanno che non è stato vero fino ad ora (2, 6).

Il 66% dice che sceglie bio perché crede che sia più nutritivo e salutare, quando, invece, l’Università di Stanford ha verificato l’esatta equivalenza tra prodotti coltivati biologicamente e non (1).

Il 62% dice che acquista bio perché migliore per l’ambiente, Tuttavia è semplice dimostrare che ammesso di prendere il fattore 25% (che è il calo della produzione biologica di tutte le coltivazioni calcolato da un rapporto dell’INRA francese rispetto alla produttività ottenibile in agricoltura convenzionale nei paesi sviluppati) ed applicarlo come fattore di diminuzione della disponibilità di derrate su tutte le coltivazioni degli USA, ne risulterebbe che occorrerebbe reperire un altro stato come la California (4) da mettere in coltivazione per supplire al cibo che verrebbe a mancare. Cosa capiterebbe a livello mondiale? Certo finché agricoltura per uso alimentare, che per coerenza chiamiamo convenzionale, seppure solo riferita ai paesi sviluppati, dei paesi sottosviluppati rimane quella attuale il confronto con la nostra agricoltura biologica risulta perdente, cioè è tanto arretrata la loro agricoltura che anche un metodo biologico solo un po’ più scientifico è migliore. Tuttavia, dato che è nei paesi in via di sviluppo che si avrà la maggiore crescita demografica non pretenderemo di obbligarli a fare agricoltura biologica per dare loro più cibo, vero?

Un altro aspetto, sempre relativo al concetto che il consumatore ha della produzione agricola e della zootecnica convenzionale, è il modo non veritiero di descrivere il produrre attuale al fine di trasmettere il messaggio di un impatto ambientale molto negativo per l’ambiente rispetto al passato. Nessuno informa che per produrre 1 kg di carne di maiale negli USA ora si richiede il 78% in meno di terra, il 41% in meno di acqua e crea un’impronta carbonio del 35% minore di 50 anni fa. In Europa la produzione di pollo convenzionale oggi permette di risparmiare l’equivalente di emissioni di CO2 di 250.000 vetture/anno rispetto alla produzione del pollo ruspante (oggi solo 2% del totale) (5). Ciò in ragione della minore alimentazione a parità di incremento ponderale e che per produrre la stessa quantità di carne si ha una impronta ridotta della metà (3).


A proposito di chi sceglie il biologico perché libero da sostanze chimiche/fitofarmaci è utile riferire cosa ha detto l’EFSA nel suo rapporto appena pubblicato relativamente ai controlli effettuati: sono stati analizzati 84.371 campioni di derrate, coprenti lo svelamento di 774 fitofarmaci. Il 69,3% provenivano da paesi UE, il 25,8 da paesi terzi, per il resto non risulta la provenienza. Il 97,2% di questi campioni era conforme alla legislazione (il 53,3% non presentava nessun residuo quantificabile, mentre il 43,9% presentava residui ma al disotto della LMR-Limiti Massimi di Residui legalmente ammessi). Circa i campioni analizzati nella categoria dei cibi destinati all’infanzia il 96,5% erano esenti da residui o erano compresi nei limiti autorizzati (che sono molto più bassi dei precedenti. L’84,4% dei campioni di cibo di origine animale erano esenti da residui quantificabili. Infine il 99,3% dei campioni provenienti da agricoltura biologica erano o esenti da residui (85,8%) o con residui al sotto dei limiti per il 13,5%. La figura che qui riportiamo mostra il confronto tra categorie di prodotti di agricoltura convenzionale e prodotti biologici in fatto di residui al di sotto della LMR.

Circa quanto sopra riferito sorge spontanea la domanda: ma vale la pena di spendere dal 60 all’80% in più per acquistare prodotti biologici perché si crede che siano esenti da residui di fitofarmaci o altro e quando abbiamo visto che le altre tre motivazioni che portano all’acquisto non hanno nessun fondamento provato scientificamente?

Scelta del “SENZA”

La dizione “senza ormoni aggiunti” fa pensare al 60% degli intervistati che nelle carni non vi siano in assoluto ormoni e che la mancanza di menzione prima detta significhi che si aggiungono ormoni. Il 75% pensano inoltre che per allevare maiali e polli si usi somministrare ormoni, ma ciò non è vero in assoluto.

1/3 degli intervistati sono convinti che solo se vi è la dichiarazione “senza antibiotici” nella produzione non si è fatto uso di questi.
Più del 50% dei consumatori sono convinti che la maggioranza delle aziende agricole siano dirette da imprese commerciali, mentre negli USA il 97% delle aziende agricole sono famigliari ed ancora di più in Europa.

Non ultimo l’imperante “senza olio di palma” fa credere che questo olio sia nocivo in assoluto, mentre lo può essere nella misura in cui apporta grassi saturi, ma questi non sono nocivi in assoluto anzi alcuni sono in dispensabili; Inoltre si può scrivere “senza Olio di Palma” anche se si è usato burro come apporto di grassi saturi, ma questo i consumatori non lo sanno.

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[1]http://www.bco2.fr/dt_auto_053.htm
[2]https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22944875
[3]https://www.washingtonpost.com/lifestyle/food/is-organic-agriculture-really-better-for-the-environment/ 2016/05/14 / e9996dce-17be-11e6-924d-838753295f9a_story.html utm_term = .602589c92d2f?
[4]https://www.enoughmovement.com/report/index.aspx
[5]http: //www.nationalreview .com / article / 426417 / organiche-fattorie-spreco-acqua-e-terra-far-basso i rendimenti-henry-i-Miller-Julie-kelly
[6] http://agronotizie.imagelinenetwork.com/fertilizzanti/2017/04/04/microelementi-si-complica-la-vita-per-il-bio/53595?utm_campaign=newsletter&utm_medium=email&utm_source=kANSettimanale&utm_term=575&utm_content=3483
http://www.omri.org/omri-lists/download

 

 

 

Alberto Guidorzi - 18-04-2017 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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