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La nocciola in Italia

Si denota un differenziale tra domanda mondiale, che si è attestata tra il 2016 e il 2017 a un più 15 per cento e la produzione che cresce più lentamente (più 9 per cento) e questo crea tensione nel settore. L’incremento di coltivazioni corilicole risponde all’aumento di domanda ma crea anche preoccupazione per lo stato dei terreni; due convegni lo testimoniano

Marcello Ortenzi

La nocciola in Italia

Nocciole: prodotto alimentare di grande interesse oggi nel mondo. Durante il recente incontro dal titolo "Il rilancio della nocciola”, a Caserta, Giuseppe Calcagni, presidente del Gruppo Besana, ha chiesto un aumento di produttori di frutta secca e specialmente nocciole, visto l’incremento di domanda nel mondo.

Calcagni ha rilevato che “la domanda mondiale è in sostanza raddoppiata negli ultimi anni, anche grazie all’ingresso nel gioco mondiale delle gigantesche economie asiatiche di India, Cina e, in genere, di tutta l’area del Sud-Est asiatico. In questi territori la frutta secca è un prodotto già conosciuto e non ha bisogno di promozioni. La crescita della domanda segue il trend della crescita economica”.

Si denota un differenziale tra domanda mondiale, che si è attestata tra il 2016 e il 2017 a un più 15% e la produzione che cresce più lentamente (più 9%) e questo crea tensione nel settore. Un numero evidenziato è stato che 35 miliardi di dollari di fatturato mondiale per i produttori di nocciole oggi equivalgono a un giro d’affari globale di 500 miliardi di dollari di prodotto finito, numeri che pesano sugli operatori.

Le previsioni del settore sono per un’ulteriore significativa crescita nei prossimi anni e l’Italia si trova in una posizione favorevole, di primo piano, per le sue condizioni pedo-climatiche che, di fatto, raddoppiano la produttività degli impianti rispetto, ad esempio, a quelli in Oregon negli Stati Uniti: 4mila chili per ettaro contro 2.300. La stessa Ferrero, che sta crescendo nel comparto dolciario, ha chiesto all’Italia la creazione di 10mila nuovi ettari d’impianti nei diversi areali vocati.

“In Italia - ha concluso Calcagni - abbiamo le migliori varietà, ma il problema che è difficile arrivare a trovare appezzamenti così grandi da garantire la dimensione ottimale per un investimento (circa 250 ettari). Bisogna lavorare sulla creazione di massa critica considerando che i miglioramenti varietali cui siamo arrivati permettono di andare in produzione già dal terzo-quarto anno, con la possibilità di avere 750 piante per ettaro. In pratica, a fronte di un investimento medio di circa 3-4mila dollari/ettaro, si ha una redditività media di 5.500 euro netti per ettaro”.


Le preoccupazioni monocolturali

In un altro convegno recente, a Vignanello, nella Tuscia, a dicembre, zona con alta produzione corilicola, si è messo l’accento sui pericoli per l’area, ma anche per l’Italia, per l’eccessivo carico monoculturale che si sta stabilendo sui terreni.

E’ stato evidenziato che nella Tuscia quasi 25 mila ettari sono occupati dai noccioleti e il 30% delle nocciole nazionali si producono in quest’area. La concorrenza della Turchia, e dei nuovi produttori a cominciare da Australia, Argentina, Olanda, Corea e Cina fa presagire che l’industria dolciaria possa colonizzare il settore per fissarne e abbassare il prezzo della nocciola. Se poi un coltivatore volesse acquistare terreni seminativi per fare un’agricoltura alternativa e svincolata da prodotti aggressivi all’interno del “triangolo d’oro del nocciolo” avrebbe grosse difficoltà perché i prezzi sono diventati proibitivi.

Altro aspetto evidenziato è quello che collega la monocultura e la “chimica“, con i pericoli di compromettere la salubrità dell’ambiente, la biodiversità della natura, le condizioni di vita di chi vive nei territori. Viste sia le ricerche, già in essere dei centri di ricerca per sperimentazioni di lotta biologica alle malattie del nocciolo, e sia di produttori di nocciole biologiche nel territorio viterbese, dal convegno venuta la richiesta che queste esperienze siano messe a sistema e che l’attività di ricerca possa fare nuovi passi avanti.

Del resto, anche in altre zone, come nel bellunese, sono partite produzioni di nocciole bio e sono oggi circa una ventina le imprese agricole che hanno dimostrato un particolare interesse verso la coltivazione di nocciole. Quindi, va bene rispondere all’aumento di domanda con maggiore produzione, ma intanto che sia di qualità, poi, cercando di non danneggiare i terreni e di non puntare soltanto su un unico settore, che potrebbe nel futuro non soddisfare le grandi attese di oggi.

 

Foto di apertura dell'Autore

Marcello Ortenzi - 12-02-2018 - Tutti i diritti riservati

Marcello Ortenzi

Nato a Roma, dove risiede, si è laureato in Economia e Commercio nell’Università "la Sapienza", con una tesi in Politica agraria sugli interventi per le aree interne e montane risiede nella capitale. Si è occupato di progettazione industriale e di comunità montane, partecipando a un gruppo di lavoro dell’Uncem Lazio per la preparazione di una legge regionale sugli enti montani. Ha collaborato inoltre con l’Istituto di studi sulle Regioni del CNR, elaborando alcune annate di analisi dei bilanci regionali. E’ stato funzionario della Regione Toscana nell’ufficio di Presidenza a Roma, e ora si occupa dell’utilizzazione delle biomasse nei settori energia ed industria con l’Italian Biomass Association (Itabia), associazione scientifica con sede in Roma, curando specialmente gli aspetti normativi e la divulgazione dei risultati delle attività. Collabora dal 1989 con alcune riviste agricole, occupandosi specialmente di castanicoltura e fibre vegetali, e redige inoltre un bollettino di lavori parlamentari on line sui temi agroforestali ed energetici.

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