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Tutti per l’olio da olive

Il settore oleario australiano con il “Farming Together” scommette sulla provenienza certificata. In in Cina sta emergendo nel frattempo la professione dell’assaggiatore, e a Shanghai è stato inaugurato il primo laboratorio di analisi sensoriale. La Turchia intanto regista un incremento delle esportazioni. Questo e altro nella rassegnata stampa internazionale

Mariangela Molinari

Tutti per l’olio da olive

Sono tanti gli spunti che la rassegna stampa di questa settimana ci propone, in un viaggio virtuale in Europa ma non solo.
Le pagine di Olimerca, per esempio, ci portano in Australia, dove nel Queensland e nel South Australia i consigli olivicoli stanno lavorando con un panel di esperti per stabilire un sistema di denominazioni di origine per l’olio extra vergine di oliva prodotto in questi Stati. A cominciare da questi territori, dunque, il settore scommette sulla provenienza certificata, potendo contare, tra l’altro, su sovvenzioni governative, pronte a sostenere il progetto anche con i contributi del programma “Farming Together”.
Secondo Amanda Bailey, Ceo del Consiglio dell’olio di oliva del Queensland, tracciare la provenienza dei prodotti contribuisce a promuoverne l’autenticità e ad avvicinare i produttori ai consumatori. Inoltre, poter contare su una denominazione di origine porterà certamente a un incremento sia delle vendite sia dei volumi produttivi, consentendo al contempo di creare linee premium. Se il progetto pilota avrà buon esito, si potrà dunque procedere alla creazione di un più ampio sistema di denominazioni in tutto il Paese, con l’obiettivo non ultimo di stimolare le esportazioni di olio evo australiano. Dal canto suo, Richard Gawel, collaboratore scientifico del progetto, sottolinea che le diverse condizioni pedoclimatiche e pratiche produttive del Paese si traducono inevitabilmente in peculiarità e unicità organolettiche nei diversi oli e nel loro contenuto di polifenoli che le denominazioni concorreranno a evidenziare.
Non a caso il progetto pilota è partito dal Queesnland e dal South Australia. Qui, infatti, la produzione di olio di oliva è in pieno sviluppo, anche grazie agli uliveti impiantati 16 anni fa.

Passiamo in Cina, dove, come leggiamo su english.eastday.com, sta emergendo una professione assolutamente nuova per il Paese: quella dell’assaggiatore di olio di oliva. Proprio nei giorni scorsi, infatti, è stato inaugurato a Shanghai il primo laboratorio di analisi sensoriale specializzato in olio di oliva, impegnato nella formulazione di standard sensoriali e nella formazione di un primo panel di candidati, attentamente selezionati per diventare, con tanto di certificazione, i primi assaggiatori di olio di oliva in Cina. Considerato che ai consumatori cinesi risulta ancora piuttosto difficile una corretta valutazione dell’olio di oliva, questa figura professionale risulta di fondamentale importanza per un settore che nel Paese oggi è in rapida crescita.

Ci avviciniamo all’Europa con il quotidiano turco in lingua inglese Daily Sabah, che riporta il consistente incremento delle esportazioni di olio di oliva dalla Turchia. Secondo i dati ripresi dall’Unione di esportatori di olive e olio di oliva dell’Egeo, tra novembre 2016 e luglio 2017 l’export totale di olio di oliva turco ha messo a segno una crescita del 288% rispetto alla campagna precedente, per un valore complessivo di 136 milioni di dollari.
Nella classifica dei Paesi importatori di olio made in Turkey, la Spagna si mantiene in testa, con un valore di 48 milioni di dollari, seguita da Stati Uniti, con 36 milioni, Italia (11 milioni) e Arabia Saudita (9 milioni). In particolare, l’accresciuta quota export negli Usa è da ascrivere non da ultimo alla diminuzione registrata nella produzione di altri Paesi e ai prezzi più competitivi che la Turchia ha potuto mettere in campo. Secondo Hakan Özdolgun, inoltre, presidente di Kozmopolitan Food Group, il maggiore esportatore negli Usa, un altro fattore che ha contribuito alla crescita dell’olio di oliva turco oltreoceano rispetto ai principali competitor sarebbe il loro utilizzo dell’euro, sempre più forte nei confronti del dollaro. Quel che è certo è che negli ultimi tre anni i brand di olio del gruppo si sono mantenuti tra i 10 più consumati negli Stati Uniti.

Sulle colonne di Mercacei leggiamo le previsioni per la prossima campagna oliandola a livello mondiale. Secondo il rapporto pubblicato da GEA, Centro di eccellenza dell’olio di oliva diretto da Rafael Cárdenas, nella campagna 2017-2018 la produzione mondiale di olio di oliva dovrebbe sfiorare i tre milioni di tonnellate, grazie a un incremento dell’8,2% rispetto a quella precedente. Sempre in base a questo studio, gli 11,5 milioni di ettari di uliveti distribuiti sui cinque continenti dovrebbero garantire nella prossima stagione una produzione di olive vicina ai 20,3 milioni di tonnellate, con leggeri incrementi in sei dei sette maggiori Paesi produttori: Spagna, Grecia, Italia, Tunisia, Turchia e Portogallo, che dovrebbero coprire insieme l’85,27% della produzione mondiale di olio di oliva.
Più nello specifico, secondo le stime di Gea, la Spagna dovrebbe conoscere un incremento dell’1,3% rispetto alla campagna precedente, raggiungendo una produzione di 1.298.700 tonnellate, mentre la Grecia dovrebbe confermarsi al secondo posto con 294.100 tonnellate (+ 13,1%). Dal canto suo, l’Italia potrebbe registrare un buon +18,8%, arrivando a 288.600 tonnellate, seguita dalla Tunisia, con 202.900 tonnellate, frutto di uno spettacolare +202%; quindi dalla Turchia, con 200.400 tonnellate (+13,2%), e dal Portogallo, che dovrebbe assestarsi sulle 112.800 tonnellate (+ 20%).
Al settimo posto della lista mondiale troviamo il Marocco, che, con una produzione di 107.100 tonnellate di olio di oliva, dovrebbe subire un calo del 2,5% rispetto alla stagione precedente.

Su agroinformacion.com, infine, troviamo un interessante focus sull’Andalusia, dove nel decennio 2005-2015 la superficie coperta da uliveti è cresciuta di ben 80mila ettari, per arrivare a superare il milione e mezzo di ettari (1.567.375 ha). Questo, almeno, secondo i dati della Consejería de Agricultura, Pesca y Desarrollo Rural, ripresi dall’ultima inchiesta su superfici e rendimenti agricoli, elaborata dal Ministero dell’agricoltura.
La stessa indagine conferma che nella regione la maggior parte del raccolto è destinato alla produzione di olio e che oltre la metà degli uliveti (il 52,5%) supera il mezzo secolo di vita.
Entrando più nello specifico, Jaén è la provincia che conta la maggior superficie coltivata a ulivo (586.173 ettari), seguita da Cordova, con 351.735 ettari. In entrambi i casi la raccolta è principalmente destinata alla produzione di olio di oliva, mentre Siviglia, che conta 206.932 ettari, è la provincia con la maggiore estensione di uliveti destinati alla produzione di olive da tavola: 47.986 ettari su un totale di 54.883 dell’intera Andalusia.

 

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato

Mariangela Molinari - 12-09-2017 - Tutti i diritti riservati

Mariangela Molinari

Giornalista professionista, vive e lavora a Piacenza. Ha studiato lingua e letteratura tedesca presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e verde ornamentale e tutela del paesaggio presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna. Si occupa da tempo di alimentazione, ospitalità, giardini e ambiente, collaborando con varie testate specializzate. Per Terre di mezzo Editore ha pubblicato I trucchi del birraio. Manuale pratico per fare la birra perfetta (2014) e Olio di palma. La verità sull'ingrediente che ha invaso le nostre tavole (2016).

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