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Quello degli oli da seme è un settore in buona salute, secondo quanto asserisce Assitol

Un bilancio positivo nel 2016, con la dichiarata intenzione, da parte dell'associazione italiana dell'industria olearia, di voler crescere ancora. Secondo la nota organizzazione, occorre incrementare la produzione nazionale e rilanciare la ricerca, in modo da affrontare il problema del deficit proteico, rispondendo alle esigenze del comparto agroalimentare e zootecnico

OO M

Nota stampa Silvia Cerioli.  Un 2016 positivo, un 2017 che promette bene. Secondo i dati elaborati da ASSITOL, l’Associazione italiana dell’industria olearia, il comparto degli oli da semi vive un buon momento, anche grazie all’aumento delle produzioni nazionali di soia e girasole.

"Il mercato dei semi è promettente", sottolinea Enrico Zavaglia, presidente del Gruppo oli da semi dell’associazione. "Tuttavia, nonostante l’incremento delle nostre oleaginose, occorre implementare la nostra produzione agricola, in modo da ridurre il ricorso alle importazioni ed ampliare così l’offerta a disposizione delle aziende". Ecco perché, aggiunge Zavaglia, "è necessario rilanciare la ricerca, in particolare le biotecnologie no-Ogm come la cisgenetica e le nuove tecniche di breeding".

Lo scorso anno alla soia sono stati destinati 350mila ettari, per una produzione di 1,1 milioni di tonnellate, vale a dire circa la metà dell’intero raccolto UE, mentre 100mila ettari sono stati dedicati al girasole, per una produzione pari a 230mila tonnellate. Per il 2017, le semine sono ulteriormente cresciute di un 5 - 10 % sia per la soia sia per il girasole. Stabile invece la colza, con poco più di 13mila ettari.

Ricche di proteine, le oleaginose sono essenziali per la produzione di mangimi (farine proteiche), per l’alimentazione umana e per tutta una serie di impieghi non-food come quello bioenergetico e biochimico. Purtroppo, la produzione italiana ed europea è, a tutt’oggi, ancora insufficiente rispetto alle richieste della popolazione e al fabbisogno dell’industria mangimistica. In tal senso, si parla di “deficit proteico”, anche in vista dell’aumento della popolazione mondiale (8,5 miliardi la stima per il 2030).

Nel 2016, l’industria di trasformazione ha lavorato quasi 3 milioni di tonnellate di semi oleosi, con un aumento del 3,2% rispetto all’anno precedente. Un dato in controtendenza rispetto all’Europa, che ha registrato invece un calo del 2,7%. Grazie alla capacità produttiva dell’industria di settore, pari a circa 8oomila tonnellate, lo scorso anno le aziende del settore hanno prodotto oltre 562mila tonnellate di olio greggio, incrementando così i quantitativi del 19,3% rispetto al 2015. In particolare, l’Italia ha esportato quasi 32mila tonnellate di olio di girasole e oltre 65mila tonnellate di olio di soia.

“Sugli oli da semi, il consumatore esige trasparenza – osserva il presidente Zavaglia – e guarda con attenzione alla salubrità e alla sostenibilità dei prodotti: due tendenze che riguardano tutto il mondo dell’agroalimentare ma che, per gli oli, assumono grande importanza. Per queste ragioni, il ricorso agli oli da semi, in particolare al girasole, oggi gode di maggior favore”.

Su questo fronte, le aziende cercano nuove soluzioni, come le varianti ad alto contenuto di acido oleico del girasole, che appaiono promettenti per le virtù salutistiche e la stabilità in cottura degli oli prodotti. Già adesso il 40% delle coltivazioni italiane riguarda proprio l’alto oleico.

OO M - 04-07-2017 - Tutti i diritti riservati

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