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Che ci faccio qui?

Come si presenta il mondo del vino italiano in Giappone? Per i lettori di Olio Officina Magazine, riportiamo l’intervento del vignaiolo, olivicoltore e giornalista Felice Modica al club degli amatori del vino italiano, pronunciato lo scorso 12 maggio al ristorante della casa editrice Bunryu di Tokyo: “Penso che la cucina sia una cosa maledettamente seria: una scienza esatta, come la matematica. Le invenzioni possono permettersele in pochi”

Felice Modica

Che ci faccio qui?

Signore e Signori, buon pomeriggio. E’ per me un grande onore essere accolto nel Vostro club in qualità di “ambasciatore del vino italiano”. Ringrazio il professor Nobuo Nishimura che, generosamente, non solo ha accettato un’intervista, ma ha voluto concedermi l’opportunità di parlare del mio Paese e della mia azienda, fungendo da interprete d’eccezione. E ringrazio tutti Voi per la pazienza che avrete nell’ascoltarmi.
Mi chiamo Felice Modica, rappresento la settima generazione di una famiglia siciliana di viticoltori ed olivicoltori e vengo dalla Sicilia, precisamente da Noto, in provincia di Siracusa.

So che, per le strane coincidenze della vita, anche in Giappone esiste un luogo chiamato Noto. L’ho appreso da un libro della vostra brava e giovane scrittrice Ogawa Ito, La cena degli addii, pubblicato alcuni anni fa dall’editore italiano Neri Pozza (dopo Il ristorante dell’amore ritrovato). Qui si parla della “penisola di Noto”, luogo turistico in cui, nella finzione del racconto, grazie ad un buon pasto diventa meno dolorosa l’interruzione di un legame affettivo. Precisamente, “il tipico aroma speziato dei funghi matsutake, il sashimi di cernia macerata con alga konbu e tanto sake fanno dileguare per un istante rimpianti e tristezza dell’addio”... Dice una protagonista del volume che “Non c’è niente di più bello che mangiare del buon cibo. Il cibo può rendere felici ed è la sola cosa al mondo che, almeno per qualche istante, permette di dimenticare tutte le pene e i dolori”. Sono assolutamente d’accordo.

Un altro punto di contatto, stavolta doloroso, esiste tra la mia terra e la Vostra: sono entrambe terre “ballerine”. La Noto siciliana fu completamente distrutta nel 1693 da un terremoto devastante. Fu ricostruita 15 km più in basso e, grazie alla sua unità stilistica, divenne il più bell’esempio di architettura tardo barocca d’Europa. Tanto da essere nominata dall’Unesco capitale europea del barocco.

Siamo geograficamente più a Sud di Tunisi, ma le nostre radici culturali sono profondamente europee. E, quando la natura crudelmente ci colpisce, abbiamo dimostrato di saper risorgere meglio di prima…
La mia città, inoltre, è gemellata con la città di Kyoto. Si tratta di un gemellaggio recente, che risale alla primavera di tre anni orsono quando “l’Infiorata di Noto”, ovvero l’usanza di realizzare alcuni disegni coi fiori sulla più bella strada del paese, venne dedicata al Giappone.

Mi inorgoglisce e un po’ anche mi emoziona, presentarmi a Voi, in un certo senso, in rappresentanza del cibo siciliano. Il cibo è cultura e meglio di qualsiasi altra cosa rappresenta la nostra identità. Io sono un figlio del Mediterraneo, nella mia terra si coltivano le viti e gli ulivi e i piatti della tradizione, in qualche modo si legano alla terra ed al mare, all’olio e al vino. Sono nati dal sole, da una natura generosa che ad ogni stagione da’ i suoi frutti. Penso che la cucina sia una cosa maledettamente seria: una scienza esatta, come la matematica. Le invenzioni possono permettersele in pochi. Prima di dipingere alla maniera di Picasso, occorrono solide basi. Si deve conoscere la chimica degli elementi, essere certi di cosa succeda manipolando il cibo. E ci vuole rispetto per le materie prime. A volte è per me un’autentica sofferenza vedere un cuoco presuntuoso che uccide un’altra volta una magnifica fetta di tonno impiastricciandola con salse di pistacchio abbrustolito che ne mortificano la freschezza e i profumi. Mentre, con umiltà, sarebbe bastato un veloce passaggio sulla piastra bollente, un filo d’olio, un goccio di limone, per farne un piatto da re: elegante nella sua semplicità.

La mia famiglia era proprietaria di tonnare, attive fino agli anni Cinquanta del Novecento e, come probabilmente sapete, il tonno rosso del Mediterraneo è fra i più buoni del mondo. Sempre nel nome della semplicità, vi dico qual è il mio piatto preferito, che considero ogni volta un’occasione di festa, in armonia coi cicli naturali del raccolto. Noi coltiviamo gli ulivi e raccogliamo, a mano o meccanicamente, le olive già nel mese di settembre. Quando cominciano appena a tingersi di nero. E’ quello il momento giusto per portarle al frantoio. E molirle immediatamente dopo la raccolta. Ecco, se non lo avete provato, venite a casa mia dalla metà di settembre in poi e ve lo farò provare: l’olio appena franto, col suo profumo inebriante, che vi pizzica la lingua e il palato e quasi vi fa lacrimare gli occhi, in una sensazione di assoluto piacere. Mettetene un filo su un bel piatto di spaghetti al dente, condite con abbondante formaggio caciocavallo stagionato ragusano (in mancanza, anche pecorino o ricotta salata) e mangerete un altro cibo da dei. Facilissimo da preparare, impossibile da dimenticare. C’è qui un concentrato di Sicilia-cuore mediterraneo: la pasta di grano duro (preferibilmente fatta in casa), il formaggio dei monti Iblei, il succo meraviglioso delle olive. Aggiungete un bel bicchiere di vino rosso da nero d’Avola e avrete la carta d’identità del più tipico cibo di Sicilia!

Ancora, dai prodotti dell’orto, nasce la caponata, altro piatto siciliano per eccellenza. Si tratta di uno fra i più noti antipasti, composto da verdure fritte e condite con salsa agrodolce. Dalle nostre magnifiche melanzane nasce poi la parmigiana, fatta appunto con melanzane fritte, formaggio, salsa di pomodoro, olio d’oliva. Impossibile non accompagnare questi piatti col pane fatto in casa, il ricordo del cui profumo mi fa già venire l’acquolina.

Che dire poi, della pasta con le sarde, ricetta di Palermo, con varianti in tutta l’isola, a base di pesce azzurro, mollica di pane e finocchio selvatico. Il pesce azzurro, un tempo il cibo dei poveri, oggi ricercatissimo, segna la nostra identità gastronomica con piatti memorabili come le sarde “a beccafico”, inserite addirittura, dal nostro Ministero per le Politiche Agricole, nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T). Le sarde vengono preparate al forno, arrotolate intorno ad un composto di pan grattato, aglio e prezzemolo tritati, uva passa, pinoli, sale, pepe e, naturalmente, olio d’oliva.

Mi piace citare anche il coniglio alla cacciatora, fritto, condito con tante verdure e olive preparate singolarmente e poi assemblate. Sto elencando i piatti che mi piacciono di più, quelli semplici di cui mai ci si stanca, che sceglierei se dovessi mangiare solo quello per tutta la vita. E allora devo fare riferimento alle granite. A quelle di fragola e di mandorla, o di gelsi neri, o di caffè, con un alto colletto di panna, che sono un vanto della Sicilia sud orientale da cui provengo.

Nella parte occidentale, palermitana, trionfano invece i gelati. Un viaggio in Sicilia lo meritano, da sole, le cassatine di Noto, la mia città: un dolce di crema di ricotta ricoperta da glassa di pistacchio di Bronte e da canditi. Esiste una sostanziale differenza tra le scuole pasticcere della Sicilia occidentale ed orientale. Più barocca, perfezionatasi nei conventi delle monache di clausura, a tratti addirittura rococò, la prima: con una cassata decorata da perline d’argento, coloratissima, sontuosa ed imponente. Più sobria, elegante con meno ostentazioni, in quanto storicamente più povera, la Sicilia orientale. Due realtà profondamente radicate nell’animo siciliano, rappresentative di mondi confinanti eppure diversi.

Ecco, se parlo del cibo della mia terra, mi vengono in mente tutte queste cose, ciascuna delle quali, se sviluppata, potrebbe occupare lo spazio di un trattato. Ma io non sono qui per fare il critico enogastronomico, quanto per manifestarvi il mio amore, quasi carnale per il buon cibo. Sperando di destare il Vostro interesse, che queste mie povere parole facciano sorgere in Voi il desiderio di compiere un viaggio in Sicilia. Ci tengo molto, perché il mio interesse verso il Giappone è assai più che la fascinazione dell’esotico. Per lavoro e passione, ho viaggiato e viaggio abbastanza. La prima cosa di cui mi sono sempre preoccupato, prima di intraprendere un viaggio, è: “quali libri mettere in valigia?” Non quali indumenti – per quelli si può sempre rimediare - quali libri.

Il viaggio inizia prima, mentre lo si programma e non termina al ritorno, sviluppandosi nel ricordo e nella rielaborazione delle esperienze vissute. Il Giappone ho cominciato ad ammirarlo e a desiderarlo, da ragazzo, quando mi capitò tra le mani Ore giapponesi di Fosco Maraini. Un libro che non esito a definire un capolavoro e che, nonostante gli anni e le sue numerose ristampe, continua a costituire una guida attuale per chiunque voglia provare ad avvicinarsi con curiosità e rispetto alla vostra straordinaria civiltà.
Credo che Maraini abbia gettato un ponte molto solido tra Oriente e Occidente, fornendo al lettore una chiave di lettura sempre valida per tentare di interpretare il Giappone.

Convinto, per formazione culturale, del primato della libertà, quale principio regolatore di ogni rapporto pubblico o privato, sono rimasto molto colpito, già dal primo impatto con l’universo giapponese. Libertà non vuol dire anarchia, ma rispetto delle regole, senso civico e capacità di coabitazione. In Giappone tutto questo si percepisce subito, appena ad un contatto epidermico. L’educazione orientale, la naturale eleganza dei gesti, la stessa complicata burocrazia che, funzionando come un orologio, dimostra di non essere poi “troppo” complicata. Per chi, come me, viene da un Occidente che sembra aver smarrito il senso delle gerarchie, ogni rispetto per le forme (che sono, sempre, sostanza…), questo è un Paradiso… Un paese civile, che osserva la religione del lavoro e in cui l’educazione è ancora un valore, che non ha relegato in soffitta, tra le inutili anticaglie, il senso del dovere e dell’onore… beh, è un Paese che io ammiro e rispetto moltissimo e nel quale sarei onorato di vivere.

Ho ancora visto molto poco di questa Nazione. E, pur se ho imparato subito a riconoscerne, tra i grattacieli immensi e splendenti, nel caos ordinato della megalopoli, gli angoli di quiete e perfetta armonia, quei luoghi segreti e nascosti in cui i numi protettori Shinto esercitano il loro benevolente dominio, capisco che voler leggere il Giappone dal volto della sua capitale equivale a tentare di individuare nel neonato i tratti del trisavolo…

Spero di avere ancora occasione, in futuro, di visitare anche il resto: la bellissima campagna, i centri più piccoli, ciò che non è solo turistico. E per far questo occorrerebbe, prima di tutto, avvicinarsi seriamente e con umiltà alla vostra lingua, non facile per un occidentale.
Chissà, in un’altra vita… Per alcuni fra Voi, un’affermazione del genere potrebbe essere non del tutto paradossale…
Intanto, mi accontento dell’attuale opportunità offertami dal lavoro di agricoltore. E ringrazio ancora di cuore tutti Voi!

 

Felice Modica - 22-05-2015 - Tutti i diritti riservati

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Felice Modica

Agricoltore e giornalista. Produce olio, vino e birra nell'azienda di famiglia. Si occupa di libri. Adora i cani e i gatti. Passato ormai il mezzo secolo, è rimasto coi piedi saldamente sulle nuvole.

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