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Uomo, virus e batteri

Invasione cosciente o incosciente? Come gli esseri umani, anche loro si dividono in “buoni” e “cattivi”, regolano funzioni indispensabili alla nostra vita, o la distruggono. Il problema che oggi si pone è antropologico: siamo sicuri di avere ben compreso la funzione di questi microrganismi? Che relazione esiste tra noi e loro nella completezza delle funzioni biochimico-fisiologiche? Ciò che è certo, è che essi “parlano” dentro di noi, fuori di noi, con noi, con i nostri organi, con il sangue, i tessuti, i muscoli, la carne di cui siamo fatti

Massimo Cocchi, Fabio Gabrielli

Uomo, virus e batteri

Circa tre, quattro miliardi di anni fa, singole cellule cominciarono a organizzarsi fino a formare una vera e propria comunità: crebbero, si moltiplicarono, cooperarono tra loro.

La stessa cosa fece l’uomo, che nacque 200 mila anni fa, organizzandosi e costruendo utensili, spostandosi su tutta la terra. È una similitudine impressionante.

Noi tutti comprendiamo l’organizzazione umana, comprendiamo meno invece quella batterica e virale.

La popolazione umana consta di alcuni miliardi di persone che impegnano la loro intelligenza orientandola verso il bene o il male. Nella moltitudine sembrano numericamente inferiori gli individui che esercitano il male, così come fra i microrganismi, che sono molti miliardi in più dei rappresentanti la specie umana, sono inferiori quelli che esercitano il “male”.

È una storia parallela che ci induce a fare qualche riflessione.

Anche dal punto di vista socio economico, uomini e batteri sono simili.

Nel pericolo, entrambi danno vita ad aggregazioni ed elaborano strategie per un fine dominante: difendersi.

È proprio in relazione a questo fine che emerge il concetto di coscienza, almeno di proto-coscienza.

Batteri e virus sono perennemente in allerta, pronti allo “sbarco” o all’attacco”, proprio come accade, tristemente, nelle situazioni di guerra tra gli umani.

Batteri e virus sono diversi nella loro attitudine vitale, i primi si moltiplicano da soli, mentre i secondi vivono nutrendosi del materiale interno alle cellule.

Ecco dunque che bene e male, sia nel mondo microscopico, sia nel mondo umano, si confondono, si contaminano, si disseminano, secondo articolate strategie difensive.

Anche in questo caso entra in gioco la coscienza, orientata, appunto, al bene o al male. 

In altri termini, alla conservazione legittima o all’usurpazione del principio di conservazione altrui. 

Non dimentichiamoci che qualche secolo fa Spinoza affermava che “esistere” equivale a “potenza di esistere”, cioè che i viventi sono spinti ad esistere da un conatus, una tensione/sforzo, un’energia vitale, una potenza che accresce sé stessa, ma come potenza finita, energia limitata da altre forme simili. 

Queste brevi considerazioni, tuttavia, non vogliono entrare nella retorica dei buoni sentimenti, ancora meno in un dibattito di natura squisitamente etica, bensì intendono affrontare il concetto del rapporto fra uomo e la moltitudine batterica che abita il nostro intestino, almeno nelle sue linee essenziali.

Passeranno miliardi di anni prima che l’uomo abbia piena consapevolezza che oltre a lui esistono anche altri organismi. Fu Van Leeuwenhoek che, nel 1676, ebbe la prima percezione dell’esistenza dei batteri

Da quel momento, comincia la storia scientifica dei batteri e dei virus, su cui molto è stato dibattuto e scritto.

Una storia, tuttavia, che inizia con la mancata coscienza dell’uomo della loro esistenza, orientando le sue rudimentali conoscenze verso una percezione di “individui” che possono nuocere e provocare disgusto, proprio perché vivono nell’organo animale ritenuto il contenitore del materiale più esecrabile, laddove si producono i rifiuti.

Occorreranno ancora molti anni, in pratica fino a pochissimo tempo fa, un tempo microscopico rispetto ai miliardi di anni in cui batteri e virus si sono organizzati, per ipotizzare e dimostrare che i batteri, anche in quello spazio, sono ben organizzati, si dividono in “buoni” e “cattivi”, regolano funzioni indispensabili alla vita, quali l’immunità e altre ancora, come la funzione cerebrale, proprio quel cervello con cui comunicano costantemente.

Si comprenderà anche come sia per gran parte dipendente dall’essere umano che l’esercito che vive nell’intestino possa attaccarci oppure no: per esempio, lo stress e l’ansia possono creare alterazioni dell’organizzazione microbica dell’intestino stesso.

Esattamente come le guerre: dipendono da noi!

Ecco, quindi, che cambia la percezione che l’uomo ha di batteri e virus.

Il problema che si pone è antropologico: siamo sicuri di avere ben compreso la funzione di questi microrganismi nell’uomo?

Possiamo azzardare che batteri e virus siano dotati di forme di proto coscienza? 

 

-     Scrive Contzen Pereira, sulla coscienza microbica [(Understanding the emergence of microbial consciousness: From a perspective of the Subject–Object Model (SOM)]:

…La coscienza come proto-coscienza o senzienza calcolata attraverso strutture citoscheletriche primitive costituisce un motore per l'intelligenza osservata nel mondo microbico, che va dall'intelligenza monocellulare a quella collettiva come mezzo per adattarsi e sopravvivere. La crescita della complessità dell'intelligenza, del sistema citoscheletrico e dei comportamenti adattativi sono di fondamentale importanza per l'evoluzione, quindi supporta la progressione della teoria dell'evoluzione lamarckiana guidata dalla proto-coscienza quantistica mediata dalla coscienza…”

 

-     Recita la Dichiarazione di Cambridge, sulla coscienza [Cambridge Declaration on Consciousness (July 7, 2012)]:

“…L'assenza di una neocorteccia non sembra impedire a un organismo di sperimentare stati affettivi. L'evidenza convergente indica che gli animali non umani hanno i substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati coscienti insieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali. Di conseguenza, il peso dell'evidenza indica che gli esseri umani non sono unici nel possedere i substrati neurologici che generano coscienza. Anche gli animali non umani, compresi tutti i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature, compresi i polpi, possiedono questi substrati neurologici…

 

-     Ribadisce il Documento di Trapani sulla coscienza animale e la funzione quantistica del cervelloSIBS Trapani, 2017 (Document of Trapani on animal consciousness and quantum brain function: A hypothesis by Massimo Cocchi, G. Bernroider, Mark Rasenick, Lucio Tonello, Fabio Gabrielli and Jack A. Tuszynski, Journal of Integrative Neuroscience 16 (2017) S99–S103)

Un potenziale per generare coscienza può essere espresso da qualsiasi cellula contenente una rete cito scheletrica, in qualsiasi specie animale, e questo potrebbe rappresentare l'interfaccia biologica tra i fenomeni fisici e mentali. Una coscienza animale nascosta utilizza probabilmente tubulina e microtubuli come substrati per i processi cognitivi al fine di autodeterminare uno stato di coscienza, limitato a ciò che è necessario per esistere, senza espressioni emotive e con lo sviluppo di una relazione di massa critica tra tubulina, sinapsi, corteccia e serotonina. Quindi, iniziamo ad inclinarci verso un crescente evento di coscienza neuro correlata (informazione classica) con espressioni di una coscienza emotiva più complessa e differenziata. Si presume che la coscienza sopravviva anche con condizioni di base e questa ipotesi è dimostrata, a livello biomolecolare, dall'ipotesi secondo cui la proteina di Schrodinger (ad es. tubulina ma forse anche altre proteine, in particolare i canali ionici) è l'interfaccia biologica dalla fisica quantistica al calcolo classico, la base dei processi di coscienza quantistica/classica. Può anche posizionarsi al crocevia della memoria e della capacità di apprendimento

 

Ora, il problema che si pone è quello di comprendere bene la relazione uomo-batteri nella completezza delle loro funzioni biochimico-fisiologiche.

Di comprendere, se il principio dell’essenzialità, così come per la vita dell’uomo dipende da certi acidi grassi e da certi aminoacidi, dipenda anche dai batteri.

Sarebbe possibile per l’uomo vivere in assenza di quel patrimonio batterico di cui è dotato? Numerose ricerche dimostrano che non è possibile, perché verrebbe meno la completezza del processo immunitario e verrebbe intaccato il processo cognitivo che non potrebbe esprimere compiutamente lo stato di coscienza, ciascuno per la propria specie.

Leggiamo queste lucide affermazioni:

Dai primi batteri attuali, miriadi di organismi formatisi per simbiosi sono vissuti e sono morti. Ma il comune denominatore microbico rimane essenzialmente immutato. Il nostro DNA deriva, lungo una sequenza ininterrotta, dalle stesse molecole che erano presenti nelle cellule primordiali, formatesi ai bordi dei primi oceani caldi e poco profondi. I nostri corpi, come quelli di tutti gli esseri viventi, conservano in sé l’ambiente di una Terra passata. Coesistiamo con i batteri di oggi e ospitiamo in noi vestigia di altri batteri, inclusi simbioticamente nelle nostre cellule. In questo modo, il microcosmo vive in noi e noi in esso”. (L. Margulis, D. SaganMicrocosmo. Dagli organismi primordiali all’uomo, un’evoluzione di quattro miliardi di anni, tr. it. Mondadori, Milano 1989)

 

Insomma, la nostra meravigliosa epica, l’eleganza antropologica che ci connota, la maestosa voluminosità dei nostri lobi frontali, tutto è di natura batterica. 

Siamo figli di proto antenati di circa tre miliardi e mezzo di anni fa!

Si pone, allora, la più radicale delle domande:

“Perché gli esseri umani devono essere considerati più singolari degli elefanti, dei pinguini, dei castori, dei cammelli, dei serpenti a sonagli, degli uccelli parlanti, delle murene che danno la scossa elettrica, degli insetti che si mimetizzano sulle foglie delle sequoie giganti, delle mantidi religiose, dei pipistrelli o dei pesci di profondità che hanno una lanterna fluorescente sulla testa?”. (S. PinkerL’istinto del linguaggio. Come la mente crea il linguaggiotr. it. Mondadori, Milano 1998)

Per la capacità simbolica, il ragionamento causale, la cooperazione/relazione con gli altri esseri umani: in una parola, il linguaggio. Ma anche batteri e virus si organizzano, si strutturano in gruppi, cooperano tra di loro. E la cooperazione, non è forse comunicazione, linguaggio? Un linguaggio, quello batterico e virale, che parla dentro di noi, fuori di noi, con noi, con i nostri organi, con il sangue, i tessuti, i muscoli, la carne di cui siamo fatti. Appunto, il microcosmo vive in noi e noi in esso.

 

 

Massimo Cocchi, Fabio Gabrielli - 17-03-2020 - Tutti i diritti riservati

Fabio Gabrielli

Laureato in Filosofia, con un dottorato in Antroplogia, dal 2008 è Decano della Facoltà di Scienze umane e Professore ordinario di Antropologia filosofica presso L.U.de.S. Università degli Studi di Lugano. È autore di numerosi saggi e articoli scientifici nel campo dell'antropologia applicata e della filosofia, con attenzione alle questioni biologiche e culturali. Il campo di ricerca è rivolto, in particolare, alle dinamiche biologiche e culturali della coscienza e dei principali disordini psicopatologici (Depressione Maggiore e Disordine Bipolare). È membro del Quantum Paradigm Psychopathology Group (QPP). Attualmente insegna Antropologia filosofica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale ed è Visiting Professor di Introduzione alla filosofia presso l'Università di Jaroslaw, in Polonia.

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