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Come ti comunico l’olio

Dall'olio industrialmente puro all'olio d'alta quota: dal passato all'avanguardia della futura comunicazione. Uno studio comparativo tra vecchie modalità comunicative (nel periodo tra le due guerre, prendendo come riferimento un reportage del 1926, tratto dalla rivista L'illustrazione italiana) riguardo produzione e commercio italiano dell'olio d'oliva – con messaggi perseguenti soprattutto idee di omogeneizzazione, purezza e standardizzazione di prodotto – e i più attuali (e forse anche futuri) messaggi, fondati, al contrario, sulla differenziazione delle specifiche cultivar e di specifiche situazioni ambientali

Giuseppe Stagnitto, Flavio Lenardon

Come ti comunico l’olio

Scopo dell'articolo è un breve studio comparativo tra vecchie modalità comunicative (nel periodo tra le due guerre, prendendo come riferimento un reportage del 1926, tratto dalla rivista L'illustrazione italiana) riguardo produzione e commercio italiano dell'olio d'oliva - con messaggi perseguenti soprattutto idee di omogeneizzazione, purezza e standardizzazione di prodotto - e i più attuali (e forse anche futuri) messaggi, fondati, al contrario, sulla differenziazione delle specifiche cultivar e di specifiche situazioni ambientali.

Gli autori sono da anni impegnati nel delineare il concetto e la prassi di un nuovo modello di agire economico, la cui attività di "imprenditoria integrale" è descritta dal termine "sinduzione", da essi coniato. Il neologismo esprime una sintesi originale di uomini, simboli e mezzi, allo scopo di restituire ad una comunità umana e ad un territorio la dignità e la prosperità che derivano dalla riscoperta della propria identità culturale e la conseguente rinascita delle condizioni per la produzione e la vendita di un prodotto specifico.

Nel caso specifico, i contadini che avevano ereditato oliveti d'alta quota avevano letteralmente "dimenticato" il motivo stesso per cui i loro avi avevano terrazzato le montagne in zone così impervie e ai limiti stessi della possibile fruttificazione: il motivo era l'inarrivabile qualità dell'olio che si poteva ottenere da piante cresciute in tali estreme condizioni di stress.
Purtroppo, sino ad oggi, la mano pubblica ha spesso irrazionalmente assecondato una omogeneizzazione dell'olio prodotto, non favorendo quella differenziazione fondata sul riconoscimento ambientale (non necessariamente geografico) specifico del luogo d'origine, che avrebbe salvato questa "coltivazione estrema" e, di riflesso, avrebbe salvato l'intero sistema dei terrazzamenti che costituisce la salute idrogeologica del territorio.

L'Azienda che opera in modo "sinduttivo" agisce consapevolmente a più livelli, inseguendo integralmente lo "spettro" degli interessi di quell'organismo vivente che essa è. La stampa specializzata (IL SOLE 24 ORE) ha definito questo complesso di attività "un network della sostenibilità agro-alimentare e ambientale": in questo caso è stato necessario fondare un "impresa con responsabilità politica", un movimento culturale (TreeDream) e delineare un piano d’azione concreto che è stato reso pubblico.

La comunicazione dell'olio, di conseguenza, deve prendere coscienza del suo nuovo compito attuale e futuro. Non si tratta più soltanto di persuadere al consumo di un prodotto, anche se unico su scala mondiale, giovando così alla "ricchezza nazionale e privata" (secondo l'espressione riportata nel reportage del 1926 analizzato in questo articolo).
Si tratta, soprattutto, di annunciare che alcuni coraggiosi vogliono "ritrovare lo spirito delle origini", secondo la felice espressione utilizzata da Luigi Caricato nell'ATLANTE DEGLI OLI ITALIANI, là dove parla proprio del movimento culturale TreeDream.

La rinascita dell'olivicoltura d'alta quota acquista così valore morale e civile: gli autori intendono procedere lungo la via già avviata per differenziare un prodotto oggettivamente superiore, perché si potrebbe essere ancora in tempo per salvare meravigliosi territori, evitare disastri ecologici (è il sistema dei terrazzamenti montani che protegge dalle frane) e probabilmente salvare anche vite umane.

INDICE DELL'ARTICOLO

1. Due momenti radicalmente differenti nella comunicazione dell'olio d'oliva
2. Luigi Caricato pioniere della svolta comunicativa riguardo l'olio d'alta quota
3. Il reportage sull'industria dell'olio ligure del 1926
4. Ieri: la vasta e complessa industria della lavorazione dell'olio
5. Oggi: l'olio è puro se si ottiene semplicemente spremendolo dal frutto
6. Ieri: gli industriali oleari liguri, giganti di volere e d'audacia
7. Oggi: gli attuali eroi dell'olivicoltura estrema dell'alta quota
8. Ieri: un esercito di ulivi, ordinati, rigogliosi e sempre verdi
9. Oggi: gli spettacolari muri di sostegno degli oliveti d'alta quota
10. Sintesi comparativa tra vecchia e nuova modalità comunicative
11. Il valore morale e civile della rinascita dell'olivicoltura d'alta quota


1. Due momenti radicalmente differenti nella comunicazione dell'olio d'oliva

In questo articolo confronteremo, per trarne utili riflessioni, due momenti radicalmente differenti nella comunicazione dell'olio:

- i testi e le immagini di un reportage del 1926, tratto dalla rivista L'illustrazione italiana, quale emblematico documento di nazionale orgoglio "industriale"; il messaggio trasmesso al lettore è chiaro: l'olio da rudimentale prodotto contadino si è finalmente evoluto allo stato di olio "puro", vale a dire è stato "rettificato chimicamente", come doveva essere per le esigenze della modernità;

- i concetti seguiti, a partire dall'anno 2005, nella differenziazione dell'olio d'alta quota, prodotto che allo stato attuale, rappresenta - per il mondo dell'olio - autentici aspetti di "novità comunicativa"; il messaggio è altrettanto chiaro e diametralmente opposto: l'olio d'oliva deve ottenersi semplicemente spremendo le olive e quindi la qualità dell'oliva ne determina la virtù: poiché l'oliva d'alta quota è qualitativamente superiore (rispetto alla stessa cultivar a quota inferiore), è l'olio d'alta quota che rappresenta il non plus ultra tra gli oli d'oliva.

Ovviamente, tra i due momenti, corre la distinzione commerciale riguardo l'olio "extravergine" d'oliva, introdotta dalla legge 1407 del 1960: la nuova dizione indica, fatti salvi certi parametri, proprio l'olio estratto esclusivamente con procedimenti meccanici, secondo tradizione millenaria.


2. Luigi Caricato pioniere della svolta comunicativa riguardo l'olio d'alta quota


Pioniere indiscusso nell'attività di differenziazione dell'olio d'alta quota è stato Luigi Caricato. Nel suo libro Extravergini d'alta quota (2005) aveva scritto: occorre "far comprendere i motivi per cui gli oli di montagna abbiano costi di produzione del tutto differenti, ma anche un profilo sia chimico-fisico, sia sensoriale diverso rispetto a oli di pianura".

Sul tema della comunicazione dell'olio, Luigi Caricato, ha investito tanta parte della sua attività di scrittore e di giornalista, senza mai stancarsi di stimolare il settore perché sperimenti strategie comunicative sempre più efficaci e corrette.
In particolare nella sua lectio magistralis del 30 aprile 2010, a Spoleto, in occasione dell'assemblea annuale dell'Accademia nazionale dell'olivo e dell'olio, ha chiarito:

"L’errore che oggi si compie di frequente, consiste nel valutare positivamente la comunicazione sull’olio e intorno all’olio basandosi non tanto sulla effettiva qualità dei messaggi, quanto sulla quantità delle comunicazioni trasmesse."

Luigi Caricato, pertanto, stimola gli operatori del mondo dell'olio affinché adottino modalità comunicative più schiette e leali.
Nella nostra ottica, il cittadino deve essere informato della conseguenza delle sue scelte perché la sua scelta comporta responsabilità "politiche": riprenderemo questo importante argomento nella sezione 10 di questo articolo.


3. Il reportage sull'industria dell'olio ligure del 1926

Come noto, L'illustrazione italiana (1873- 1962) è stata una diffusissima rivista settimanale italiana con sede a Milano.
Grazie alla diligenza dell'amico Salvatore Malinverni di Zerbo (Pavia), cultore di storia locale e nazionale, appassionato collezionista, curatore di apprezzate mostre sulla storia dei giornali e delle riviste più importanti del nostro Paese, abbiamo avuto modo di studiare con grande interesse il n.7 del 14 febbraio 1926, di cui riportiamo la copertina.

Infatti questo numero della rivista, da pag. 173 a pag. 211, è dedicato al seguente tema: "LA RIVIERA LIGURE E L'OLIVO", un reportage con firma di M. V. Gastaldi.
Rimandiamo il lettore interessato alla consultazione diretta del lungo articolo, in quanto la rivista è stata digitalizzata presso la Biblioteca di archeologia e storia dell'arte (annate 1875-1932).
Per aumentare la qualità delle immagini, tuttavia, abbiamo operato una digitalizzazione diretta di quelle riportate in questo articolo.


4. Ieri: la vasta e complessa industria della lavorazione dell'olio


La prima cosa che colpisce l'odierno lettore è il fatto che l'articolista sottolinea, con evidente compiacimento, l'accostamento delle due parole industria e olio.

In particolare (pag 174) è vantato "il rigoglio della vasta industria ligure per la lavorazione dell'olio"; l'articolista ritiene opportuno insistere su "questa evoluzione tecnica nella serie dei comuni processi lavorativi, che è la raffinazione dell'olio".

Riportiamo un brano significativo.

Sostai alla soglia di taluni grandi e moderni opifici ove l'olio si lavora e si prepara; e il fervore alacre della fatica quotidiana ch'entro di essi si assolveva, mi prese e mi spinse tra le veloci macchine e gli enormi lambicchi dove il prodotto del singolare ulivo di riviera segue tutta una complessa lavorazione intesa a renderlo assolutamente puro, accetto ai vari gusti dei consumatori e raffinato per tutti i tipi.

M. V. Gastaldi, L'Illustrazione Italiana,1926, n.7, pag. 174

Chi oggi utilizzerebbe affermazioni di questo tipo, non solo per l'olio ma per qualsiasi tipo di alimento?


5. Oggi: l'olio è puro se si ottiene semplicemente spremendolo dal frutto


Pertanto, nella comunicazione del 1926, l'olio è un prodotto che diventa buono solo se sottoposto ad un procedimento sofisticato industriale.
Oggi, al contrario, è vantata l'assenza di lavorazioni oltre le indispensabili.

"Se dovessi tracciare l’identikit dell’olio extra vergine di oliva, e cercare di chiarire ai consumatori il senso di un prodotto così altamente simbolico, avrei una espressione molto convincente. La straordinarietà dell’olio che si ricava dalle olive è sic et simpliciter un “olio da frutto”. Il primo concetto da fissare in mente è che l’olio che si ricava dalle olive è un olio da frutto e non un olio da seme. Particolare non secondario, visto che la pianta elabora una serie di composti a difesa del frutto stesso, i quali costituiscono un prezioso patrimonio in termini di nutrienti e di agenti antiossidanti. Il seme, al contrario, essendo ben protetto, proprio perché racchiuso nel frutto, non ha le medesime proprietà. - "E’ sufficiente una semplice spremitura del frutto per ottenere l’olio extra vergine di oliva, così come la natura lo elabora nel frutto. Da qui il senso di un nome che andrebbe valorizzato: il puro succo di oliva."

Luigi Caricato

 

6. Ieri: gli industriali oleari liguri, giganti di volere e d'audacia


L'articolista esalta "l'indomabile attività di alcuni giganti di volere e d'audacia che davano cominciamento ad un rivolgimento, scientificamente importante e tecnicamente perfetto nella preparazione dell'olio d'oliva" (pag. 174).

 

Sono riportati, tra gli altri, dati biografici di tre imprenditori: Giuseppe Guidi, Pietro Isnardi, Carlo Daneri. E' interessante, nel brano relativo a Pietro Isnardi, leggere del suo lavoro assiduo e costante di persuasione e di propaganda dato che, inizialmente, l'esito del commercio era incerto, in quanto l'uso dell'olio d'oliva non era ancora entrato nelle abitudini domestiche, soprattutto in Italia settentrionale.

 

- Giuseppe Guidi, Direttore della Ditta Escoffier di San Remo.

La vasta e molteplice attività della Casa [Escoffier] veniva riconosciuta dall'ex ministro Nitti che, in data 1 marzo 1912, otteneva dal Sovrano la Croce di Cavaliere al merito del lavoro per Alessandro Escoffier figlio, tenace pioniere dell'Azienda e valido assertore dell'operosità italica. (...)
Alessandro Escoffier moriva il mattino del primo gennaio 1913 e s'aveva largo rimpianto in schietto tributo di stima e di riconoscenza. Coadiuvato dal vecchio e fedele personale, continua degnamente la grande opera del fondatore, il signor Giuseppe Guidi, nipote del cav. Escoffier. attuale consocio e direttore di quest'antica e rinomata Ditta, il cui nome, ripetiamo, sulla giusta valorizzazione dei mercati internazionali, ha richiamato gli attributi di laboriosità, onestà, garanzia perfetta di purezza e bontà insuperabile di prodotto.
M. V. Gastaldi, L'Illustrazione Italiana,1926, n.7, pag. 194-195


- Pietro Isnardi, fondatore della Casa Isnardi di Oneglia.

Pietro Isnardi, Commendatore della Corona d'Italia, e Fornitore della Casa Reale (...) pioniere audace dell'industria olearia in Italia, seppe subito affermarsi nella natia Oneglia, iniziando il suo cammino da modesto impiegato, ma rivelandosi subito provvisto di eccezionali doti, così da conquistarsi la piena fiducia dei suoi principali di allora, Ditta Agnesi e Giaccone, che gli affidarono le mansioni e gli incarichi più delicati e difficoltosi, sino a farlo andare nella capitale della Germania - venti anni e tran'anni fa - per studiare ed attuare l'introduzione e la vendita dell'olio d'oliva in quel paese ed istituirvi una Filiale della Ditta. Ne ritornò perfettamente formato, diventando uno dei più preziosi collaboratori della Ditta, per arrivare poi, con la sola forza dell'ingegno e la tenacia della sua stirpe, a creare la sua Azienda e diventare, per solo merito del suo lavoro, uno dei più quotati industriali (...).
La Casa, sempre diretta dal comm. Isnardi, è stata fondata nell'anno 1908, quando sembrava quasi una pazzia concepire il commercio oleario e le industrie da esso dipendenti, come fonti di benessere e ricchezza nazionale e privata.
Il prezzo del prodotto era alto, l'esito del commercio incerto, poiché il consumo dell'olio non era ancora entrato, specie nell'Italia settentrionale, nelle abitudini domestiche, preferendosi nelle classi agiate l'uso del burro e i grassi di maiale nelle classi meno abbienti.
Con un lavoro assiduo e costante di persuasione e di propaganda, svolto direttamente dal Titolare dell'Azienda, la Casa si sviluppava e progrediva rapidamente, così che il comm. Isnardi poteva attendere fiducioso allo sviluppo che s'era proposto (lavorazione e commercio dell'olio d'oliva) creando sulla base di questo squisito prodotto nazionale speciali preparazioni farmaceutiche e utilizzando a fini curativi le proprietà medicamentose dell'olio d'oliva, scoperte e adottate sino dall'antichità.
M. V. Gastaldi, L'Illustrazione Italiana,1926, n.7, pag. 200-201

- Carlo Daneri, fondatore della Ditta Daneri di Porto Maurizio - Imperia

La Raffineria d'olio d'oliva Carlo Daneri e Figlio - Imperia (...) [deriva da] antica Casa produttrice. Per antica, m'intendo ch'essa ebbe a entrare in esercizio nel 1860, ad opera di quell'audace pioniere ligure che fu Carlo Daneri.
Ma allora la Ditta si occupava quasi esclusivamente dell'industria delle candele.
Più tardi potè imprendere la produzione e il commercio dell'olio d'oliva e specializzarvisi; di qui l'affermazione del prodotto seguì un'ascensione precisa e notevole. (...) Gli attuali gerenti della Ditta sono i nipoti del fondatore. Grazie a un loro preciso criterio tecnico e a una costante operosità, riuscirono a dare all'Azienda uno sviluppo di prim'ordine. (...)
La Casa esporta largamente in Germania, Norvegia, Svizzera, Inghilterra, Rumenia (sic), America del Nord e del Sud, ove la specialità Daneri vien fatta segno a ospitalità davvero entusiastica, da parte di quei mercati importantissimi.
M. V. Gastaldi, L'Illustrazione Italiana,1926, n.7, pag. 204-205

 

7. Oggi: gli attuali eroi dell'olivicoltura estrema dell'alta quota

Senza, ovviamente, togliere merito a questi importanti personaggi, osserviamo che la comunicazione attuale, condivide il vanto anche con altri operatori del mondo dell'olio.
Se è sufficiente "una semplice spremitura del frutto per ottenere l'olio come la natura lo elabora nel frutto" (come scrive, nel modo più chiaro, Luigi Caricato nel brano riportato nella sezione 5 di questo articolo), ne deriva la ragionevole conseguenza che il primo merito di un olio di eccellenza va proprio ai contadini olivicoltori e soprattutto a quelli che hanno deciso di "non mollare" la coltivazione delle zone difficili dell'alta quota, ove il prodotto è qualitativamente superiore.

Secondo quanto emerge da alcuni recenti studi, la collocazione degli olivi in alta quota non solo rende più concentrati del solito gli oli, ma questi, una volta esaminati in laboratorio, presentano al loro interno anche una percentuale più significativa in componenti minori, ovvero di quella parte non grassa degli oli (in genere individuabile tra l'1 e il 2 per cento del totale) che comprende oltre duecentoventi sostanze, tra le quali si evidenziano i componenti volatili responsabili in particolare delle note aromatiche, quindi una serie di composti dotati di attività vitaminica e infine un nutrito bagaglio di utili antiossidanti (...).

Luigi Caricato, Extravergini d'alta quota, pag. 27

 

Gli specialisti spiegano che la presenza dei composti polifenolici (dotati di proprietà anti-ossidanti ed anti-infiammatorie) è incrementata dalle situazioni di stress (stress idrico o climatico), che caratterizzano le zone di maggior altitudine.

Lo scoscendimento del terreno che caratterizza l'alta quota rende quasi ovunque impossibile l'utilizzo del trattore che darebbe un notevole aiuto. L'olivicoltura montana ha avuto dalla tecnologia moderna solo la novità di piccoli utilissimi attrezzi (il decespugliatore, la motosega, lo sbattitore pneumatico per la raccolta) che però non hanno consentito la rivoluzione che hanno conosciuto le olivicolture di altre situazioni ambientali.
L'olivicoltura della montagna è stata quindi toccata solo tangenzialmente dal moderno sviluppo tecnologico dell'agricoltura.

L'olio d’alta quota, è prodotto in condizioni spesso estreme. Niente macchine, niente trattori, solo a piedi sono raggiungibili quegli alberi che producono olive minuscole al limite della fruttificazione. Difficoltà oggettive di raccolta e lavorazione, che si traducono in costi altissimi per i contadini: in molti, nel corso degli anni, non ce l’hanno fatta, e hanno abbandonato la terra.

IL SOLE 24 ORE del 24 febbraio 2015, articolo di Silvia Sperandio

 

8. Ieri: un esercito di ulivi, ordinati, rigogliosi e sempre verdi


Riprendiamo l'esame del resoconto del "lungo viaggio condotto lungo la riviera di Liguria, che gli oliveti popolano a migliaia in ordinate file" (pag. 174), rilevando che le fotografie presentano gli oliveti in immagini che suggeriscono ampie e piane campagne.
Le descrizioni paragonano gli alberi ai soldati di grandi eserciti: l'esercito degli olivi, rigogliosi e sempre verdi.

Il territorio di San Remo è particolarmente destinato al rigoglio perenne dell'industria olearia, poi che esso accoglie, relativamente alla superficie, la maggior quantità di oliveti.
Di taluno d'essi, rigoglioso e pittoresco, amiamo offrire qualche riproduzione fotografica valevole se non altro a dare un'idea adeguata della vegetazione veramente lussureggiante di questo lembo di terra italica, vero luogo di delizie, che vanta un suolo fertilissimo,grazie alle singolari sue condizioni geografiche e climatiche.

M. V. Gastaldi, L'Illustrazione Italiana,1926, n.7, pag. 195

Riportiamo nel seguito due fotografie con le relative didascalie (pag. 195).

 

L'autore del reportage insiste, senza mai citare il nome delle cultivar, sull'ampiezza delle distese di oliveti:
Noi sappiamo d'immense stese di oliveti in rigoglio, che mettono una deliziosa nota d'argento e di verde tra tutta la gamma dei colori della campagna ligure.

M. V. Gastaldi, L'Illustrazione Italiana,1926, n.7, pag. 203

Osserviamo che M.V. Gastaldi (l'articolista del 1926) ha escluso immagini dei terrazzamenti e immagini che riprendessero gli olivi in zone d'alta quota, certamente molto più belle e spettacolari, ma anche inadatte per esprimere il concetto di un'olivicoltura moderna ed efficiente.
In quale reportage fotografico, eseguito oggi in Liguria, si eviterebbe di fotografare i muretti a secco?

9. Oggi: gli spettacolari muri di sostegno degli oliveti d'alta quota

Negli oliveti d'alta quota, in Liguria e in altre regioni d'Italia, i muri di sostegno costituiscono spesso strutture spettacolari, come mostra la foto precedente.
Oggi, in queste zone, la gran parte dei terrazzi è crollato o quasi (o si teme crollerà nel giro di qualche anno): il lavoro più lungo e costoso del ripristino dell'olivicoltura montana è proprio la ricostruzione di questi muri di sostegno costruiti "a secco".

In alcune aree, spettacolari nella loro bellezza, l'olivicoltura sta arretrando e i casi di abbandono sono diventati decisamente numerosi. (...)
Se da una parte l'abbandono fa arretrare la coltivazione, dall'altra c'è tuttavia chi opera per il rinnovamento. Il lavoro più lungo, duro e costoso del ripristino dell'olivicoltura montana sta proprio nella ricostruzione dei muretti a secco.
E' un'opera della ruralità che con il tempo frana, cedendo a pezzi, e che ha sempre la necessità di dover essere ristrutturata di continuo.
Si tratta di ritrovare lo spirito delle origini.

Luigi Caricato, ATLANTE DEGLI OLI ITALIANI, Milano, 2015

 

10. Sintesi comparativa tra vecchia e nuova modalità comunicative

Tentando una sintesi comparativa tra la vecchia e la nuova (e forse anche futura) modalità comunicativa, possiamo evidenziare i punti seguenti.

- Nella vecchia comunicazione la pianta d'ulivo non era la vera protagonista del messaggio, in quanto essa doveva fornire semplicemente la "materia bruta" su cui l'intelligenza e l'operosità dell'uomo - quasi seguendo un processo alchemico - doveva distillare il prodotto "puro".
In quest'ottica, la stessa differenziazione delle cultivar costituiva praticamente un elemento di disturbo.

- Nella vecchia comunicazione è vantata l'audacia di pochi illuminati imprenditori che ebbero l'ardire di "concepire il commercio oleario e le industrie da esso dipendenti come fonti di benessere e ricchezza nazionale e privata", quando il consumo dell'olio non faceva ancora parte delle comuni abitudini alimentari.

- Nella vecchia comunicazione, gli impianti di oliveti dovevano necessariamente apparire moderni ed efficienti, perché lo sviluppo dell'industria olearia acquisiva maggiore credibilità se fondata su "eserciti" di ulivi, ordinati e quindi più facilmente lavorabili.
Il reportage fotografico esaminato (datato 1926) presenta un elemento di incredibile alterazione della realtà: l'impianto millenario dei terrazzamenti (su cui è fondata la quasi totalità dell'olivicoltura ligure) non è mai rappresentato.

- Nella nuova comunicazione la pianta d'ulivo ritorna protagonista del messaggio: come scrive Luigi Caricato, l'olio è semplicemente un "puro succo di oliva" e, pertanto, si deve ottenere semplicemente spremendo le olive. Cultivar differenti danno necessariamente oli differenti.
Olive ottenute da piante in condizioni "estreme" di stress (in alcuni casi, al limite stesso della fruttificazione) danno oli con caratteristiche uniche, differenti dall'olio che si ottiene da piante della stessa cultivar cresciute a quota inferiore.

- Nella nuova comunicazione l'olio non è "prodotto", ma "sindotto". E' stato necessario creare un nuovo termine, "sinduzione": produrre vuol dire, letteralmente, "portare avanti"; sindurre vuol dire invece “portare insieme con altri”. Gli olivicoltori condividono, insieme con altri operatori, il vanto di un'azione collettiva che salvaguarda il risultato di una fatica secolare (e a volte millenaria): il progetto audace di terrazzare intere montagne può infatti rinnovarsi, con civica consapevolezza, nella coscienza ecologica attuale.

- La nuova comunicazione valorizza le differenze riconoscendo le specificità delle cultivar e degli ambienti specifici (non necessariamente geografici) del luogo d'origine. Il cittadino è lealmente informato della conseguenza delle sue scelte. Acquistare una bottiglia d'olio può esprimere una scelta di valore "politico" in quanto (connotando l'aggettivo "politico" del nobile significato originale) esprime interesse e sostegno per un'iniziativa che riguarda condivisi valori morali e materiali.
La nuova comunicazione chiarisce che acquistare una bottiglia d'olio che valorizza la specificità del territorio d'alta quota significa anche deplorare l'irrazionale omogeneizzazione che ha portato alla distruzione quasi completa del sistema dei terrazzamenti d'alta quota e ha così compromesso la salute idrogeologica di intere regioni.


11. Il valore morale e civile della rinascita dell'olivicoltura d'alta quota


La nuova comunicazione è centrata su un annuncio: alcuni coraggiosi vogliono "ritrovare lo spirito delle origini" secondo la felice espressione utilizzata da Luigi Caricato nell'ATLANTE DEGLI OLI ITALIANI, nel brano già riportato (nella sezione 9), là dove parla proprio del movimento culturale TreeDream.
Ritrovare lo spirito delle origini: vale a dire ritrovare l'impulso spirituale che ha ispirato ad alcuni il sogno follemente grandioso di terrazzare intere montagne!
Ecco il senso della rinascita dell'olivicoltura d'alta quota: i contadini olivicoltori d'alta quota, invece di pensare a se stessi come svantaggiati dalla sorte per lavorare terre di così difficile coltivazione (tutta manuale) stanno riacquistando una coscienza di identità che si era assopita.
I contadini avevano infatti letteralmente "dimenticato" il motivo stesso per cui i loro avi avevano terrazzato le montagne in zone così impervie e ai limiti stessi della possibile fruttificazione: il motivo era l'inarrivabile qualità dell'olio che si poteva ottenere da piante cresciute in tali estreme condizioni di stress.

In molti casi delle nostre terre italiane, la mano pubblica ha irrazionalmente portato ad una omogeneizzazione dell'olio prodotto, scoraggiando quella differenziazione che avrebbe salvato la "coltivazione estrema" d'alta quota e, di riflesso, avrebbe salvato l'intero sistema dei terrazzamenti che costituisce la salute idrogeologica del territorio.
Procedendo lungo la via già avviata per differenziare un prodotto oggettivamente superiore, possiamo ancora essere in tempo per salvare meravigliosi territori, evitare disastri ecologici - è il sistema dei terrazzamenti montani che innanzitutto (innanzi tutto) protegge dalle frane - e probabilmente salvare anche vite umane.

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato (riprende un quadro presente nel museo di Raineri), mentre tutte le restanti foto sono degli Autori.

Giuseppe Stagnitto, Flavio Lenardon - 19-01-2016 - Tutti i diritti riservati

COMMENTI

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Giuseppe Stagnitto

Portavoce del movimento culturale TreeDream, movimento culturale per la rinascita dell'olivicoltura d'alta quota. Ingegnere, è uno storico della scienza e della tecnica delle costruzioni, docente presso l’Università di Pavia

Flavio Lenardon

TreeDream - movimento culturale per la rinascita dell'olivicoltura d'alta quota

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