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Il primo maggio visto, senza pregiudizi, da chi fa impresa

Grande rispetto per una celebrazione di così alto valore simbolico, ma non sia la scusa per distorcere la realtà o per raccontarne un’altra, inesistente. Contrapporre gli interessi dei dipendenti a quelli degli imprenditori, è un esercizio retorico inutile e fine a se stesso. In Italia il tessuto sociale ed economico viene tenuto insieme non dai grandi tavoli di contrattazione, ma dal lavoro quotidiano di centinaia di migliaia di piccole-medie aziende che sono la vera spina dorsale del Paese

Pasquale Manca

Il primo maggio visto, senza pregiudizi, da chi fa impresa

Anche il primo maggio, come altre ricorrenze, continua a segnare dei guadi nella nostra società, in cui visioni legittime - ma, lasciatemelo dire, tardo ottocentesche - continuano a caratterizzare quelle che un tempo si chiamavano “relazioni industriali”, ovvero una vera e proprio dicotomia tra i lavoratori (per intenderci, quelli del braccio a uncino di Alberto Sordi) e gli imprenditori, come se questo nostro Paese fosse rimasto ancora quello in cui si contrapponeva la grande industria - il cui rappresentante principe era il ragionier Valletta - agli operai, ovvero quelli, per intenderci, delle linee di montaggio Fiat. 

Ci tengo ad informare i distratti osservatori della vita economica italiana che quel tipo di presenza industriale è praticamente scomparsa, anche se si continua a evocarla ogni primo maggio, per potersi battere il petto e poter dire ai poco rappresentati lavoratori, dalle ormai innumerevoli sigle di rappresentanza sindacale che rappresentano, assieme alle (anche) innumerevoli, per quanto inutili, sigle datoriali: “Noi esistiamo e abbiamo ancora un ruolo in questo Paese!” 

Non c’è bisogno di fare nomi specifici per sapere chi, e a cosa, sono stati nominati, alla fine del proprio percorso di rappresentanza, personaggi di vertice sia dei sindacati, sia delle organizzazioni imprenditoriali, ma, per carità di patria, non mi addentro su questo penoso capitolo della nostra storia recente. Mi sembra quindi che ci sia un interesse specifico, direi personale, nel tenere in piedi questo teatrino delle marionette che propina riti e rituali consunti dal tempo e sempre meno rappresentativi sia dei lavoratori, sia delle aziende. 

Ben inteso, personalmente ho grande rispetto per il “primo maggio”, fino a quando non diventa l’occasione per distorcere la realtà o di raccontarne un’altra, addirittura, inesistente. 

Ci sono aziende che non rispettano le norme? È bene che vengano sanzionate e poste nelle condizioni di non nuocere sia ai propri dipendenti, sia alle imprese concorrenti che ne subiscono la concorrenza sleale. Contrapporre gli interessi degli uni, i dipendenti, agli altri, gli imprenditori, oltre che spuntata retorica la trovo mancanza di rispetto per l’intelligenza degli italiani, perché ritengo che la mancanza di condizioni di sicurezza sul lavoro, o il mancato di rispetto dei diritti dei lavoratori, non si combattano alzando ogni volta l’asticella e impattando, così, su tutti in maniera indiscriminata ma, come nei Paesi civili, sanzionando le imprese che non hanno rispettato o applicato le norme vigenti. 

In Italia il tessuto sociale ed economico viene tenuto insieme non certo grazie alle distorsioni create dai grandi tavoli di contrattazione, che durano tempi lunghissimi, lasciando lavoratori e aziende, molto spesso, nella incertezza, ma dal lavoro quotidiano di centinaia di migliaia di piccole-medie aziende, vera spina dorsale del Paese, invisibili ai più e specie alla spocchia tardo ottocentesca che poi celebra le grandi, pochissime, aziende che rappresenterebbero il “Made in Italy” nel mondo. Aziende rappresentative, certamente, ma che potrebbero rappresentare poco o niente senza l’apporto fattivo, silenzioso, umile delle piccole e medie aziende dove è praticamente impossibile distinguere il datore di lavoro dall’operaio. 

Piccole e medie imprese dissanguate da un sistema di tassazione estorsivo, vessate da un numero di controlli e verifiche degni della Nord Corea e private di qualsiasi certezza.  
Ricordatevelo, ogni volta che celebrate questa giornata. Al contempo, mi auguro che, soprattutto, si inizi a celebrare il “primo maggio” con meno piglio ideologico perché, oltre al virus, anche di questo, nel 2020, non se ne può davvero più. 

In apertura, particolare di una illustrazione di Doriano Strologo per Olio Officina 

Pasquale Manca - 01-05-2020 - Tutti i diritti riservati

Pasquale Manca

Pasquale Manca, imprenditore oleario algherese, a capo della Domenico Manca Spa, nota per il marchio Olio San Giuliano. Nel 2016, in occasione dei cento anni dell’azienda, ha voluto festeggiare, insieme con il padre Domenico, piantando ben 100 nuovi ettari di olivi, con il dichiarato proposito di raggiungere quota 500 ettari, se non addirittura superarla. Ad oggi gestisce direttamente circa 250 ettari di oliveto, mentre altri 120 ettari di terreni, sempre destinati a olivo, sono anch’essi pronti. Il progetto si chiama “Novolivo” e segna una netta scelta di campo tra to buy e to make, ove la seconda opzione diventa sempre più preponderante.

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