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La Xylella fastidiosa ad oggi

Tutti ne parlano e ne scrivono, ma non tutti hanno ancora ben compreso, al di là dell'incidenza del batterio da quarantena, ormai universalmente nota, l’urgenza che un settore olivicolo in grave crisi ha di trovare risposte concrete, senza che vi siano posizioni ideologiche che frenino o blocchino il complesso lavoro di studiosi e tecnici. Intanto, nonostante tante parole, a volte anche inutili, il ceppo sub pauca è ancora allegramente tra noi

Andrea Mazzeo

La Xylella  fastidiosa ad oggi

Lo scorso 19 novembre il Comitato per la tutela della salute e dell’ambiente di San Donato di Lecce e Galugnano, ha organizzato una giornata di approfondimento su temi riguardanti il Salento, tra cui l’emergenza Xylella, che da anni sta mettendo in ginocchio un comparto fondamentale dell’agricoltura salentina: l’olivicoltura.

Come ormai è noto ai più, la Xylella fastidiosa è un batterio da quarantena che vive e si moltiplica all’interno dei vasi xilematici (deputati al trasporto della linfa grezza) delle piante ospiti. È stato ritrovato per la prima volta in Europa e nel territorio salentino nel 2013, anche se probabilmente vi è giunto qualche anno prima.

Del batterio si conoscono quattro sottospecie che si distinguono geneticamente, e quella responsabile del disseccamento dei nostri olivi è ascrivibile al ceppo pauca, molto diffusa in Brasile dove ha provocato ingenti danni sugli agrumi. In Salento è stato riscontrato fortunatamente – se così si può dire - soltanto un ceppo di X. f sub pauca, ben diverso da quello brasiliano, però geneticamente uguale ad un altro già presente in Costa Rica, il che fa ipotizzare che il batterio sia giunto proprio da queste zone dall’America Centrale usando come vettore piante ornamentali, probabilmente oleandro. Aspetto rilevante è che tale ceppo non infetta specie importanti e diffuse in terra salentina come agrumi e soprattutto la vite.

I sintomi evidenti dopo un periodo più o meno lungo dall’infezione (da pochi a 6-8 mesi), sono caratteristici in quanto si manifestano con le classiche ‘bruscature’ fogliari, che consistono in disseccamenti apicali e talvolta marginali delle foglie che, con il passar del tempo, vanno progressivamente incontro a un totale disseccamento. Tali seccumi si estendono alle branchette prima, e a rami e branche più grosse successivamente, portando inesorabilmente al disseccamento totale della pianta per assenza di acqua e sali minerali che non possono più essere trasportati a causa dell’occlusione dei vasi xilematici.

Ampio spazio è stato dato alle specie ospiti sensibili a Xylella fastidiosa, che allo stato attuale si attestano intorno alle 30 e afferiscono sia a specie spontanee che coltivate molto diffuse in Salento, alcune delle quali di interesse agrario come nel caso di mandorlo e ciliegio.

A questa grande problematica, ahimè se ne aggiunge un’altra, legata al vettore che trasmette e diffonde il batterio, che di per sé è asporigeno, e quindi necessita obbligatoriamente di ‘qualcuno’ che lo possa diffondere. Questo ‘qualcuno’ è la ormai conosciutissima ‘sputacchina’ (Philaenus spumarius) insetto diffusissimo nelle nostre campagne e che sebbene presente in numeri che talvolta raggiungono il milione di individui per ettaro, non ha mai rappresentato una minaccia per le produzioni. E’ proprio la sua massiccia presenza, insieme alla sua elevata polifagia (si nutre di molte specie mediante punture di suzione) e la rapida capacità di spostamento degli adulti, che ha permesso al batterio di percorrere fino ad oggi (4 anni) ben 120 km, portandolo agli estremi confini della provincia di Brindisi, a ridosso di quella barese. Probabilmente però anche l’uomo ha contribuito a questa diffusione (soprattutto su distanze più grandi), spostando il vettore con il batterio grazie ai mezzi di trasporto, e di ciò ne danno conferma i ritrovamenti di una pianta infetta in una stazione di servizio di Rosa Marina nei pressi di Ostuni.

Tanto si è discusso, delle misure obbligatorie di contenimento di questa grave malattia da quarantena, di sperimentazioni che mirano a contrastare lo sviluppo del batterio nella pianta (con risultati parzialmente incoraggianti), di possibile reimpianto di varietà tolleranti o resistenti….ma Xylella f. è ancora allegramente qui tra noi…

La partecipazione, il dibattito che alla fine della presentazione si è aperto, lascia intendere come oltre agli olivicoltori che in prima persona vivono questo dramma agricolo, anche l’opinione pubblica cerca delle risposte, vuole avere delle speranze che potranno essere delle certezze solo dopo anni di ricerca e sperimentazione che però le Istituzioni devono promuovere. Solo così, quelli che ora sembrano degli ‘obblighi imposti’ per contrastare il problema, saranno un domani una necessità, quella di adottare le cosiddette buone pratiche agronomiche, che dovrebbero, a mio avviso, essere la base di una agricoltura moderna e sostenibile, che non semplifichi eccessivamente gli equilibri che si instaurano nell’agroecosistema, rendendolo più vulnerabile a tutte le minacce esterne.

 

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato

Andrea Mazzeo - 09-12-2017 - Tutti i diritti riservati

Andrea Mazzeo

Agronomo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze e tecnologie agrarie, discutendo una tesi in olivicoltura dal titolo "Aspetti fisiologici della raccolta delle olive", e la successiva laurea specialistica con la tesi "Metodi di stima dell'attitudine pollinifera di alcune cultivar di olivo da olio pugliesi". Attualmente svolge attività di ricerca , occupandosi anche di alcune specie minori, con dottorato in Produzioni vegetali presso il Dipartimento di Scienze del suolo della pianta e degli alimenti dell’Università degli Studi di Bari.

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