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Attendendo Lampante

Dal 25 aprile al 3 novembre le sale e gli spazi esterni del Castello di Gallipoli, in provincia di Lecce, ospiteranno la mostra Lampante. Gallipoli, città dell’olio, a cura di Luigi Orione Amato, mia e di Raffaela Zizzari. Il porto della città salentina, tra la fine del Quattrocento e sino all'ultimo quarto dell'Ottocento, fu la più importante piazza commerciale europea per l’esportazione dell’olio ad uso industriale

Antonio Monte

Attendendo Lampante

La produzione dell'oro liquido avveniva in strutture ipogee realizzate appositamente per la produzione di "olio lampante", cioè un prodotto molto grasso e molto richiesto in tutta Europa da utilizzare solo ed esclusivamente per l'illuminazione, per fare il sapone e per lubrificare (grazie alle sue peculiari caratteristiche) le macchine dell'industria laniera e non solo. Pertanto era un olio per uso industriale e non alimentare. Infatti Gallipoli, già tra la fine del Quattrocento e sino all'ultimo quarto dell'Ottocento, fu la più importante piazza commerciale europea per l’esportazione dell’olio ad uso industriale. 

Philipp Hackert.Veduta del porto di Gallipoli, 1790

Cosimo De Giorgi nei suoi Bozzetti di viaggiolo conferma scrivendo: “[...] La ricchezza di Gallipoli sta tutta nel commercio dell’olio: e la sua piazza va tra le prime e più importanti del regno. I lanifici inglesi, russi, olandesi, belgi e tedeschi mandano qui tutti gli anni nei mesi autunnali e primaverili le loro navi per caricare quell’oro liquido [...]”. 

Pertanto, Gallipoli per sette mesi ritorna ad essere la “capitale” europea dell’olio lampante, grazie ad una mostra che celebra e racconta quel prezioso liquido che ha retto, per oltre tre secoli, l’economia dell’intera Terra d’Otranto, grazie alla quale è stato possibile edificare chiese, conventi, monasteri e palazzi gentilizi.  Oggi, 24 aprile, alle ore 18 vernissage.

Dal 25 aprile al 3 novembrele sale e gli spazi esterni del Castello di Gallipoli, in provincia di Lecce, ospiteranno la mostra: “Lampante. Gallipoli, città dell’olio”.

La mostra è a cura di Luigi Orione Amato, Antonio Monte e Raffaela Zizzari.

Castrì di Lecce. Trappeto ipogeo

La  storia è raccontata attraverso un percorso sull'archeologia dell'oliocon i reperti provenienti dal Museo Sigismondo Castromediano di Lecce a cura di Anna Lucia Tempesta; una selezione della preziosa collezione di lucerne storiche e rare del Museo dell'olivo e dell'olio della Fondazione Lungarotti di Torgiano in Umbria; una originale raccolta dei contenitori di olio provenienti da Casa Vestita di Grottaglie; una selezione di cimeli dello storico saponificioL'Abbate di Fasano; un’inedita collezione privata di utensili dei noti maestri bottai Tarantino; un lampione originale della seconda metà dell’800 proveniente da una strada del centro storico di Dublinograzie al prestito e alla collaborazione con la Fondazione Neri-Museo italiano della ghisa di Longiano. Un torchio a due viti del tipo "alla calabrese" proveniente dall'istituendo MiA-Museo di Archeologia Industriale di Maglie e un torchio a una vite del tipo "alla genovese" della Cantina Fiorentino di Galatina. 

Un trappeto ipogeo del tipo a sangue

Non mancheranno le contaminazioni con l’arte e il contemporaneo grazie a “Cavalieri ardenti”, l’antologica di Armando Marroccoa cura diToti Carpentieri che vede una sequenza di opere storiche nelle quali, tra antropologia e sacralità, si riconosce al lampante l’inequivocabile status di materia creativa; una installazione site specific "Un mare di luce” e una mostra fotografica degli ulivi secolari di Puglia di Giovanni Resta. 

Alcune delle lucerne esposte

Il lampione che illuminava Dublino

Manifesto di Achille Mauzan per il saponificio L'Abbate

La sala dedicata al sapone e alle botti

Infine, sarà possibile immergersi in un trappeto ipogeo grazie alla realtà virtuale a cura di Francesco Gabellone, architetto e ricercatore del Cnr-Istituto per i beni archeologici e monumentali di Lecce, coadiuvato da Maria Chiffi, con la mia consulenza scientifica.

 

 

Le foto sono di Antonio Monte. Quella di apertura: Un mare di luce nella casamatta.

 

 

 

 

 

Antonio Monte - 23-04-2019 - Tutti i diritti riservati

Antonio Monte

Architetto, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali, con esperienze di docenza in architettura del paesaggio e patrimonio industriale, lavora da lungo tempo a una serie di progetti di recupero di spazi e opifici comunemente definiti "archeologia industriale". Tante le pubblicazioni all'attivo, tra cui si segnalano "Frantoi ipogei del Salento" (Edizioni del Grifo, 1995), "Le miniere dell'oro liquido. Archeologia Industriale in Terra d’Otranto: i frantoi ipogei" (Edizioni del Grifo, 2000) e "L’antica industria dell’olio. Itinerari di archeologia industriale nel Salento" (Edizioni del Grifo, 2003).

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