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Il gusto rivolto al futuro

Il ritorno all’invenzione delle tradizioni porta con sé una trasformazione del gusto da intendere come la dimensione corporea, sensoriale e cognitiva dell’individuo capace di scegliere modalità, luoghi e prodotti di consumo nella mutevolezza dell’agire quotidiano; di associare le sensazioni concesse dall’esperienza della relazione con un alimento o una bevanda alle motivazioni ideali che possono indurre a sostenere determinati progetti imprenditoriali socialmente responsabili

Alfonso Pascale

Il gusto rivolto al futuro

 

Gusto riflessivo per salvaguardare il futuro

Tutte le precedenti culture, ad esempio le prime grandi civiltà del mondo, come Roma o la Cina antica, vivevano essenzialmente rivolte al passato. Per gli antichi tutto accade secondo necessità. “Per i Greci – scrive Michel Foucault – quel che abbiamo dinanzi agli occhi non è il nostro avvenire, bensì il nostro passato, vale a dire che si entra nell’avvenire con lo sguardo rivolto al passato”.

Per spiegare la prosperità o la caduta in disgrazia di una persona o di un popolo ci si serviva delle idee di fato, fortuna o volontà degli dèi. Indistintamente, benedizioni e maledizioni venivano invocate con preghiere rivolte alle divinità. L’antropologo Vito Teti sostiene che l’indistinzione sia rimasta vitale nella cultura contadina del nostro paese dove i santi vengono invocati anche per maledire una o più persone, o intere comunità. In caso di piogge eccessive e rovinose, con frane e smottamenti distruttivi, la preghiera si trasforma in maledizione-imprecazione. Scene di questo tipo si trovano, ad esempio, in Padre padrone di Gavino Ledda e nelle immagini del film omonimo dei fratelli Taviani. In caso di siccità, le statue dei santi, prima invocate per la pioggia, quando le preghiere non sortiscono l’effetto sperato sono portate in processione e punite con una sarda salata posta nella bocca, immerse nei fiumi o in riva al mare fino a quando non abbia piovuto. Nella civiltà contadina paesi, case, santuari, chiese, edicole votive hanno una fondazione mitica, un’origine leggendaria più o meno gloriosa, un rinvenimento miracoloso di un quadro o di una statua, l’apparizione in sogno di un santo o di una Madonna.

Anche la fine dei paesi, il loro spopolamento e la loro scomparsa trovano una spiegazione mitica. Alle origini di ogni abbandono c’è sempre una maledizione o anche una terribile bestemmia. Il drammatico sisma del 1908 a Messina viene attribuito alla bestemmia di un ubriaco che, alzando l’ultimo calice di vino, ebbe ad esclamare: “O Gesù Bambino, se sei vero Dio, mandaci un terremoto”.

Il rischio costruito

La modernità si caratterizza, invece, per il proprio atteggiamento rivolto al futuro nel tentativo di determinarlo. Le filosofie del progresso hanno animato le speranze e la fiducia in un futuro dalle “magnifiche sorti e progressive”. Il calcolo del rischio è sempre più diventato il dinamismo che muove una società legata allo scambio; e il welfare state è tuttora, essenzialmente, un sistema di gestione del rischio (riferito alla malattia, agli infortuni, alla perdita del lavoro e alla vecchiaia) mediante l’assicurazione. Ma oggi, con la globalizzazione, l’idea di rischio assume un’importanza inedita e peculiare anche rispetto alla modernità.

Il sociologo Anthony Giddens distingue fra due tipi di rischio: il primo è il “rischio esterno”, quello che proviene dagli elementi fissi della natura e della tradizione; l’altro è il “rischio costruito” che è riconducibile all’impatto della nostra conoscenza manipolatoria sul mondo. Questa nuova tipologia di rischio non ha a che vedere coi cattivi raccolti, le inondazioni, le pestilenze e le carestie. Esso riguarda quei pericoli e quelle minacce che derivano dalle attività dell’uomo stesso e dall’impatto delle tecnologie sulla nostra vita e su quello dell’ecosistema. E sono ben pochi i rischi di nuovo genere che riguardino solo singole nazioni. I “rischi costruiti” sono per lo più globali. Non è il caso, tuttavia, di assumere un atteggiamento negativo verso queste nuove forme di rischio ma di disciplinarle perché un’attiva assunzione del rischio sta al centro di un’economia dinamica e di una società innovativa. È meglio mostrare coraggio anziché cautela nel sostenere l’innovazione scientifica e altre forme di cambiamento. Dopotutto nella sua accezione originale “rischiare” significa “osare”. E bisogna continuare ad osare anche nel fronteggiare i rischi determinati da noi stessi per ridurli, tenerli continuamente sotto controllo, con la ricerca e la sperimentazione.

Le tradizioni inventate

Ma oggi non solo il concetto di “rischio” ha acquisito un nuovo significato. Anche l’idea di “tradizione” non è più quella che girava agli inizi della modernità. Gli illuministi la identificarono con il dogma e l’ignoranza al fine di giustificare la loro attrazione per il nuovo. Un pregiudizio avvilente i cui danni fortunatamente non sono stati irrimediabili. Portando alle estreme conseguenze la nota tesi di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger sulle tradizioni inventate, si potrebbe sostenere che nessuna società tradizionale sia mai stata del tutto tradizionale e che tradizioni e costumi siano sempre stati creati per una molteplicità di ragioni. Con l’avvento della società di massa, tuttavia, l’invenzione delle tradizioni si è fatta particolarmente assidua. Inizialmente, nell’Italia liberale, viene utilizzata per fondare il senso della nazione su di una concezione unilaterale: quella espressa solo dai sovrani. Una concezione parziale che taglia fuori cattolici e socialisti, considerati sovversivi rispetto ai valori nazionali. S’intensificano infatti in quel periodo, le iniziative legislative con cui si limitano le ricorrenze religiose e si moltiplicano quelle civili. E in tale ambito si dà luogo ad una serie di cerimonie in cui protagonisti del Risorgimento, come Mazzini e Garibaldi, vengono celebrati esaltandone gli elementi di patriottismo e oscurando, invece, quelli che riconducono alle loro idealità rivoluzionarie, democratiche e repubblicane. Al che cattolici e socialisti controbattono accentuando, i primi, la partecipazione agli eventi religiosi in funzione antisistema e organizzando, i secondi, eventi alternativi, come la ricorrenza del primo maggio.

Anche il fascismo percorre la strada dell’invenzione delle tradizioni quando, intorno al tema della ruralità, tenta di dotarsi di una sorta di identità ideologico-culturale per ottenere un consenso di massa. Servendosi in modo accorto e spregiudicato del cinema e della radio, il regime strumentalizza le campagne che diventano così lo scenario entro cui disegnare un’Italietta autarchica, nazionalista, orgogliosa dei propri assetti passatisti, con qualche sporadica ambizione espansionista in Etiopia, in lotta con il resto del mondo che va in direzioni non gradite e con cui ci si rifiuta di confrontarsi. Il lessico bellicista (battaglia del grano, assalto al latifondo, grano per la vittoria, liberare l’Italia dalla schiavitù del pane straniero, l’aratro segna il solco ma è la spada che lo difende, il vomere e la spada sono entrambi d’acciaio, ecc.) vuole evocare un progetto totalitario al servizio di una visione utopica di rigenerazione interna e di conquista internazionale.

Con la globalizzazione c’è una ripresa delle tradizioni inventate. E la spinta non è data solo dall’idea che le tradizioni evolvono nel tempo e bisogna continuamente inventarle e reinventarle. Si è convinti che le tradizioni diano continuità e forma alla vita. È un’idea da condividere e coltivare perché in fondo è così. C’è un nesso stretto fra tradizione e cambiamento. Per evitare, però, che a caratterizzare le tradizioni restino solo i riti e i simboli specifici, in un vuoto di visione che si chiude al mondo, bisognerebbe inventarle, da un lato aperte al confronto con altre tradizioni o modi di fare le cose e, dall’altro, disposte a lasciarsi trasmettere e consegnare alle generazioni future perché le possano conservare. Del resto, le radici linguistiche della parola “tradizione” sono antiche e risalgono al termine latino tradere, che significa “trasmettere”, “dare qualcosa a qualcuno perché la custodisca”. E così, se le tradizioni si reinventano continuamente e si aprono all’interazione con le altre tradizioni e con le generazioni future, anche l’identità – cioè la percezione di sé - non dovrà mai essere statica ma creata e ricreata in modo molto più attivo e multiforme di prima. Si dovrà ripartire dal territorio nella sua pluridimensionalità dal locale al globale, dalla percezione del passato a quella del futuro. E si dovranno costruire le multiformi identità che ne deriveranno, tutte mutevoli e in continua evoluzione. Identità caleidoscopiche e paritarie, impastate di memoria e creatività, capaci di non blindarsi dinanzi allo straniero. Capaci di riconoscersi negli altri, visti non come minacce ma risorse, non buchi neri ma specchi necessari, a loro modo positivi. Capaci di recuperare e rivitalizzare il senso di fraternità primordiale proprio delle comunità rurali, lo spirito di dialogo che ha preceduto il monologo, il valore dell’ospitalità che è più antica di ogni frontiera.


Il gusto riflessivo

E così arriviamo al dunque. I nuovi concetti di “rischio”, “tradizione” e “identità” che si vanno forgiando con la globalizzazione hanno un’incidenza notevole nell’alimentazione. Il comportamento dell’individuo e i suoi stili di vita (cioè l’insieme di comportamenti e abitudini connessi in uno schema più o meno ordinato e che riguardano anche il regime alimentare) sono, infatti, elementi centrali per il progetto riflessivo del sé. Tali scelte variano al variare di ambienti e luoghi in quanto riflessivamente aperte al cambiamento in virtù della natura mutevole dell’identità.

A questo punto anche il concetto di “gusto” – cioè la capacità del nostro corpo di assaporare i cibi e le bevande e di distinguerli mediante la funzione sensoriale specifica e le emozioni connesse (il plaisir alimentaire dei francesi) – assume oggi un rilievo mai riscontrato in passato e un significato più pregnante. L’”enciclopedismo” con cui Jean Anthelme Brillat-Savarin riscopre il tema del gusto nella prima metà dell’Ottocento si racchiude nella sua definizione di gastronomia come disciplina scientifica trasversale che chiama a raccolta molteplici ambiti d’indagine.

Sbaglieremmo però a considerare questa concezione olistica della gastronomia un’invenzione dell’Illuminismo; risale invece al mondo antico. Il Mediterraneo greco-romano che incrocia la cultura araba è la culla della medicina moderna. La relazione tra assunzione di alimenti, salute fisica e disposizione morale degli individui risale a Ippocrate, vissuto nel IV secolo a.C., mentre Galeno stabilisce più tardi (II secolo d.C.) i principi di una medicina umorale in voga fino al XVII secolo.

Un’antica tradizione, testimoniata dalle Metamorfosi di Ovidio, considera il filosofo e matematico Pitagora, vissuto nel VI secolo a.C., l’iniziatore del vegetarianismo in Occidente e dunque di una cultura alimentare che fa leva sulla ricca varietà di erbe, radiche, fiori, frutta, semi e tutti i prodotti della terra e si collega all’idea di metempsicosi, secondo cui negli animali non c’è un’anima diversa da quella degli esseri umani. Del “cibo pitagorico ovvero erbaceo” si fa cultore il grande cuoco benedettino Vincenzo Corrado che elabora alla fine del Settecento un vero e proprio ricettario vegetale segnando un’altra grande svolta “salutista”. Fin dal Seicento l’esaltazione dell’equilibrio dell’alimentazione mediterranea è discorso ricorrente – quasi un vero topos – in tutti i dizionari geografici dell’Italia meridionale ed è ripreso dai racconti dei viaggiatori dell’Europa settentrionale che raggiungono le rive del Mare Nostrum. Naturalmente lo squilibrio di cui si parla in tali testi non è riferito al consumo eccessivo di alcuni cibi considerati oggi pericolosi per la salute, bensì alla loro carenza e alla estrema variabilità della produzione di cereali che forniscono fino al 70-75 per cento delle calorie quotidiane.

Il concetto di equilibrio alimentare oggi assume nuove valenze. È il filologo e antropologo Piero Camporesi a darci il senso di come oggi questa cultura gastronomica si traduce nella nostra quotidianità: “La cosa potrà sorprendere, ma, sostanzialmente, molti dei nostri piatti fondamentali sono vecchi di secoli, anche se ritoccati dall’inevitabile trascorrere del tempo. Ciò avviene perché la struttura intima dell’uomo difficilmente coincide con le macroscopiche strutture economiche, produttive, sociali e politiche, in cui non si identifica mai completamente e che, almeno in parte, inconsciamente rigetta, rifugiandosi in una endocucina privata e tradizionalista, larvatamente sacrale, le cui manipolazioni acquistano il sapore magico del rifiuto della esocucina anonima, standardizzata, reclamizzata, dell’industria alimentare. Dalla dissacrazione e dalla alienazione del mondo contemporaneo l’uomo cerca di salvaguardarsi anche attraverso manipolazioni rituali e totemiche che hanno in cucina i loro idoli, dove, permettendone lo spazio, ultimo templum vestale, il fumo e il sapore degli intingoli acquistano valore sacrale e lustrale e ripropongono il simbolismo trinitario di istinto, natura e cultura a tutela della vera dimensione dell’uomo; come se nell’alchimia cucinaria l’uomo cuisenier reinventasse il laboratorio dell’’io’ e andasse alla ricerca della sua sempre più labile identità”.

Da qui il ritorno all’invenzione di tradizioni alimentari locali che assumono oggi diverso valore dietetico, simbolico e rituale e portano con sé una trasformazione del gusto che – per essere arricchente - dovrebbe avvenire in modo consapevole con il coinvolgimento delle comunità interessate e non sulla loro testa. Un gusto riflessivo, per usare la felice espressione coniata, alcuni anni fa, da Elena Battaglini rileggendo e connettendo la lezione sociologica di Giddens con quella della tradizione gastronomica mediterranea; un gusto rivolto al futuro, potremmo anche dire; un gusto dinamico, inteso come la dimensione corporea, sensoriale e cognitiva dell’individuo capace di scegliere (o di rifiutare) modalità, luoghi e prodotti di consumo nella mutevolezza dell’agire quotidiano; di interagire con il “rischio costruito”, esprimendo con la propria scelta la fiducia (o la sfiducia) in un’azienda produttrice; di associare le sensazioni concesse dall’esperienza della relazione con un alimento o una bevanda alle motivazioni ideali che possono indurre a sostenere determinati progetti imprenditoriali socialmente responsabili. Insomma, salvaguardare il futuro del pianeta, espandere le libertà umane per le generazioni future, esercitare il gusto rivolto al futuro significa anticipare il futuro per mettercene al riparo. Dobbiamo imparare a immaginare il possibile ed elaborare allo scopo modelli cognitivi sempre più sofisticati. La libertà non è soltanto un processo di emancipazione individuale, ma anche collettivo: tanto più cresce se cresce per tutti.

 

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato, da un murales

Alfonso Pascale - 24-05-2015 - Tutti i diritti riservati

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