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L'uva che non diventa vino

Tra le numerose tematiche che saranno sviluppate nel corso dell’ottavo Simposio internazionale dell’uva da tavola, che si svolgerà in Puglia e in Sicilia dall'1 al 7 ottobre, oltre a un momento d’incontro e discussione per i ricercatori dediti alle problematiche di tale viticoltura, sarà anche l’occasione per divulgare i progressi compiuti in Italia, favorendo così il confronto tra tecnici e operatori interessati al trasferimento tecnologico dei risultati conseguiti dalla ricerca e dalla innovazione

Roberto De Petro

L'uva che non diventa vino

Negli ultimi quattro decenni del secolo scorso i grandi successi ottenuti dall’uva da tavola prodotta in Italia e commercializzata principalmente sul mercato europeo, con quote anche su mercati lontani, hanno fatto raggiungere e mantenere il ruolo di paese leader sia a livello produttivo che per l’esportazione di uva da tavola.

Gran parte di questa affermazione è stata determinata dalla disponibilità della varietà Italia, ottenuta nel nostro paese da Pirovano nel 1911, incrociando Bicane x Moscato d’Amburgo. L’ottima qualità dell’uva prodotta e le abbondanti rese produttive, hanno sostenuto l’affermazione ed il successo di questa varietà, che ha rappresentato nei periodi migliori oltre il 70% della produzione offerta.

Questa situazione aveva ingenerato in molti operatori e soggetti coinvolti nella filiera, pubblici e privati, l’idea che “il settore uva da tavola” si reggesse da solo ed era in grado di continuare a tempo indeterminato sulla strada dei successi già conseguiti.
Pertanto, nonostante le richieste di finanziamenti per progetti di ricerca specifici mirati alla produzione di innovazione, varietale in primis, i finanziamenti non sono stati adeguati (ma ci sono stati?) alle esigenze di innovazione del settore.

Esigenze che erano già rilevabili esaminando il settore a livello globale: infatti, già negli ultimi due decenni del secolo scorso, si poteva cogliere già la tendenza del mercato mondiale verso le uve senza semi, le uve apirene, tendenza che è diventata sempre più forte all’inizio del nuovo secolo.

L’incapacità della filiera italiana dell’uva da tavola di cogliere i segnali di cambiamento, precisa il dr. Donato Antonacci già direttore del CREA di Turi, hanno fatto perdere al nostro paese la posizione di leader ed avviato la perdita di quote di mercato sempre più rilevanti.
Ricordo, incalza Antonacci, molti convegni ed incontri tecnici svolti sul territorio dove alle mie proposte di avviare un cambio varietale verso le uve apirene, docenti universitari e viticoltori rispondevano che bisognava “difendere” l’uva Italia.

Nonostante questa situazione, continua il dr. Antonacci, il cambiamento man mano ha preso consistenza: in primis, utilizzando la disponibilità varietale della vivaistica internazionale, sia pur dovendola pagare a caro prezzo e dovendo sottostare a forti vincoli produttivi e commerciali.
Molto lentamente sono stati avviati programmi di miglioramento genetico in loco, da diversi soggetti, pubblici e privati, quasi sempre senza finanziamenti pubblici.

Il programma di maggior dimensione, conclude il dr. Antonacci, per numero degli incroci effettuati (oltre 12 mila semi ottenuti ed allevati) e di incroci selezionati (oltre un centinaio), lo abbiamo voluto e realizzato presso il CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, sede di Turi (BA).

Attualmente sono in corso contatti con imprese leader del settore per avviare la valorizzazione delle novità varietali di maggior interesse.

 

 

Le foto sono di Roberto De Petro

Roberto De Petro - 10-09-2017 - Tutti i diritti riservati

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