Martedì 18 Giugno 2019 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Archibald

Narrazioni. Era alta e slanciata. Bionda con gli occhi azzurri. La classica svedese. Forse per questo attraeva. Il fascino del nord. Andava a dormire molto presto. Si infilava sotto le coperte come una suora: le lenzuola a mo’ di scudo fino alle ascelle, le braccia fuori lungo i fianchi

Mariapia Frigerio

Archibald

Avrei dovuto capirlo subito che era pazza. Subito. Subito, intendo, quando si inizia a ragionare. Ma come aveva potuto chiamarmi con quel nome assurdo? Archibald. Era stato per rovinarmi la vita. Ne sono sempre stato convinto. Mi aveva messo apposta sulle spalle quel peso. Per vendicarsi.

Era una donna cattiva. Sono generoso a chiamarla donna… Non ho mai visto nulla di femminile in lei. I miei amici mi dicevano che era bella. Forse lo facevano per consolare quel ragazzetto magro che ero e che sarebbe stato etichettato per l’eternità come Sereni Archibald.

La sento ancora la sua voce stridula.
«Archi, ma come puoi firmarti col cognome prima del nome?».
Come la odiavo… Forse quanto lei odiava me e mio padre e gli uomini tutti. Gli uomini soprattutto che amavano le donne.
Una lesbica mancata. Mancata solo perché alle forme ci teneva.
«Leva quei gomiti dalla tavola», «Che schifo quelle dita nel naso», «Chiudi quella bocca quando mangi». Non ricordo altro nella mia infanzia se non la sgradevolezza di quelle imposizioni.
I suoi genitori – quei miei nonni mai conosciuti – facevano parte dell’ambiente diplomatico. E lei, anche se la sua vita era cambiata dopo il matrimonio con mio padre, si sentiva sempre la figlia del console.

Era alta e slanciata. Bionda con gli occhi azzurri. La classica svedese.
Forse per questo attraeva i miei amici adolescenti. Il fascino del nord e, sicuramente, la differenza dalle loro madri che, per quanto benestanti come noi, restavano comunque donne di casa.
Lei no. Mai fatto un cazzo. La Rosaria pensava a tutto. E comunque, quando la Rosaria terminava il suo orario e se ne andava, lei non faceva altro che ritirarsi nel suo studio.
Perché dovesse avere uno studio non l’ho mai capito. Cosa ci facesse nelle ore in cui vi si rinchiudeva neppure. Forse solo per non essere da meno del marito, mio padre, che, come avvocato, nel suo vi sbrigava del lavoro quando rientrava la sera o nei fine settimana.

Andava a dormire molto presto, la svedese. Si infilava sotto le coperte come una suora: le lenzuola a mo’ di scudo fino alle ascelle, le braccia fuori lungo i fianchi. Questa è l’immagine che conservo di lei quando mi affacciavo alla sua camera per darle la buonanotte.
Se ne stava lì impalata. Tassativamente non mi baciava. Con la sua voce odiosa mi salutava ogni sera in una lingua diversa. «Bonne nuit, mon petit Archi», «Good night, my dear Archi» «Gute Nacht, mein klein Archi». Ogni sera mi spiattellava un saluto straniero. Non voleva dimenticassi che era figlia di un console, che parlava molte lingue e che si era persino laureata in “Droit” – come diceva lei – alla Sorbonne.
Mi sono chiesto, appena uscito dall’infanzia, come potesse mio padre dormirle a fianco. A una donna così poco donna. Eppure - fino a che non se ne andò con Luisa - lui mantenne sempre il suo posto nel letto coniugale.

Il peggio per me arrivò quando iniziai il liceo. Diciamo tra i sedici e i diciassette anni. Se fino a quel momento ero stato un Archi da educare senza amore, ora stavo diventando un Archi da disprezzare. Per via delle ragazze.
Mi capitava, a volte, di riuscire a portarne qualcuna a casa, quando la Rosaria se ne andava e mia madre era fuori.
Una volta rientrò prima del previsto e, come se avesse intuito qualcosa, si precipitò nella mia stanza. Naturalmente ci scoprì. La povera Consuelo cercò di coprirsi alla meglio. Io guardai mia madre con occhi di sfida. Divertito per averla messa in una situazione imbarazzante. Incazzato al tempo stesso che ci avesse interrotto sul più bello.
Da quel momento non fui più Archi, ma cochon. Porci per lei erano, del resto, tutti gli uomini. Mio padre in primis.

L’odio che avevo per lei aumentò nell’ultimo anno di liceo. Con Consuelo era finita. Ma ce n’erano state altre di ragazze. E il disprezzo per me di Madeleine Hendborg, mia madre, in vertiginosa ascesa.
Tuttavia non mancava mai di venire a parlare con i miei professori. La mia acredine in quei giorni saliva alle stelle. Si vestiva in modo troppo originale. Tutti la notavano. Sentivo i commenti dei miei compagni. Fatti apposta per me. La crudeltà umana non ha limiti…
«Che strafiga la madre del Sereni!».
Io facevo finta di niente. Sapevo che erano gelosi del mio successo con le ragazze.
Madeleine veniva ovviamente per sparlare di me. Sparlava di me con i miei insegnanti.
Madeleine…
Avevo iniziato anch’io a chiamarla così, come mio padre, come chiunque. E non più mamma o mutti come mi aveva insegnato da piccolino.

Con l’università me ne andai di casa. Con l’inizio della mia università anche mio padre se ne andò di casa. Andò a vivere con Luisa.
Madeleine se ne rimase per quattro anni sola.
Né io né lui la cercammo in quel periodo. Ce ne sentivamo liberati. Né lei, del resto, ci cercò. Neppure me. Il suo petit, dear, klein Archi.

Quando Luisa mollò mio padre, lui non trovò di meglio che tornare da lei. Mia madre non gli disse di no. Mantenne però il letto coniugale per sé.
Io lo avevo sconsigliato dal compiere quel passo. Ma lui aveva sostenuto che, tutto sommato, era sua moglie. Anzi, aveva iniziato a spingere anche me all’idea del matrimonio.
Avevo Emma in quel periodo. Per la prima volta mi sembrava di amare una donna. Una donna piccola, mora, con occhi scuri. L’opposto di mia madre. Come tutte le mie donne.
Emma mi attraeva molto. Facevamo l’amore più volte al giorno. Poi, quando c’era il tempo, lei mi chiedeva di prenderla in braccio. E questo mi riempiva di tenerezza. Amava come una donna, ma cercava affetto come una bambina. Mi sedevo allora su una sedia della cucina e lei si metteva cavalcioni in braccio a me. Stavamo a lungo così. Io con lei in braccio che la carezzavo. Lei in braccio a me che mi baciava.
Con il ritorno di mio padre da Madeleine ripresi anch’io a fare visita alla casa dove avevo trascorso molti anni della mia vita.
Trovai mia madre cambiata. Ma dovessi dire perché non ne sarei in grado. So che pensai che forse non era cattiva, ma semplicemente pazza.

Purtroppo la mia diagnosi si rivelò esatta. Nel giro di pochi anni Madeleine Hendborg iniziò a dare letteralmente i numeri.
«Mania di persecuzione» ci disse senza mezzi termini il dottor Morandi. «Molto pericolosa» continuò «perché può essere di danno sia a se stessa sia a chi le sta intorno».
Tentammo di curarla in casa. Poi la decisione più logica fu di trasferirla in una clinica per malattie mentali.
Devo dire – in tutta sincerità – che non soffrii per la sua reclusione. Era stato, il nostro, un rapporto troppo anomalo. Troppo sofferto.
Ugualmente l’andavo a trovare con una certa regolarità. Mi colpiva – in quelle visite - il suo sguardo perso nel vuoto. Mi sembrava di scorgervi dietro qualcosa che avrei voluto essere in grado di interpretare. Ma mi era impossibile. E soffrivo di quella mia incapacità. Di quella mia impotenza.
Mia madre (che dopo la sua reclusione avevo ripreso a chiamare mutti e le vedevo allora un lieve sorriso distenderle le labbra) si spense improvvisamente. Era sola. Sola come forse era stata la sua vita. Per colpa di nessuno. O, forse, per colpa della vita. Come per tutti.

Mio padre, dopo la sua morte, continuò a vivere nella casa. Ma non si riappropriò del suo letto. Quello era diventato – nei nostri discorsi – il letto di Madeleine.
Io ero ormai un architetto piuttosto affermato. Con uno studio ben avviato. Ma quando mi presentavo a qualche nuovo cliente sovente mi succedeva che questi mi chiedesse: «Archibald? Come la poltrona della Frau?».
No, non era possibile. Perché quando nel 2009 fu presentata la poltrona disegnata da Massaud mia madre era già morta da anni.
E neppure Archibald come il radiatore a sei grucce di Leo Salzedo. Perché anche questo mi fu domandato. No, il radiatore era addirittura del 2007.
Per non parlare di quella stupida milanese a cui rifeci una cascina nel pavese.
«Oh, Archibald! Come Nate Archibald!».
«E chi sarebbe?»
«Ma uno dei personaggi principali della serie televisiva statunitense Gossip Girl !».
Cretina lei e cretina la madre che sovente l’accompagnava. Come quella volta che mi chiese: «Archibald… forse per lo scrittore Archibald Joseph Cronin, l’autore scozzese della Cittadella? Ero beata quando la guardavo in tv! Mi ero innamorata di Alberto Lupo! Che dottore affascinante! Se lo ricorda, architetto?».
«Mi dispiace deluderla, signora, perché anche Rosaria, la nostra donna di servizio, mi ha sempre detto meraviglie di quello sceneggiato. Ma all’epoca del bianco e nero io non ero ancora nato. Inoltre in casa nostra non c’è mai stato nessun libro di Cronin».
Fui un po’ stronzo quella volta. Lo ammetto. Ma ero in preda a una tal rabbia per quel nome così assurdo. Una rabbia verso quella pazza che era stata mia madre.
Devo dire che la mia risposta, decisamente poco professionale, non mi nocque dal punto di vista lavorativo, perché le due oche andarono ugualmente in estasi per il progetto che feci per la loro maledetta cascina.

Un giorno mio padre mi diede una chiave.
«Anche se vivi altrove, questa resta comunque casa tua. Come tuoi sono i gioielli di tua madre e tutto quello che la riguarda».
Poi aprì un cassetto nel suo studio – nello studio di Madeleine – e mi indicò un pacco di lettere tenute insieme da un nastrino di raso.
«Forse dovrei leggerle. Non ne ho il coraggio. Sono un vigliacco, lo so. Però i sensi di colpa… quelli ce li ho tutti».
Mi chiesi se quel coraggio l’avrei avuto io.

 

Sono trascorsi molti mesi. Solo oggi, di passaggio da qui, sono salito in casa. Mio padre non c’è. Sono andato deciso nello studio di Madeleine. Ho aperto il cassetto dello scrittoio e ho preso le lettere. Ho sciolto il nastrino e le lettere si sono sparse sul ripiano. Ho aperto la prima busta. Conteneva due lettere. Lo stesso la seconda e la terza e tutte le altre. In ogni busta due. La fotocopia di quella inviata da mia madre e quella, in risposta, di Ettore.
Non ricordo nessun Ettore tra gli amici dei miei.
Mi sono fatto forza e ho letto.
«Mia dolce Maddy, ogni volta che sono costretto a lasciarti è come se qualcosa si strappasse dentro di me. Uno strappo nell’anima. Oggi, poi, eri di una tale bellezza… ».
Non l’ho finita e ne ho aperta un’altra. Nuovamente questo Ettore a me sconosciuto
«Madeleine carissima, con te mi sono lasciato prendere dalla vita. Non mi parlare più né di debolezza né di dipendenza, perché quando ti esponi facendo trapelare il tuo sentimento non dimostri né l’una né l’altra, ma susciti in me una commozione che mai avevo conosciuto…».
Confesso che ho provato un certo imbarazzo… Ugualmente ho voluto continuare.
« …oggi avevo nelle mie braccia una donna e una bimba al tempo stesso e ne ero incantato ed ero felice del mio destino di uomo. Perché felice lo sono con te e la felicità che posso provare senza di te è un’altra felicità».
Mi è sembrato di capirne abbastanza… di capire che questo signore doveva avere amato mia madre. Forse in quei suoi quattro anni di solitudine e di abbandono.
Mi ha preso poi una strana frenesia. Non ho voluto più leggere del loro amore. Ho cercato solo, tra quelle carte, di sapere chi fosse mia madre e come e se fosse finita quella storia. Perché finita doveva essere se mio padre era rientrato in casa… Ho pensato che forse avrei trovato qualcosa nell’ultima. E in effetti era più grossa delle altre, quell’ultima busta… e c’era la fotocopia di uno scritto di mia madre. Lungo.
«Caro Ettore, ho riletto tutte le tue lettere. Non è la prima volta, sai? Era già successo. Quasi ogni volta che tu te ne andavi e io sentivo la necessità di tenerti ancora con me. Mi sembrava, leggendo le tue parole, di averti accanto. Di essere come quando, dopo l’amore, ti chiedevo di venirti in braccio. Io, a cavalcioni su di te, su quella seggiola, a farmi coccolare. Mi vergognavo di queste mie gambe lunghe che tu però trovavi belle e che mi carezzavi con tanta dolcezza mentre io ti baciavo.
Mi sono sempre chiesta perché gli uomini accarezzino e le donne bacino… Chissà! Avrei voluto essere piccola, in quei momenti. E tu forse così mi sentivi. E così io mi sentivo in braccio a te. Quanto amore mi hai dato! Quanto amore a quella bambina “cattiva” che veniva chiusa in una cantina con i topi da una madre troppo severa. Tu hai sempre capito che non lo ero. Che non ero cattiva. Ma chi altro? Né i miei genitori né mio marito né mio figlio. Ed ora è proprio di quest’ultimo che ti devo parlare. Del mio Archibald. Del resto sei l’unico a sapere anche il perché del suo nome. Banale forse per noi due. Non per gli altri. Il cantautore già amato da una giovanissima Madeleine… Poi riassaporato con te. Il nostro Georges… Georges Brassens. E il suo “Oncle Archibald”. Conservo ancora quel nastro che mi hai inciso: un Oncle Archibald dopo l’altro. Un nastro tutto con quell’unica canzone…
Che bello! Che poesia! La paura della morte che poi diventa amore per la morte con cui zio Archibald va a braccetto perché capisce che solo tra le sue braccia sarà fuori dalla portata dei cani, dei lupi, degli uomini e degli imbecilli. E, ancora, i due a braccetto per sposarsi… quando si rende conto che la morte non è così cattiva!
… «Si tu te couches dans mes bras/ Alors la vie te semblera/ Plus facile/ Tu y seras hors de portée/ Des chiens, des loups, des hommes et des/ Imbéciles,/ Imbéciles» … Et mon oncle emboîta le pas/ De la belle, qui ne semblait pas/ Si féroce…
Anch’io ho avuto paura della morte fin da piccola. Quando, rinchiusa in quella buia cantina, sentivo lo squittire dei topi o, peggio, li vedevo passare. Per me i topi erano la morte. Peggio della morte. Quella severità assurda e crudele di mia madre mi ha segnata per la vita. Per mia madre io restavo comunque la figlia della colpa. Anche dopo che lei sposò il suo console.
Anch’io ho sentito serpeggiare in me certe forme di crudeltà… così… all’improvviso… Col tempo però sono riuscita a perdonarla. Ho capito che, in qualche strano modo, anche lei mi aveva amata. Forse in un modo tutto suo. Magari inspiegabile.
L’ho capito quando se n’è andata. Perché, come sempre, troppo tardi si capiscono le cose.
Con la morte poi ho fatto amicizia. Per lui. Per Brassens. E ho pensato che, come zio Archibald, anch’io avrei potuto andare a braccetto con lei.
Ma i topi sono rimasti. Emblemi di paura… paura non più della morte, ma del sesso.
Sono nata da un incontro illecito (fui concepita prima che il console sposasse mia madre) quando ancora si dava importanza a queste cose e, in certo qual modo, ho rovinato la vita di mia madre. E lei a me. E io… sì, credo anch’io di averla rovinata ad Archibald. A mio figlio.
Il contatto fisico mi ha sempre terrorizzata. Mai sono stata baciata da mia madre. Mai ho baciato mio figlio. È orribile, lo so, per una persona normale. Ma io normale non sono mai stata.
Ho sposato mio marito perché credevo di amarlo, ma quando lui mi si avvicinava provavo pudore… un pudore esagerato. Era vergogna la mia, più che pudore. Mi vergognavo della mia carne e non volevo vedere la sua. Il sesso era qualcosa di inverecondo. Ho subito il suo ‘amore’ come una violenza fisica…
La verità era che il sesso mi disgustava come qualcosa di sporco e di volgare. Poi ho conosciuto te e tutto è cambiato. E finalmente ho provato il piacere della carne come qualcosa di naturale. Di più: come qualcosa di molto bello. Qualcosa che appagava completamente anche il mio spirito.
Ma da giorni non faccio che pensare ad Archi, alla pessima madre che sono stata per lui. E mi chiedo se, anche ora che vive lontano ed è ormai un uomo, sarebbe felice di avere una madre con un amante. Allora, di nuovo, ha preso il sopravvento il mio schifo per il corpo e per il sesso e penso di non volere essere quella che sono.
Tu sei il mio amante perché mi ami. Sei il mio amante in senso etimologico. Ciò non toglie che io con te faccia l’amore. E sia felice di farlo. E aspetti il momento di farlo. E ne provi un piacere immenso. E, nei giorni in cui non ci sei, ti desideri prepotentemente.
E questo non mi piace. Perché credo che a mio figlio non piacerebbe. Perché a nessun figlio piace. Come potrei, poi, giustificarmi con lui che non ho mai toccato?
Perdonami, Ettore, ma forse non ero e non sono fatta per l’amore.
Ora voglio un’unica cosa. Essere una brava madre per il mio Archi e non dovermi vergognare con lui.
Con questo scritto, signor Cognasso, La prego allora di uscire dalla mia vita, di non scrivermi più, di cancellare dalla Sua mente qualunque pensiero al mio riguardo, di ricordarsi che Madeleine Hendborg è solo ed esclusivamente la madre di Archibald Sereni.

Ho ripensato a quello sguardo perso nel vuoto quando la visitavo nella clinica per malattie mentali. Con chi era? Con Ettore Cognasso? Con me? Con quel mio padre che aveva creduto di amare? Rivedeva la madre crudele? Riviveva il terrore della cantina e dei topi?

Tra poco dovrò ripartire. Mi chiedo se portarmi via questa lettera e rileggerla con calma. Vorrei conoscere Ettore… scusarmi con lui. Dirgli che non è stata colpa mia… che io mai avrei voluto o preteso… parlargli della clinica… Ma, al momento, è meglio che la lasci qui. Tornerò un’altra volta. Con più tempo.
D’altronde a casa mi aspetta Emma. Quando arriverò – anche se sarà tardi - faremo l’amore. Poi, come sempre, la prenderò in braccio. La carezzerò e lei mi bacerà.
La stringerò a me, ma il mio pensiero sarà per la mia mutti.
Per la mia mutti in braccio al suo Ettore.

 

Lucca, 29 gennaio 2011

 

 

 La foto di apertura è dell'Autrice

Mariapia Frigerio - 07-06-2015 - Tutti i diritti riservati

Mariapia Frigerio

Dopo aver trascorso l’infanzia a Milano, la giovinezza a Torino dove, dopo il liceo classico, negli anni universitari, si è occupata di marionette lavorando nello storico Teatro dei Lupi, è arrivata in Toscana per amore. Ha collaborato con le sezioni didattiche degli Uffizi e di Palazzo Mansi. Per quattro anni ha narrato fiabe per il Ciscu a Lucca, città dove vive e attualmente insegna, dopo anni di storia dell’arte, lettere.

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