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Il muro

Dal muro alla libertà, visto da Berlino sembrava un passo impossibile per i poveretti che su quelle pareti spesse lasciavano le loro speranze di vita. Oggi, un piccolo, minutissimo essere submicroscopico ha eretto un muro tra gli affetti, di diffidenza, di separazione coatta, che avrà conseguenze gravissime fra psiche e intelletto. Se le misure prese avranno il compito di contenere il fenomeno della diffusione di Covid-19, fino a farlo scomparire, è altrettanto impellente che si attuino strategie di contenimento delle psicosi che aleggiano per l’aria

Massimo Cocchi

Il muro

Cos’è il Muro? Una banale soluzione per dividere qualche cosa da qualche cosa d’altro, per delimitare gli spazi, per isolare. Per chiedersi, cosa ci sarà oltre il muro?

Già, il muro, da quello cinese (muraglia) a quello della Germania dell’Est il fine è sempre stato lo stesso: difendersi da un nemico.

Tuttavia, il senso del muro di Berlino era un poco diverso, non solo difendersi dal nemico, ma impedire la fuga dei “liberi” prigionieri di Berlino Est.

Nel 1968 mi trovai sotto a quel muro come testimonia la foto.

Era ancora fresco di sangue e di disperazione, erano appena trascorsi sette anni dalla sua costruzione e le lacrime ancora si spruzzavano verso di lui, non c’è mai giustizia, quelle lacrime e quella saliva avrebbero dovuto spruzzare e diffondere coronavirus a profusione sui responsabili di quel tremendo delitto e non solo.

Proprio oltre la Porta di Brandeburgo, non si vede nella foto, c’era un’impalcatura con piattaforma affollata di persone che con i binocoli scrutavano oltre il muro alla vana ricerca di volti familiari, credo che facessero anche fatica a vedere chiaramente per le lacrime che scivolavano sulle lenti dei binocoli e degli occhiali.

Questo era il quadro che apparve, a me incredulo e attonito, e che mi fece riflettere sul concetto di divisione forzata dagli affetti più cari, a noi occidentali quel muro sembrava veramente il frutto di una sommatoria di incurabili espressioni psicopatologiche di un regime, quello nazista che entrava in un altro altrettanto devastante. Non riuscivo ad esprimere un giudizio sull’imbecillità umana.

Ricordo che, vinto da un desiderio imprescindibile, mi avvicinai al muro per toccarlo e, all’improvviso, da una torretta che lo sovrastava, un militare cominciò ad agitare un fucile mitragliatore urlando parole incomprensibili, capii subito che avevo fatto qualche cosa di sbagliato e mi ritrassi immediatamente, come non averlo pensato? Il muro era alcuni metri dentro al confine di Berlino Est, per cui avevo calpestato terreno nemico.

Dopo circa un anno andai a New York, in pieno sogno americano, la Quinta Strada, Tiffany, il Play Boy Club dove assaporai per la prima volta il pollo fritto (deep fried chiken) e il Martini Vodka.

Il mondo della libertà, il Greenwich Village con i suoi artisti di strada, un mondo che urlavalibertà in tutte le lingue, i battelli sull’Hudson River con moltitudini di turisti entusiasti ed estasiati dall’incredibile panorama dei grattacieli e di una enorme scritta: “avete mai vistoqualcosa di più grande?”

Dal muro alla libertà, visto da Berlino sembrava un passo impossibile per quei poveretti che su quel muro lasciavano le loro speranze di vita.

A tutto questo pensavo in questi giorni difficili da capire e da accettare. Un piccolo, piccolissimo essere submicroscopico ha eretto un muro.

Un muro tra gli affetti, un muro di diffidenza, un muro di separazione coatta, un muro che avrà conseguenze gravissime fra psiche e intelletto.

Non ho sentito spendere una parola degna di tale nome da psichiatri veri, in grado di dare suggerimenti utili a questa nuova dimensione di “confino”.

Abbiamo lasciato, o meglio, delegato questo ruolo a whatsapp, laddove imperversano grida di allarme e stupidaggini incredibili, laddove si sono scatenate fantasie irripetibili, che, pur tuttavia, tengono impegnati milioni di persone a non sprofondare in pensieri di natura oscura.

Ancora un paio di mesi e i fatturati degli psicofarmaci avranno un’impennata mai vista prima.

Se le misure prese, più giuste o meno giuste, avranno il compito di contenere il fenomeno della diffusione fino a farlo scomparire, ritengo impellente che si attuino anche strategie di contenimento delle psicosi che aleggiano per l’aria.

Ritengo che debbano essere messi in campo idonei strumenti per ridare felicità a tutti, ai colpiti e a chi affianca quotidianamente i colpiti.

Non si deve consentire che a un allarme ne segua un altro, altrettanto devastante e di cui non sapremo mai la portata.

Non è finito il tempo della felicità che sta oltre il “nuovo muro” dobbiamo riprenderlo con la voglia, più riflessiva, di ricominciare laddove abbiamo lasciato, di apprezzare il contatto umano che oggi è venuto meno e di non guardare l’altro con sussiego, indifferenza o timore.

Anche nella scienza non devono esserci “muri”, dobbiamo avere il coraggio di dire sempre la verità e, anche qualora si dovesse dimostrare in buona fede qualcosa di sbagliato, dobbiamo avere il coraggio di fare autocritica e di riportare a galla la verità scientifica.

Ancora una volta siamo di fronte all’angoscia del tempo, di ciò che non sappiamo che accadrà e, ancora una volta si dimostra che l’unico tempo che conta è quello passato, da lui dobbiamo trarre i suggerimenti per riversarli in quel tempo futuro che non esiste, per non farci sbagliare nelle azioni che, una volta compiute, sono già passato.

Solamente in questo modo potremo cambiare il male in bene.

 

 

La foto di apertura è di Maria Carla Squeo e ritrae un pezzo del muro di Berlino. Le foto interne al testo sono dell'Autore

Massimo Cocchi - 23-03-2020 - Tutti i diritti riservati

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