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Tante domande sull’olio

Cosa accadrebbe se Trump decidesse di estendere i dazi all’olio di oliva? Se lo chiede un’inchiesta del Dipartimento degli affari economici della Spagna a Washington. Altra domanda: è possibile che l’uliveto spagnolo possa raggiungere una produzione di 2 milioni di ton di olio a campagna? Nel caso cosa succederebbe sui mercati? Intanto, promosso dal Queensland Olive Oil Council, in Australia si punta a un bollino che garantisca l’origine dell’olio prodotto 

Mariangela Molinari

Tante domande sull’olio

Sono tante le domande poste sulle pagine dei giornali nell’ultima settimana (QUI). A cominciare da quella espressa sulla versione in inglese di Mercacei: che cosa accadrebbe se Donald Trump decidesse di estendere all’olio di oliva i dazi (e quindi gli ostacoli alle esportazioni) già imposti alle olive nere da tavola spagnole? Un’inchiesta pubblicata dal dipartimento degli affari economici e commerciali della Spagna a Washington, citando questa possibilità sottolinea che il Paese iberico si troverebbe di fronte a serie difficoltà. Al momento sembra che l’eventualità non debba comunque verificarsi, ma, d’altro canto, pare pure che la questione non faccia che complicarsi. Basti pensare che, contro le raccomandazioni delle regole internazionali, le ispezioni sono condotte sul 100% delle olive nere spagnole importate, portando così a un ulteriore +5% di costi che si aggiungono ai dazi. Sugli effetti delle restrizioni abbiamo già dato conto nella scorsa rassegna stampa. Ricordiamo semplicemente che nei primi quattro mesi dell’anno le esportazioni spagnole di questo prodotto negli Usa hanno subito un calo del 42,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando dai 6,9 milioni di chili ai 4 milioni, a tutto vantaggio di Paesi quali l’Egitto, il Marocco e la Turchia. 

Anche Revista Almeceite pone una domanda: è possibile che l’uliveto spagnolo, nuovo impianto dopo nuovo impianto, e con le condizioni climatiche favorevoli, possa raggiungere una produzione di 2 milioni di tonnellate di olio a campagna? A rispondere sono stati chiamati Juan Vilar, consulente strategico, e Manuel Parras, docente di economia presso l’Università di Jaén (QUI). In effetti, per la produzione di olio di oliva, in Spagna come in altri Paesi, è previsto un forte incremento: anche questo settore sta conoscendo la globalizzazione, nuovi attori si sono affacciati sulla scena, mentre produzione e consumo hanno registrato crescite esponenziali, soprattutto al di fuori dei confini storici. Basti pensare che oggi in quasi 60 Paesi del mondo si coltivano complessivamente 11,5 milioni di ettari di uliveto. Lo stesso premio Mario Solinas attribuito nella sua ultima edizione a un frantoio cinese la dice lunga sul nuovo scenario. Secondo Juan Vilar non solo esiste la possibilità che l’uliveto spagnolo (il 22% di quello mondiale, per una produzione che copre il 50% di quella complessiva) arrivi a 2 milioni di tonnellate di olio, ma anche che la superficie mondiale sia pronta a produrne più di 4 milioni di tonnellate. Negli ultimi 15 anni, infatti, sono stati impiantati oltre 1,7 milioni di ettari di ulivi, vale a dire una superficie pari a quella della Tunisia. Secondo Juan Vilar, dunque, l’olivicoltura spagnola dovrà prepararsi a operare in un ambiente sempre più competitivo. Anche secondo Manuel Parras l’ipotesi posta dalla domanda non sarebbe per nulla inverosimile. In Spagna, infatti, gli ettari produttivi continuano a crescere, tanto che nel periodo 2005-2015 alla superficie di uliveti destinati a olive da frangere sono stati aggiunti 65mila ettari. Oltre a questo, poi, vanno considerati i sistemi di irrigazione recentemente previsti negli uliveti tradizionali e lo sviluppo di uliveti intensivi e superintensivi.  Ma quali ripercussioni porterebbe un tale sviluppo sui prezzi all’origine e sul commercio internazionale? Secondo Juan Vilar il risultato sarebbe una caduta dei prezzi, insufficienti a coprire i costi di produzione degli uliveti estensivi, che per il 70% a livello mondiale sarebbero in perdita, mentre sarebbero redditizi solo quelli con una più elevata densità. L’olivicoltura, secondo Juan Vilar, richiede, perciò, misure urgenti, ma anche una differenziazione e valorizzazione, sulla falsariga di quanto è avvenuto per il vino francese o il prosciutto iberico, in modo che il mercato riconosca a certi prodotti un valore aggiunto.  Secondo Manuel Parras, invece, tutto sta nella capacità dei produttori di accrescere la domanda a livello mondiale. L’importante è porre nello sviluppo della domanda gli stessi sforzi profusi nell’aumento dell’offerta. Resta, tuttavia, il timore che il settore resti più orientato alla produzione che al consumo. In uno scenario del genere la caduta dei prezzi all’origine sarebbe forte. Parras identifica, quindi, alcuni importanti assi di sviluppo: l’aumento della competitività delle tenute agricole e delle imprese oliandole; il miglioramento delle relazioni tra questo settore e il territorio, in modo da generare valore e benessere sociale; la diversificazione e la sostenibilità; un accresciuto orientamento al mercato e all’internazionalizzazione del settore, come via per valorizzare gli oli di oliva e raggiungere una maggiore presenza dei produttori sui mercati finali; e, infine, un’adeguata trasformazione digitale e la spinta verso un’economia sempre più circolare.

Passiamo a Olive Oil Times, che dà conto dell’ottimismo diffuso in Argentina (QUI), dopo che lo scorso anno la produzione di olio di oliva ha raddoppiato, fino a raggiungere le 37.500 tonnellate (per oltre il 98% di vergine ed extra vergine), mentre l’export ha registrato una crescita del 155%. Al raggiungimento di performance tanto soddisfacenti hanno concorso sia la buona situazione interna, sia condizioni esterne altrettanto favorevoli allo sviluppo dell’olio argentino sui mercati, come i cali produttivi di Paesi storici quali Italia e Spagna. Le prospettive parrebbero altrettanto buone per l’annata 2018-19, per la quale è attesa un’ulteriore crescita del 20%. Secondo Frankie Gobbee, cofondatore e direttore di Argentina Olive Group (AOG), la sfida nei prossimi due anni sarà produrre olio di oliva più velocemente di quanto si faccia ora. Il che comporterà nuovi investimenti in tecnologia molitoria e l’impianto di nuovi uliveti. Gobbee stima che entro il 2020 il Paese possa arrivare a produrre tra le 42mila e le 45mila tonnellate di olio. La questione, però, sarà se la domanda di olio argentino crescerà più velocemente della produzione. 

 

Torniamo sulle pagine della versione inglese di Mercacei, che ci porta in Australia. Un report (QUI) confermerebbe, infatti, la fattibilità della creazione di un sistema di denominazioni di origine geografica per i produttori australiani di olive, grazie alla dimostrazione che, effettivamente, gli oli di oliva delle diverse regioni hanno peculiari caratteristiche distintive, che li differenziano gli uni dagli altri. Promosso dal Queensland Olive Oil Council, il progetto punta alla definizione di un bollino che garantisca l’origine dell’olio prodotto in Australia e che, in quanto all’organizzazione del sistema, guarda con interesse a quanto già sperimentato in Europa, in modo da definire linee guida che aiutino ogni regione anche da un punto di vista promozionale.

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato

Mariangela Molinari - 05-06-2018 - Tutti i diritti riservati

Mariangela Molinari

Giornalista professionista, vive e lavora a Piacenza. Ha studiato lingua e letteratura tedesca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e verde ornamentale e tutela del paesaggio presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna. Si occupa da tempo di alimentazione, ospitalità, giardini e ambiente, collaborando con varie testate specializzate. Per Terre di mezzo Editore ha pubblicato I trucchi del birraio. Manuale pratico per fare la birra perfetta (2014) e Olio di palma. La verità sull'ingrediente che ha invaso le nostre tavole (2016).

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