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La strage di contadini

A 65 anni dalla terribile e ignobile uccisione per mano della polizia, il ricordo di una pagina nera della Repubblica italiana. In Calabria marciarono vestiti a festa con gli abiti di velluto nero sui latifondi. Chiedevano con forza il rispetto della concessione delle terre incolte. Lo stesso accade in Basilicata. Un esercizio di pura violenza per mano dello Stato

Alfonso Pascale

La strage di contadini

Ricorre oggi, 29 ottobre, il 65° anniversario della strage di Melissa in cui furono recise tre giovani vite: Francesco Nigro, di 29 anni, Giovanni Zito, di 15 anni, e Angelina Mauro, di 23 anni. Altre 15 persone furono ferite.

Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri.

Spettacolari colonne umane lunghe chilometri e chilometri escono dai paesi e sfilano alla volta dei feudi. I contadini vestiti a festa con gli abiti di velluto nero avanzano a dorso d’asino o di mulo, i braccianti a piedi con le zappe e i bidenti, le donne coperte da lunghi scialli neri o fazzoletti rossi coi piccoli in braccio, i barili dell’acqua in testa, le fiasche del vino a tracollo, le canestre piene di cibarie, pane rosso e nero, salsicce, pecorini, noci, uova, castagne secche, fichi infornati, meloni d’inverno; poi le fanfare, le bandiere rosse, gli aratri e in testa i bambini che schiamazzano.

Una ritualità zeppa di significati simbolici, che è il derivato di una cultura arcaica ancora viva.
Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana chiesero un intervento della polizia al ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà.

Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 29 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza. Vista la resistenza dei manifestanti la polizia aprì il fuoco.

L’episodio è ricordato da Lucio Dalla in una strofa del brano “Passato, presente” (ASCOLTA QUI), quarta traccia dell'album Il giorno aveva cinque teste, che recita:

Il passato di tanti anni fa
alla fine del quarantanove
è il massacro del feudo Fragalà
sulle terre del Barone Breviglieri.
Tre braccianti stroncati
col fuoco di moschetto
in difesa della proprietà.
Sono fatti di ieri.

Nel dicembre successivo, un analogo episodio accadrà a Montescaglioso, in provincia di Matera. La polizia inviata da Scelba colpirà a morte un altro giovane bracciante, Giuseppe Novello.

Sarà Rocco Scotellaro a immortalare il fatto tragico in versi di inconfondibile pathos e bellezza:

Tutte queste foglie ch’erano verdi: si fa sentire il vento delle foglie che si perdono
fondando i solchi a nuovo nella terra macinata.
Ogni solco ha un nome, vi è una foglia perenne
che rimonta sui rami di notte a primavera
a fare il giorno nuovo.
È caduto Novello sulla strada all’alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell’ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.
Cammina il paese tra le nubi, cammina
Sulla strada dove un uomo si è piantato al timone,
dall’alba quando rimonta sui rami
la foglia perenne in primavera.

 

Era accaduto più volte nell’Italia liberale che contadini in lotta per poter coltivare un pezzo di terra restassero vittime dell’azione repressiva dello Stato. Ma adesso si registra una novità: è l’intera opinione pubblica a rimanere scossa da tali episodi di gratuita violenza ai danni di una categoria considerata marginale nel contesto sociale.

È per questo motivo che il governo dell’epoca s'affretta a varare, nel corso del 1950, una serie di provvedimenti per attuare la riforma agraria in alcune aree del Paese, dove è maggiormente presente il latifondo.

Quel sangue non è, dunque, versato invano. Se oggi l’agricoltura è quella che è e il tessuto economico e sociale del Paese si è potuto ammodernare lo si deve al sacrificio dei contadini che nell’immediato dopoguerra conquistarono spezzoni di intervento pubblico con cui si poté avviare lo sviluppo del Paese.

 

 

 

L'immagine di apertura riproduce "Il Quarto Stato", celebre dipinto del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo, risalente al 1901, intitolato in un primo tempo "Il cammino dei lavoratori"

Alfonso Pascale - 29-10-2014 - Tutti i diritti riservati

COMMENTI

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Francesco Spinelli

08:54 | 05 novembre 2014

Champoluc, 25 agosto 1954

Caro Gullo,
era veramente molto difficile scrivere, e scrivere bene, in modo che fosse giusto, ma non potesse né offendere né urtare nessuno, per la morte di Alcide De Gasperi. Tra l’altro, la notizia prima, e la richiesta di un giudizio, poi, mi giunsero in modo tale, in questo villaggio a 1.600 metri di altezza, che non ebbi modo di riflettere molto, e ti confesso che, spedito lo scritto, non mancò qualche pentimento.
Se avessi avuto agio di correggere, avrei calcato un po’ più la mano sui momenti negativi. Mi erano tornate alla mente le dichiarazioni, vergognose, fatte da De Gasperi per la morte di Stalin. Anche molte altre cose mi erano tornate alla mente, ed era quindi rimasto in me il dubbio di aver usato un tono troppo amichevole e benevolo. Per questo mi ha dato grande soddisfazione il tuo consenso, e te ne ringrazio.
Io non ho mai fuggito le asprezze, tanto nella lotta politica quanto nel contrasto ideale. Nella lotta politica sono necessarie, indispensabili, e sarebbe ridicolo stupirsene o aversene a male, quando ad ogni costo si voglia essere sinceri e chiari. In De Gasperi però, quello che sempre mi h a colpito è che le asprezze e talora la violenza dell’attacco politico fossero legate non solo al sacrificio del senso di umanità, ma soprattutto al sacrificio dell’intelligenza, della luce intellettuale, vorrei dire. Le sue asprezze e i suoi attacchi avevano sempre qualcosa di torbido e di ottuso. Sembravano mossi non da una passione grande, ma da una cattiveria piccina. Quando ci ripenso sono tratto dalla convinzione che sia la religione che renda gli uomini cattivi, privi di comprensione per la coscienza e la causa degli altri. Forse la religione nel modo che De Gasperi la intendeva.
Grazie di nuovo, caro Gullo, riposati e cerca di star bene. Io sto bene, tra poco sarò di ritorno. Cordialmente . Palmiro Togliatti

Francesco Spinelli

08:52 | 05 novembre 2014

Marcia di braccianti di Melissa

Riprende il lavoro che dura fino a mezzogiorno senza alcuna interruzione. La terra ripulita dagli arbusti, rimossa dagli aratri e dalle vanghe, comincia a vedersi, e estendersi, a profumare, a figurare col le motte rosse e nere nel sole. Si propone da qualcuno di accamparsi la notte a Fragalà per non perdere tante ore di cammino tra Melissa e la terra occupata. La proposta è discussa mentre le donne ammassano nelle pentole e nei tegami allineati la buona roba portata dalle varie famiglie. Giacchè mancano i piatti e le forchette a queste ultime si rimedia intewgliando canne sevatiche e facendone spuntoni per infilare patate , peperoni e il resto, mentre dei piatti si fa a meno pescando con le canne appuntite direttamente nelle pentole e nei tegami.
La mangiata comincia e dura allegrissima per più di un’ora. Tutti attaccano di buon appetito, anche Onna Cuncia che non ha più quello spasimo alla bocca dell’utero: la Madonna ha sentito le sue suppliche; anche grazia Palà che mangia per due, per lei e per il nascituro che gli rolla dentro; anche Rosario Giarre che ha voluto, pur grave com’è, zappare anche lui, e ora si rifà le forse mandando giù bocconi pieni che gli si tramutano subito in sangue, aiutati da quelle sorsate lunghe di vino, che restituiscono il sole, di cui l’uva s’è cotta per arrossarsi e indolcirsi.
Alle due termina il riposo e un fischio richiama i braccianti al lavoro. Le squadre riprendono il loro posto di combattimento di fronte alla brughiera, e le zappe nuovamente luccicano al sole.
Proprio in questo momento, dalla parte sud del versante, ecco avanzare gli uomini della Celere, fatti venire apposta dalla vicina Puglia. Sono centinaia, e, tutti armati di moschetto, col supplemento delle bombe nel tascapane. Avanzano come in guerra, piegati sulle gambe, aggobbiti più che possono per evitare la mitraglia dei braccianti di Melissa,. I quali nel vederli non si muovono , seguitano a zappare tranquilli. I celerini non si fidano di quella calma traditrice. Eccoli avanzare come furie vendicatrici contro le squadre contadine che hanno osato incidere con la zappa l’eterno diritto del padronato. Sono ormai a duecento metri, sono ormai a cento metri, e i braccianti seguitano a colpire la brughiera con i loro fendenti precisi, scanditi da un ansito un po’ greve nella gola.
Tocca a Peppe Campana, il più vecchio di Melissa , alzare la testa. Guarda verso le schiere avanzanti e scandisce con voce solenne
- Figlioli, siate i benvenuti. Stiamo lavorando di lena. Non fate peccato davanti a Cristo…
Gli sorgono davanti due giovani , Francesco Nigro e Giovanni Zito.
Urla il primo raccogliendo la voce con la mano :
Siamo tutti italiani. Vogliamo solo un pò di pane … Non abbiamo armi.
Urla un altro:
- Questa terra abbandonata non serviva a nessuno… Per noi poveretti è la grazia di Dio…Siete nostri fratelli…
Non possono aggiungere altro. Al breve comando di un graduato i celerini aprono il fuoco, Zito e Nigro cadono nel loro sangue, stramazzano nei solchi che loro stessi hanno scavato.
Resta illeso, tra il fischiare delle pallottole, Peppe Campana.
Fattosi bianco come la cera grida alzando le braccia per maledire
- Vigliacchi uccidete chi non vi ha fatto niente … Possa Cristo fulminare voi e i vostri figli … non avrete più pace …
- Proseguendo nell’azione di guerra i celerini prendono di mira altre squadre. Cade fulminata Angelina Mauro, che si è precipitata per sollevare la bandiera nel sole. Stramazza colpita in fronte, mentre intorno a lei si torcono decine di feriti.
- A questo punto i vendicatori si fermano per vedere quello che succede. Succede che i superstiti si buttano sui morti e sui moribondi per piangerli o per soccorrerli. Questo spettacolo sveglia nei celerini una vena ilare. Uno prende di mira un mulo che corre impazzito, trascinando per l’incolto il suo aratro senza morso. Un buon puntatore, il celerino, e il mulo cade fulminato. Altri celerini pensano che l’acqua dei barili non sia adatta per lavare le ferite dei moribondi e il viso dei morti. Sparano sui barili dell’acqua che si aprono sul terreno come gusci di noce.
Nessun Celerino pensa di far ritornare con un colpo di mitra, nel buio da cui è arrivata la creaturina di Grazia Palà. La madre è svenuta. Distesa per terra, e seguitando a perder sangue dal grembo scoperto., pare già morta. Una giovinetta raccoglie la creaturina e la stringe al petto. Sembra la neonata un enorme insetto rosso, da cui esca per miracolo un vagito umano.
Leonida Repaci – “ IL PONTE “ – rivista mesile di politica e letteratura diretta da Piero Calamandrei Anno VI – N. 9-10 Settembre ottobre 1950 pag. 1958-59

Francesco Spinelli

11:48 | 31 ottobre 2014

5 giugno 1944
Alle ore 10 consiglio dei ministri. Data notizia della comunicazione della liberazione di Roma, Badoglio ricorda che il 12 aprile il re fece la nota solenne dichiarazione con la quale, osservato che ere stato lui a porre fine il 25 luglio al regime fascista (!!!!!) , prende l’impegno di ritirarsi a vita privata e di trasmettere i poteri al figlio Umberto appena liberata Roma. Badoglio continua riferendo che ieri, appena avuta notizia ufficiale da parte degli Alleati della liberazione della capitale , la comunicò al re. In seguito ebbe un colloquio con il generale Mac-Farlane, al quale fece presente il desiderio espresso da Vittorio Emanuele di poter fare la dichiarazione promessa da Roma invece che da Ravello. Ma Mac-Farlane gli obbietto che non era possibile aderire al desiderio del re , per la ragione che, non potendo il re recarsi a Roma se non tra cinque o sei giorni , le opinioni pubbliche inglese e americana non avrebbero compreso il motivo del ritardo e lo avrebbero sfavorevolmente interpretato. Badoglio riferi la risposta al re. Il quale, in seguito a ciò, ha pensato di preparare una lettera diretta al generale Mac-Farlane, e che Badoglio dovrebbe far sua e firmare, con la quale si chiede a detto generale di consentire che il re vada in aereo a Roma, atterrando all’ereoporto di Via Salaria, si rechi a villa Savoia, senza entrare in città, e dalla Villa possa datare la dichiarazione. In subordinata chiede di poter firmare all’aeroporto stesso la dichiarazione e ripartire immediatamente per Ravello. In caso di diniego, anche nei confronti di questa seconda richiesta, si chiede che con la lettera al generale Mac-Farlane che si renda di pubblica ragione la repulsa in modo che si sappia che il re è stato posto nella impossibilità di andare a Roma…..
Prende la parola Benedetto Croce il quale afferma che si verrebbe meno a un dovere di cortesia (!!!!!) negando al vecchio re questa soddisfazione. Tanto il consenso del consiglio avrebbe un valore soltanto platonico, perché si è sicuri che gli Alleati non darebbero in nessun caso il richiesto permesso. Sforza aderisce a quanto dice Croce. Tarchiani manifesta la sua indifferenza che il re firmi la dichiarazione a Ravello o a Roma. Di Napoli fa presente che se il consiglio autorizzasse Badoglio a firmare la lettera, verrebbe a dare un valore ancora maggiore al sicuro diniego degli alleati; ciò che è da evitare , dato il significato politico dell’atto del re. La cortesia, quindi, non c’entra per nulla. Croce insiste, facendone una questione di umana gentilezza . Sforza dichiara di essere preoccupato per le giuste osservazioni di Di Napoli. Rodinò si associa a Croce. Tarchiani riprende la parola e si dichiara questa volta contrario ad autorizzare la firma della lettera da parte di Badoglio. Prendo la parola per sottolineare il valore politico della richiesta del re e per affermare che è da escludere ogni considerazione di cortesia del re. Di Napoli riafferma il suo concetto e aggiunge che Badoglio in tanto ha portato la cosa al consiglio, in quanto ne ha visto il carattere politico. Si associa a ciò Mancini, il quale fa giustamente osservare che è il re stesso ad imprimere alla sua richiesta un valore eminentemente politico, dato che egli confessa che fa la richiesta per salvaguardare la monarchia. Poiché, nonostante ciò, Croce insiste, io gli ricordo il verso di Dante:
“ E cortesia fu lui esser villano “

Scritti - Editi ed inediti – Fausto Gullo
Associazione culturale
Luigi Gullo – 2004 – pag. 18-19

Francesco Spinelli

11:47 | 31 ottobre 2014

Fausto Gullo - Viaggio a Melissa
Mi recai a Melissa la mattina dopo l’eccidio. Conosco quasi tutta la mia regione, ma a Melissa non mi era mai venuto fatto di andare prima di allora: Melissa destò nel mio animo un’impressione ancora più triste di quella suscitata da altre zone e da altri paesi, quasi una sensazione dolorosa i sconsolato e irrimediabile abbandono. La strada si ferma a qualche centinaio di metri dal paese; poi è un petroso sentiero dal quale, raggiunto l’abitato , si dipartono erti e scoscesi viottoli, su cui si aprono le porte dei miseri tuguri. Su un breve spiazzo, a lato del sentiero, mi vennero incontro un centinaio di contadini, che avevano allora accompagnato al Camposanto i due poveri uccisi. Parlai con essi e più ancora sentii da essi le parole che sgorgavano incisive e precise dal loro animo tuttora soggiogato dai fatti sanguinosi e si erano svolti il giorno prima. Cosa notabile però, e che subito infatti notai, dai loro pur commossi accenti di commiserazione e di esecrazione, non traspariva alcun senso di paura , o di abbattimento; vi era al fondo, ben presente la diffusa e temprante coscienza di un diritto , che poteva essere stato ferocemente manomesso, ma, che non cessava per questo di essere un diritto. E il contrasto tra la primitività e la miseria, delle cose, da una parte, e il sentimento nuovo che visibilmente animava gli uomini, dall’altra, mi si manifestò immediato con una impressionante evidenza.
Perché è questo appunto il fatto straordinario e significativo. Per anni e anni i contadini del Mezzogiorno hanno stentato la loro vita in una tragica vicenda: lunghi periodi di supina rassegnazione, appresa come una fatalità, senza rimedio e senza speranza, e poi improvviso, a grandi intervalli di tempo, lo scoppio terribile , di una collera selvaggia, che veniva subito repressa da una feroce reazione poliziesca e la cui eco si spegneva in una rassegnazione ancor più disperata . Da qualche anno a questa parte la vita contadina del Mezzogiorno ha un altro volto. Il mutamento non è stato certo improvviso, né è qui il caso di procedere a una disanima analitica delle molteplice cause di così interessante fenomeno. La realtà di una miseria e di una generale arretratezza che investe tutti i settori della vita collettiva, persiste, anzi si è col tempo e con inarrestabile irrompere di nuovi bisogni, aggravata; ma essa viene affrontata dai contadini con animo diverso e con una consapevolezza che, non è più soltanto relativa, dà al loro movimento il tono e il significato di un fatto il quale superata la fase dispersiva della azine individuale , si sviluppa nel più largo ambito della coscienza, di classe. Nella generale disgregazione sociale, che Antonio Gramsci indicava come la nota caratteristica della vita meridionale , il movimento contadino, nella misura e nel modo in cui ogni giorno si va meglio delineando, si inserisce come manifestazione di una volontà di liberazione che, pur nella sua necessaria spontaneità, ha perduto l’antico carattere di caotica esplosione per assumere la forma e la sostanza di un movimento collettivo, che attinge la sua forza nella disciplina, per quanto ancora imperfetta di una lotta consapevole . Erano stati appena composti nelle povere bare i corpi straziati di due uccisi di Melissa, e altre occupazioni di terre venivano realizzate nei paesi vicini da parte di intiere masse contadine, senza un solo episodio di violenza e di furia distruttrice, ma con al tenacia e la fermezza di chi sa di esercitare un diritto e non intende piegare all’altrui volontà sopraffattrice.
Il fenomeno sconvolge i piani e le previsioni della vecchia classe dirigente. Questa, di fronte all’esperienza del primo dopoguerra, riteneva che l’agitazione contadina, manifestatasi appena il Mezzogiorno fu sottratto alla guerra guerreggiata, si sarebbe presto placata e il vecchio inganno delle promesse non mantenute avrebbe ancora segnata la vittoria. Era tuttavia vivo nel ricordo ciò che nel 1920-24 era avvenuto per la concessione delle terre incolte. Il movimento, iniziatosi appena cessata la guerra al grido “ la terra ai contadini “, lanciato, come un impegno solenne, nel momento del pericolo, dalle stesse classi dirigenti, aveva via via perduto il suo slancio iniziale e si era in breve tempo spento, soffocato e represso dalal reazione padronale, cui fornivano incondizionato appoggio le autorità statali, sollecite di ricondurre la vita del Mezzogiorno all’antica e rassegnata soggezione. Il sopravvenuto fascismo fece il resto, e così la grande proprietà terriera potè riacquistare la sua posizione di incontrastato dominio.“
Le poche cooperative e le altre associazioni contadine, prive di ogni aiuto da parte dello Stato, che era pur così prodigo per i famigerati agricoltori benemeriti , via via si sciolsero, costrette ad abbandonare le brevi terre ottenute; le casse rurali, nonostante il promettente inizio, furono tutte travolte dal fallimento al sopravvenire dalla crisi economica; gli stessi contadini, che avevano negli anni della inflazione acquistato ad altissimi prezzi piccole zone marginali della grande proprietà terriera, se le videro espropriate, schiacciati dall’insostenibile gravame ipotecario, determinando così l’arresto di quella ascesa dei contadini alla piccola proprietà coltivatrice, che lo Stato capitalistico a parole esalta e nei fatti abbandona indifesa alla soverchiante forza assorbitrice del grande monopolio terriero.
Bisogna essere ciechi per non constatare che ora invece v’è qualcosa di nuovo e di sostanzialmente diverso, e più ciechi ancora - o più in mala fede – per attribuire ciò all’azione sobillatrice di pochi o molti agitatori animati da torve mire politiche, quasi che sian venite meno quelle condizioni di generale miseria e di iniqua distribuzione della ricchezza, che pur inchieste ufficiali e studiosi di ogni tendenza da decenni vanno sempre meglio accertando e denunciando.
V’è indubbiamente – non si contesta – uno spirito organizzativo che costituisce appunto, come diciamo, la nota nuova delle attuali agitazioni; ma ciò è in dipendenza dell’esercizio di diritti riconosciuti ai cittadini, e, quindi anche ai contadini, dalla Costituzione repubblicana, che non vuol essere un retorico, per quanto solenne, museo di formule politiche, ma la garanzia attuosa e valida della libera esplicazione di facoltà e di diritti che il popolo italiano ha saputo conquistarsi in lunghi anni di sacrifici e di lotte.
Ed è contro tale spirito organizzativo che più aspramente si appuntano le armi della reazione; si può dire che non vi è dirigente sindacale il quale non sia continuamente alle prese con la più volgare persecuzione poliziesca o che non sia costretto a difendersi dalle accuse e dalle imputazioni più assurde. Il trissto fenomeno è in verità nazionale e si accompagna a tutta la vasta e ben orchestrata attività scissionistica e agli altri aspetti palesi e dissimulati della reazione padronale e governativa; ma nel Mezzogiorno esso assume un carattere di violenza meno controllata quale può suggerire il più arretrato ambiente sociale e una meno vigile opinione pubblica.
Senonchè anche quest’arme urta contro una resistenza inconsueta. Può, si, proditoriamente disintegrare nella morte tre poveri contadini di Melissa, ma non riesce più a spezzare la decisa volontà di liberazione onde sono animate le masse e meno ancora il sentimento nuovo di attiva solidarietà che le muove e le guida.
Chi non ha assistito alle assise per l rinascita della Calabria , convocate a Crotone il 3 e 4 dicembre non può intendere in tutta la sua grande significazione l’imponente fenomeno. Non si è durato fatica a constatare che il largo movimento contadino di occupazione delle terre latifondistiche è senza dubbio molto più della pur giusta agitazione di un’ampia categoria di lavoratori; è già la grande manifestazione di una nuova collettività, in cui confluiscono, insieme con i contadini che ne costituiscono in questo momento l’ala marciante , altri strati di popolazione lavoratrice, artigiani e operai, tecnici e intellettuali, piccoli industriali e commercianti, una collettività nuova che si annuncia come la classe dirigente di domani, cui è riservato il compito di realizzare il profondo e generale rinnovamento della regione.
Nell’ampio teatro, in cui le Assise si sono erano convocate, davanti ai duemila e più delegati dei vari comuni calabresi si sono avvicendati alla tribuna intellettuali e lavoratori, contadini, artigiani, anche un prete, a trattare di problemi concreti, interessanti la vita della varie zone.
Uno spettacolo indimenticabile, al quale nulla toglie l’organizzato silenzio di cui lo circonda la stampa governativa e fiancheggiatrice. Ogni sforzo minimizzatore si rivela ogni giorno più miseramente vano, non foss’altro perché in patente contrasto con la non più dissimulata inquietudine del governo, costretto dalla imponenza dell’agitazione a promettere e ad adottare misure e provvedimenti, che, quale che sia la loro effettiva portata, costituiscono un sintomo di non dubbio significato. E anche su tali provvedimenti, specie su quello appena allora annunciato sulla colonizzazione della Sila e delle zone contermini, si è esercitata la critica consapevole e realistica dei convenuti alle Assise. I quali ne anno subito denunziato la sostanziale premeditata insufficienza, cui invano fanno schermo le pompose premesse, e che è resa ancora più grave dalla aperta intonazione antidemocratica delle norme di esecuzione, cui presiede il ben evidente e deciso proposito di escludere ogni possibilità di iniziativa e di controllo popolare.

Francesco Spinelli

17:35 | 29 ottobre 2014

Il problema fondamentale della Calabria

Non è difficile, ancor oggi, sentire affermare, e da persone non sempre incolte, che il Mezzogiorno, nel momento in cui entrò a far parte dello Stato Unitario ed in conseguenza appunto di esservi entrato, avrebbe fatto sull'altare dell'unità il grande sacrificio, consapevole o non, di un suo ingente benessere, avendone in compenso una pesante somma di danni, che poi, durante il lungo cammino, si sarebbe andata insopportabilmente aggravando.
La tesi fu ripresa con rinnovata lena – e se ne ebbe poi anche qualche eco nelle discussioni alla Costituente – in occasione del dibattito istituzionale, allorquando non trascurabili schiere di opinione pubblica, particolarmente nel Napoletano, trovavano il loro punto di concentramento nella opinione che l’unità nazionale avesse costituito per il Mezzogiorno una causa di regresso economico e un forte ostacolo al suo progresso sociale. E ( cosa strana se l’esame si fermi alla superficie del fenomeno ) tale opinione determinò nell’orientamento di alcuni strati della massa elettorale, specialmente napoletana, l’adesione alla causa monarchica, ossia alla permanenza di quel regime accentratore, che avrebbe dovuto invece apparire come la ragione prima del lamentato immiserimento del Mezzogiorno in dipendenza della raggiunta unità nazionale. Ricordando ciò, io non intendo soffermarmi sull’aspetto più delicato della questione, su quello dei rapporti tra Nord e Sud e sui particolari stati d’animo che esso rivela anche indipendentemente dal fatto che tali rapporti sono non infrequentemente e volutamente assunti in funzione di elemento turbatore di una serena visione del problema, al servizio di interessi e di tesi prestabilite, non sempre apertamente confessabili
A me preme in questo momento rilevare ancora una volta quanto sia erronea e contraria al vero la premessa da cui si muove, e cioè che il Mezzogiorno godesse, prima della unificazione nazionale, di un generale benessere economico. .
A sostegno di tale tesi si sogliono addurre, tra gli altri, due fatti : il primo che il Regno di Napoli godesse di un modesto debito pubblico e di una ingente quantità di valuta metallica circolante, e l’altro che le imposte fossero poche e lievi. Ora, tralasciando di considerare quanto, in linea di fatto, vi sia per lo meno di esagerato nelle suddette affermazioni e specialmente nell’ultima, è da tener presente in linea di principio che non è per nulla dimostrato che il modesto debito pubblico, la ingente quantità di valuta metallica circolante e la lieve imposizione tributaria, siano di per sé soli, fenomeni indicativi del benessere sociale di una Nazione. Mai, anzi, come nel caso, si ha la sicura dimostrazione del contrario. Chi voglia chiudere gli occhi alla più accertata realtà storica non può non convenire su un punto, e cioè che le condizioni economiche e sociali delle regioni meridionali, all’atto della unificazione nazionale, erano molto più che soltanto deplorevoli. Non si dura davvero grande fatica a rintracciare le molteplici fonti che testimoniano quale fosse lo stato di mortificante miserabilità in cui vivevano le popolazioni de Mezzogiorno alla vigilia del 1860. Tanto più mortificante in quanto che esso si accompagnava alla quasi assoluta assenza dio bisogni e di esigenze che non fossero quelli attinenti alla pura vita materiale. Altissimo il numero degli analfabeti e non solo delle classi umili; analfabete,.poi, erano pressoché tutte le donne a qualunque categoria appartenessero. Tutti vivono una vita grama e chiusa; ognuno nel suo angusto ambiente, con scarsi e saltuari rapporti anche con quelli più vicini . Le classi umili non conoscevano il pane di grano, cibandosi costantemente di quello nero, di segale; nulla l’alimentazione carnea, se non quella di pecora nelle grandi occasioni, come il pranzo di nozze o la festa del patrono, misere e nude le abitazioni, prive, non chè di ogni comodità, anche di quel minimo che segni il primo distacco da abitudini quasi bestiali.

Ho già ricordato altra volta, per ciò che riguarda specialmente la Calabria ( ma il discorso è lo stesso per tutto il mezzogiorno ) quanto ha scritto in perspicue pagine, purtroppo così poco conosciute, Vincenzo Padula nei primissimi anni del regime unitario, sullo stato delle persone in Calabria. Era il Padula, oltre che un eccellente prosatore, un vivace e originale poeta di liberissimi sensi, nonostante la sua qualità di prete, dovuta, de resto, come egli stesso accenna, proprio alle condizioni di arretratezza della sua regione, che imponevano al cadetto delle famiglie borghesi la veste talare . Chi vuole un quadro, perfetto dal punto di vista storico e suggestivo da quello artistico, delle condizioni della Calabria intorno al 1860, legga queste pagine e imparerà come possa vivere un popolo in uno Stato che pur ha un modesto debito pubblico, liei imposte e una ingente quantità di valuta metallica ! E chi vuole ne avrà tra breve la facile possibilità, grazie all’iniziativa di Carlo Muscetta, che di queste pagine sta curando proprio ora una nuova edizione.

Resta da domandare: com’è allora che, nonostante tali e tante testimonianze, è pur così diffusa l’opinione di questo preteso benessere del Mezzogiorno immolato sull’altare dell’unità nazionale ?
Volendo rispondere a tale domanda ci vien fatto di considerare che forse essa va posta in termini diversi. Premesso infatti che l’opinione non ha alcun fondamento, e non pare che il quesito possa essere un altro: che cosa ha fatto lo stato unitario per incidere con la sua attività sulle cause di tanta miseria al fine di rimuoverle e avviare il Mezzogiorno verso un profondo rinnovamento economico e sociale ? La risposta a siffatto quesito non può che essere se non negativa. E’ ormai anche questa una verità acquisita: al rivolgimento politico da cui è nata l’unità, la borghesia vittoriosa, specie nel Mezzogiorno, è riuscita ad ottenere, tenacemente perseguendo un cosciente proposito, che non si accompagnasse un parallelo rivolgimento sociale. Il compromesso regio, di cui il Gramsci e il Dorso hanno così acutamente illustrato i significativi aspetti, ha dato modo alle classi possidenti del Mezzogiorno di arrestare il processo di sviluppo del Risorgimento nazionale, lasciando inalterati gli esistenti rapporti economici e sociali e deludendo le profonde aspirazioni della masse contadine meridionali, cui il movimento unitario si presentava come la premessa di un radicale mutamento dello loro condizioni di vita. Riflesso di tale fiduciosa aspettazione, prima, e della dolorosa delusione, poi, furono in un primo tempo le festose occupazioni delle terre demaniali da parte di intere popolazioni e in un secondo tempo le rivolte contadine, le une e le altre ferocemente represse dalle nuove forze dello stato unitario, e delle quali è ancora da fare la storia, soffocata come è stata finora dall’aulico racconto degli avvenimenti, falso o quantomeno reticente.
E’ superfluo qui ripetere le lacrimevoli vicende della spartizione delle terre demaniali, risoltasi in un ulteriore arricchimento dei grandi proprietari terrieri , o quella dell’affrancazione degli usi civici attraverso la quale si tolsero alle popolazioni i loro antichi diritti senza alcun apprezzabile compenso, o, ancor peggio, quella della liquidazione dell’asse ecclesiastico, che volle dire la scandalosa dilapidazione di un ingentissimo patrimonio collettivo a vantaggio di pochi privilegiati.
E così, a 90 anni dalla raggiunta unità nazionale, i rapporti economici tra le diverse classi sociali sono pressochè quelli di allora, il monopolio della grande proprietà terriera, in Calabria, più che nel resto del Mezzogiorno continentale, è tutt’ora in piedi, trionfante nel desolato squallore del latifondo; le grandi estensioni di terre, usurpate dai ricchi signori, pronuba anche la compiacente attività legislativa del nuovo stato unitario, costituiscono ancora la non raggiunta meta delle giuste aspirazioni delle popolazioni contadine. Forse in nessuna regione del Mezzogiorno, come in Calabria, e più specialmente nell’Altopiano Silano , tale attività spoliatrice si dimostra con così impudente evidenza. La storia delle “ difese” silane, ossia delle poche e immense proprietà private che da sole occupano la più gran parte del vasto altipiano, è presente, nonché nella non difficile documentazione, nella viva tradizione e nello stesso ricordo degli uomini, ed è una dolorante storia di violente occupazioni e di appropriazioni fraudolente, alle quali è sempre riuscito di guadagnare territorio col tempo e con la complicità dei poteri statali, il crisma di una ancora più arbitraria e più impudente legittimazione.
Lo stato unitario, perpetuando un tradizione viceregnale e borbonica, non ha mai fatto nulla per la salvaguardia dei diritti delle popolazioni, con questo di più grave, che mentre i vicerè e i Borboni, sia pure con innocue “grida”, sancivano periodicamente l’illegalità della situazione creatasi, attraverso l’attività usurpatrice dei baroni, ai danni della collettività, lo stato unitario con la legge del ’76 copri con una generale sanatoria il fatto compiuto legalizzando in tal modo le antiche e recenti usurpazioni, assicurando, in altre parole, al re, con la forza delle leggi, il frutto del delitto ! Né da tal sanatoria trasse alcun vantaggio l’economia agricola della regione, che rimase qual’era, povera e primitiva, non essendosi mai accompagnata la carpita sicurezza del possesso della terra, da parte degli usurpatori divenuti proprietari, con alcuna iniziativa intesa, nonché al rinnovamento, anche soltanto all’avviamento di una qualsiasi razionale attività produttiva.




E non si creda che il discorso, che qui si è fatto per l’altopiano Silano, possa essere in gran parte diverso per le altre distese latifondistiche della Calabria. La Piana di Sibari, in provincia di Cosenza, il Marchesato di Crotone, in quella di Catanzaro, in cui pochi baroni hanno il dominio di quasi tutte le terre, presentano le stesse caratteristiche di appropriazione consumata con violenza o con frode, sulla quale si è compiacente distesa la patina protettrice della complice legge.
Ora non è dubbio che su tale situazione sociale ed economi cala rivoluzione unitaria è passata senza nulla mutare, aggravandone anzi i termini. Riuscì alla borghesia, come si è detto di, di arrestare il progresso di sviluppo del risorgimento nazionale, opponendo alle aspirazioni delle masse il più perfezionato congegno repressivo del nuovo Stato; impresa tanto più agevole LL borghesia meridionale, la cui attivtà ciecamente conservatrice potè svolgersi in un ambiente sociale più arretrato e chiuso, quale era quello del Regno di Napoli a paragone degli antri Stati italiani . E questo squilibrio tra l’una e l’altra parte del nuovo stato unitario, aggravato via via dalla persistente cristallizzazione degli antichi rapporti sociali, sbocco alfine nella costante subordinazione degli interessi del Sud alla progredente attività industriale del Nord, alla quale lo Sato, con la complicità dei grandi proprietari terrieri meridionali, assicurò condizioni di privilegi, riuscendo così a fare del Mezzogiorno la colonia di sfruttamento per i capitalismo settentrionale.
Son cose, codeste, dette e ridette le cento volte, sempre, cioè, che si è onestamente indagato sulle ragioni dell’arretratezza del Mezzogiorno, e la Calabria in ispecie, è tutto corso ed agitato dal più largo movimento finora visto di ricorrenti occupazioni di terre da parte di intere popolazioni contadine. Il fenomeno ha aspetti di vastità tale che è semplicemente stolto, per non dire di più e di meglio appropriato , far ricorso per spiegarlo all’azione sobillatrice degli agitatori e alle torve mire politiche da cui costoro sarebbero mossi. E’ questa la solita mentalità poliziesca, non ultima causa del persistere di una situazione sociale, della quale non si vuole riconoscere l’intrinseca ingiustizia e l’obbiettiva insopportabilità; e non è a dire che i caratteri veri di tale situazione non siano perfettamente rilevabili. Un’impressionante dimostrazione in tal senso è venuta fuori, con spontaneità e una concordia che dovrebbe imporsi ai resistenti, da quanto i pubblicisti di ogni colore e di ogni tendenza hanno scritto in seguito ai sanguinosi fatti di Melissa. Neanche essi, del resto hanno detto nulla di nuovo a chi ha notizia e ricordo di ciò che da decenni e decessi vanno scrivendo privati studiosi ed accertando molteplici inchieste ufficiali. Tant’è, ogni qualvolta il Mezzogiorno si è mosso, il Governo centrale ha sempre affrontato la questione con mentalitàe prospettive poliziesche. E quando non ha fatto ciò, ha ispirato la sua attività a vieti criteri paternalistici i quali escludono per definizione ogni possibilità di radicale soluzione degli annosi problemi.
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Il movimento di occupazione delle terre baronali che, iniziatoti alla fine della guerra, con manifestazione più o meno imponenti, non si è mai arrestato, h assunto proporzioni tali da non potere essere più spiegato neanche con col solo motivo, pur così incidente, della fame di terra dei contadini. Esso supera i pur così larghi confini di una tale giustificazione e invade il più vasto campo di tutta la struttura sociale della regione e si presenta all’occhio dell’attento indagatore, come la fase terminale di un lungo e travagliato processo che investe tutte le classi sociali, scuotendo alla base i rapporti onde esse sono legate.
Per la prima volta l’occupazione delle terre non è più soltanto un fenomeno che si manifesta e si esaurisce nel particolare settore in cui contrastano proprietari e contadini, ma si allarga a tutti gli altri strati sociali, costringendoli a prendere posizione nella lotta, nella quale ognuno di loro avverte , sia pure confusamente, che sono anche impiegati i suoi immediati interessi e il suo avvenire. E’ questa la ragione per cui al movimento partecipano ora, in vario modo, non soltanto i contadini senza terra o con poca terra, ma anche piccoli e medi proprietari, fittavoli, industriali, tecnici e, anche fuori del campo specifico, commercianti professionisti, intellettuali, tutti in una parola, con maggiore o minore impegn, i componenti di quel complesso amalgama sociale che va sotto il nome di ceto medio.o
Sarebbe frutto di errore o peggio di un malizioso partito preso voler considerare il vasto movimento attuale come fenomeno sorto improvviso, sai pure ricercandone le cause, non del preteso e ridevole sobillamento di insidiosi agitatori, ma della contingente crisi economica, retaggio della guerra,. La crsii postbellica ha potuto accelerare i tempi ma non è la ragione determinante del movimento. Il fenomeno ha antiche radici che si profondano nel tempo da manifestazioni esteriormente diverse ma che si riallacciano, come ora meglio si constata, alle sesse profonde ragioni.
Anche a non considerare gli scoppi sanguinosi e periodici di rivolte contadine, che la storia dello stato unitario registra come tipici della vita meridionale e che si inseriscono in maniera diretta nel meccanismo dei motivi immediatamente determinanti, non può non riconoscersi lo stretto legameche unisce l’odierno vasto movimento di occupazione elle terre a due fenomeni sociali che improntarono di sé in modo così caratteristico la vita meridionale, e cioè il brigantaggio dei primi anni seguiti alla raggiunta unità nazionale e l’esodo migratorio tra la fine del secolo passato e gli inizi del presente.
Mentre,però, sia il brigantaggio che l’emigrazione si presentano come manifestazioni proprie di masse socialmente disgregate , che non sanno e non possono, appunto perché tali , resistere e opporsi altrimenti alla miseria e allo sfruttamento che le opprimono, il vasto e incontenibile movimento attuale di occupazione delle terre, invece, è indicativo di una coscienza nuova, che determina, conseguentemente alla consapevolezza dei fini da raggiungere, l’apprestamento dell’idoneo ed efficace strumento organizzativo. Soltanto la miopia politica e il sordido egoismo delle classi dirigenti possono, rovesciando le situazioni dare il valore di causa all’attività organizzativa e quello di effetto al generale movimento. Come se costituisse un fatto nuovo quello di grandi e comuni interessi collettivi che determinano la necessità di una difesa organizzata, la quale, e anche ciò non è nuovo, determina a sua volta una più chiara coscienza degli interessi stessi e un perfezionamento progressivo dei mezzi di difesa e di attacco, come se non fosse questa la molla di ogni progresso sociale e come se, d’alra parte , tale attività organizzativa non costituisse l legale esercizio di precisi diritti consacrati nella costituzione repubblicana.
Senonché il movimento è di tale vastità e ha così profonde radici che ogni sforzo, inteso a contenerlo, e ogni insidiosa interpretazione, intesa a screditarlo, si sono dimostrati miseramente vani, e classi dirigenti e governo sono stati costretti a riconoscere, sia pure con mal dissimulate riserve e studiate manovre temporeggiatrici, l’esistenza di obbiettive condizioni cui è necessario andare incontro con una specifica attività legislativa. La quale, del resto, è imposta come obbligo preciso al nuovo legislatore repubblicano
Dalla Carta Costituzionale, che, affrontando appunto il problema della grande proprietà terriera e del latifondo, sancisce per la prima l’obbligo di una permanente limitazione alla sua estensione e per il secondo quello di una decisa azione eversiva. E precisa che tali sanzioni sono dirette, oltre che all’incremento della produzione, anche e soprattutto a stabilire equi rapporti sociali. In tal modo la norma costituzionale pone e risolve un prablema, che non è soltanto di perfezionamento tecnicoe di bonifica, ma prevalentemente un problema di struttura economica.
Il movimento dell’occupazione delle terre, pertanto, oltre che da condizioni obbiettive che ne costituiscono la causa fondamentale, trae una sua ulteriore giustificazione , di carattere legale e quindi di forma oltre che di sostanza, dalle suddette disposizioni costituzionali, che mentre fissano un riconoscimento, comandano una determinata e adeguata sistemazione legislativa.
La Costituzione, in effetti, sia pure nei limiti del necessario compromesso dovuto al particolare schieramento di forze, politiche contrastanti, ha posto sul suo vero piano il problema del Mezzogiorno , fissando alla via della sua risoluzione quell'obbiettivo di preminente carattere sociale, che solo può forzare e i vecchi schemi informati o allo stolido concetto di una pretesa congenita inferiorità di razza, o a quello più intelligente e tanto più insidioso di una inevitabile fatalità, sorgente da condizioni naturali su cui nulla o ben poco può l'opera dell'uomo. Vecchi schemi dai quali è così comodo trarre motivi di rassegnata aquiescenza per la cronica fame delle masse e di liberatrice giustificazione per l'ignavia assenteistica dei ceti privilegiati.
La Costituzione si schiera, se non con pieno, con sufficiente ardimento, contro tali vecchi schemi e pone le premesse e le condizioni per la soluzione della questione meridionale, nel senso di determinare una profonda modificazione dei rapporti tra le varie classi, al fine di spianare così la via ad una nuova classe dirigente, costituita da quelle sane forze popolari mantenute sempre finora all’antica feudalistica soggezione.

Non è senza significato il tenace sforzo, non importa se bene o mal dissimulato, col quale i beneficiari del vecchio stato di cose tentano di costringere il problema del latifondo e del monopolio terriero nei confini di una questione di bonifica e di miglioramenti fondiari. Questione di cui sarebbe ancora più stolto negare la diretta subordinazione all’altra, tanto più pressante e fondamentale, della struttura agraria e sociale del Mezzogiorno. Se non concorressero altri argomenti a mostrare l’erroneità e la tendenziosità di tale impostazione, dovrebbe pur valere quello scaturente da una secolare esperienza, spietatamente indicativa della irrimediabile incapacità della vecchia classe dirigente a risolvere anche uno solo dei problemi che angustiano e intristiscono la vita meridionale, primo tra gli altri proprio quello della bonifica e dei miglioramenti fondiari. E ciò non solo ai fini diretti dell’eversione dell’economia latifondistica e della trasformazione colturale della grande proprietà terriera, ma anche a quelli più limitati ma non meno significativi dell’efficienza e dello sviluppo della piccola proprietà coltivatrice, là dove essa attualmente esiste e i cui mirabili sforzi, tutti dovuti all’intelligente iniziativa e laboriosità dei contadini diretti coltivatori e a cui lo Stato ha sempre negato ogni efficace ausilio, non sono sfuggiti alla costatazione vanamente ammirativa di quanti, ufficialmente o non, si sono interessati alle condizioni agricole del Mezzogiorno.i
Non è infrequente a chi viaggi per la Calabria notare, ai margini e a volte anche nel mezzo di vaste zone a coltivazione estensiva, brevi oasi di terreni alberati e intensivamente coltivati, segno sicuro della presenza della piccola proprietà contadina. La quale però nonché costituire l’inizio e anche soltanto lo stimolo per un più vasto rinnovamento, pur così chiaramente dimostrato possibile , si restringe e, per dir così, si esaurisce tutta in se stessa. L’angusto ambiente sociale che la circonda e la povertà del mercato creano intorno il vuoto economico , sì che essa è necessariamente contenuta nei brevi e malsicuri termini di una modesta autosufficienza familiare, non solo incapace di ogni ulteriore sviluppo, ma priva di quell’intrinseca forza che le dia modo di resistere all’assalto delle ricorrenti crisi e alla prepotenza assorbitrice del circostante monopolio terriero. E questa alterna vicenda della di composizione e decomposizione della piccola proprietà coltivatrice , che ha le sue punte macroscopiche nei periodi di grave squilibrio economico, è in realtà l’aspetto costante e più significativo di una struttura agraria che pone ostacoli insormontabili all’iniziativa ne alla volontà rinnovatrice delle sane forse produttive e che è la causa dello stato di arretratezza della vita meridionale. Da qui appunto trae la ragion d’essere e la sua basilare importanza l’indirizzo segnato dalla Costituzione all’innovatrice attività legislativa della Repubblica, che deve essere intesa soprattutto a determinare una profonda trasformazione della struttura agraria delle regioni meridionali, trasformazione che costituisce la premessa imprescindibile sia della risoluzione dei pressanti problemi di carattere tecnico, riguardanti la bonifica e la trasformazione colturale, sia una reale, e non soltanto retorica ed elettoralistica, industrializzazione del Mezzogiorno.
Quali siano le significative vicende della lunga azione, tuttavia in corso, intesa alla realizzazione, da una parte, e alla non realizzazione dall’altra, di tale preciso obbligo costituzionale, non è qui in caso di riandare e analizzare; esse sono presenti al ricordo alla costatazione di ognuno.

Può essere opportuno, però, togliere in esame i criteri informatori che caratterizzano i provvedimenti legislativi, già approvati o in via di approvazioni, con i quali il partito dominante e il governo che ne è è l’espressione, affermano di adempiere l’obbligo imposto dalla Costituzione.
I provvedimenti sono tre: quello sulla Sila, quello sulla Cassa del Mezzogiorno e quello stralcio di riforma agraria: i primi due già leggi dello Stato, il terzo approvato alla Camera e in attesa dell’approvazione del Senato. TUTTI E TRE I PROVVEDIMENTI SONO STATI PRESENTATI DAL GOVERNO come i validi strumenti apprestati per affrontare i risolvere la questione meridionale: essi realizzerebbero i formali e solenni impegni che, specialmente in periodo elettorale, il partito dominante aveva sssuno e aveva fissato come punti fondamentali del suo programma.
Non è qui il caso di ricordare quanto abbiano il realtà influito a determinare tale attività legislativa i luttuosi fatti cui ha dato luogo il vano sforzo governativo di reprimere con feroci mezzi di polizia le agitazioni per la occupazione delle terre. Non è dubbio, ad ogni modo, che i fatti suddetti hanno dimostrato che il tradizionale quadro di scoppi improvvisi di selvaggia rivolta di misere plebi abbrutite nella rassegnazione e alla rassegnazione costrette da una più selvaggia repressione poliziesca, è scomparso per sempre, e che al suo posto è una coscienza nuova, con la lquale è necessario fare da oggi in poi i conti. Ed è proprio alla stregua di questa coscienza nuova e dei problemi che essa categoricamente pone che vanno esaminati i provvedimenti legislativi in corso.

Una prima indubbia conclusione che si trae da un tale esame è che essi eludono volutamente il problema fondamentale, che involge, come si è detto, la struttura economico-sociale del Mezzogiorno. I tre provvedimenti, infatti non incidono se non in via molto indiretta su tale struttura e , quali possano essere le modalità e i risultati di una loro, del resto molto problematica, applicazione, essi lasceranno intatti gli esistenti rapporti sociali, se addirittura non li esaspereranno. La cosa, di estrema evidenza nella Cassa del Mezzogiorno, non è meno rilevabile, per quanto si sia tentato di dissimularla, negli altri due provvedimenti.

La Cassa per il Mezzogiorno si riallaccia alla vecchia politica dei lavori pubblici, rimessa a nuovo per l’occasione con una patina di molto deteriore vernice, e che una pesante tradizione denuncia come sostanzialmente inoperante, nonché ai fini di un profondo rinnovamento economico-sociale, neanche a quelli dell’effettivo stabilimento di condizioni ambientali idonee a soddisfare le elementari esigenze di una convivenza civile. Né vogliamo qui indugiarci sulla discutibile efficienza, dal punto di vista della loro effettiva disponibilità, dei predisposti finanziamenti, i quali - e questo è certo – hanno intanto un loro contra spetto negativo nella falcidie cui sono stati sottoposti i normali finanziamenti per opere pubbliche e miglioramenti fondiari nei bilanci dei Lavori Pubblici e dell’Agricoltura.
Comunque – diciamo – il problema di fondo, quello cioè di un radicale rinnovamento sociale ed economico delle regioni meridionali, rimane fuori della sfera di applicazione, efficiente o non che essa sia per essere, della legge sulla Cassa del mezzogiorno.
Altrimenti parrebbe che dovve svolgersi un discorso nei riguardi della legge sulla Sila e della legge stralcio di riforma fondiaria. Entrambe si sono annunziate con l’orgoglioso impegno di affrontare e risolvere appunto il problema fondamentale, di realizzare, cioè o almeno di dare un sicuro avvio a una ferma politica di smantellamento del latifondo e di detronizzazione del monopolio terriero. Che sono poi – si ripete – le due urgenti esigenze che specie nei rapporti della vita economica-sociale del Mezzogiorno pone la Costituzione.
Il lungo dibattito, in Parlamento e fuori, che ha preceduto ed accompagnato i due disegni di legge, ha esaurientemente dimostrato la preordinata e intrinseca inidoneità dei provvedimenti ad assolvere il compito che si afferma loro assegnato. Di tale dimostrazione è qui sufficiente ricordare e riassumere quanto si riferisce alla disanima dei criteri informatori di essi, senza scendere all’analisi, ai nostri fini superflua, delle singole misure.
E anche questa indennità, da attribuire ai grandi proprietari addossandola ai contadini assegnatari, è cosa perspicuamente dimostrativa della volontà che ha mosso le due leggi, intesa a non deviare dalla tradizionale scia legislativa, orientata alla concezione quiritaria del diritto di proprietà e in insanabile contrasto, quindi, col preminente carattere di socialità che la costituzione pone a fondamento del diritto stesso. Concepire la limitazione alla privata proprietà terriera, che è condizione necessaria per la riforma fondiaria pur contenuta in modesti limiti, come una normale espropriazione per pubblica utilità sottoposta all’obbligo del giusto indennizzo, significa porsi inizialmente su una via che a tutto può portare meno che ad un effettivo smantellamento del prepotere sociale, economico e politico del monopolio terriero.
Se è vero che il necessario conseguimento di equi rapporti sociali al diritto della proprietà della terra, limite oltre il quale si cade nel socialmente e quindi giuridicamente illecito, è ben difficile sostenere che ci sia luogo per il diritto alla giusta indennità in favore del proprietario cui vien tolta l’estensione che è oltre il limite stesso . E va anche posto in rilievo, così come è stato autorevolmente osservato e da giuristi non eretici, che la norma costituzionale, la quale sancisce l’obbligo della limitazione, non fa parola di corresponsione di indennità.
Riassumendo: mancata imposizione del limite all’estensione del diritto di proprietà; percentuale minima delle ti da espropriare sulla superficie espropriabile ( meno di 1.000.000 di ettari sui più di 10.000.000 su cui si estende la grande proprietà terriera) ; percentuale minima di assegnatari della terra espropriata sulla grande massa di contadini in attesa: sono questi gli aspetti fondamentali, assolutamente negativi delle leggi , alle quali si affida il compito di affrontare e risolvere il problema meridionale.
A ciò si aggiunga un ulteriore aspetto, che è comune anche alla legge sulla Cassa del Mezzogiorno, e che è anch’esso perspicuamente indicativo della mentalità angustamente conservatrice ed elettoralistica che ha presieduto all’impostazione dei tre provvedimenti: col pretesto di sottrarre l’applicazione alla tarda attività dei normali strumenti burocratici, si è creata una insidiosa burocrazia ad hoc, posta in costituzionalmente fuori degli ordinari poteri di controllo e accuratamente al riparo di ogni possibilità di democratico intervento dei rappresentanti diretti delle popolazioni interessate.
Al fatto centrale, quindi, che le tre leggi eludono il problema fondamentale, si aggiunge che anche in quel poco che, nel campo dell’ordinaria amministrazione , esse hanno di positivo, si rivela con caratteri ancora più accentuati, quel criterio paternalistico che ha finora ispirato la cosiddetta legislazione speciale per il Mezzogiorno e che denunzia come già si è accennato, ora più che mai il consapevole proposito di non rompere la spessa crosta semifeudale e coloniale che comprime e soffoca ogni possibilità di rinnovamento sociale ed economico della vita meridionale.
Questa preordinata inefficienza dei provvedimenti legislativi venendo a scontrarsi col vastità movimento di occupazione delle terre che,specialmente in Calabria per le proporzioni assunte, è al centro della situazione economica e sociale del momento, si inserisce in tale situazione come elemento perturbatore del dinamismo evolutivo cui il movimento stesso ha dato sostanza e indirizzo.
Le terre occupate assommano a varie decine di migliaia di ettari : esse rappresentano il risultato di un’aspra lotta combattuta da migliaia e migliaia di contadini senza terra, raccolti in cooperative e unite da un legame organizzativo , che, pur con tutte le deficienze dello sforzo iniziale, costituisce tuttavia, come si è detto, un dato nuovo nella vita collettiva del Mezzogiorno.
Si può essere d’accordo che nel constatare che l’occupazione delle terre ha risentito della pressione delle necessità urgenti che angustiavano le masse contadine e della crisi bellica e postbellica della produzione, ma ciò non può menomare la grandiosità, dal punto di vista sociale, del movimento, e dal fatto centrale che esso lega indissolubilmente alle condizioni di colpevole e desolante abbandono in cui da decenni sono lasciate le vaste distese di terre baronali.
Una legislazione che avesse voluto validamente affrontare il problema delle masse contadine e realizzare i presupposti segnati nella Costituzione, avrebbe dovuto riconoscere e tener fermo lo stato di fatto prodotto in dipendenza delle occupazioni, facendone la base di partenza per una coraggiosa e generale limitazione della grande proprietà con la conseguente sistemazione se non di tutta di quasi tutta la massa dei contadini senza terra o con poca terra. E a ciò si sarebbe dovuto accompagnare la realizzazione di un vasta programma di bonifica e di razionale trasformazione del suolo, alla quale avrebbero validamente concorso, con efficiente aiuto finanziario e di direzione tecnica dello Stato, l’iniziativa e l’attività associate o individuali dei contadini assegnatari.
La legge sulla Sila e quella cosiddetta di riforma agraria, invece meditatamente informate a opposti criteri, nonché consolidare e allargare le realizzate occupazioni, postulano per la loro applicazione l’estromissione dei contadini dalle terre occupate, ricacciandoli in uno stato di più avvilente miseria, dal quale si salverà soltanto una sparuta minoranza se e quando essa potrà venire in possesso delle poche zone che saranno espropriate.
Non si risolve, anzi si aggrava, il problema, apprestando strumenti legislativi che mentre lasciano sostanzialmente integri i privilegi della grande proprietà assenteistica e semifeudale, mirano visibilmente , attraverso un costosissimo e assolutamente indegno piano di appoderamenti e colonizzazione, a creare ragioni di frattura e di scissione nella massa contadina, per fiaccarne lo slancio rivendicativo e chiudere ad essa la via verso la realizzazione di equi rapporti sociali che la Costituzione democratica auspica e indica al nuovo legislatore.
Non si ubbidisce a nessuna preordinata volontà denigratrice e di sistematica opposizione ma si è costretti a riconoscere una verità, pur tanto triste e sconfortante affermando che con la nuova legislazione i termini della questione m,meridionale, così come essi vennero fuori dall’incompiuto risorgimento nazionale e dal compromesso regio, restano immutati, le tragiche colonne d’ercole di fronte alle quali mostra di volersi arrestare anche la nuova Repubblica democratica fondata sul lavoro!
Conclusione ben amara se essa si accompagnasse con la persuasione che manchino o siano costituzionalmente inefficienti le forze nuove capaci di assumersi il compito di andare oltre, superando ogni ostacolo, sulla via del profondo rinnovamento economico, sociale e politico del Mezzogiorno.
Occorre aver fiducia in queste forze nuove, che si agitano e premono, mosse come sono dalla raggiunta consapevolezza che i loro interessi coincidono con quelli della grande collettività nazionale.
Qualunque cosa si faccia dalla vecchia classe dirigente per eluderlo, ciò non toglie che il vecchio e grande problema è al suo punto di estrema maturazione ed esige la sua necessaria e pronta soluzione, non sul piano contingente e frammentario ma su quello storico e integrale.
Si è cioè, in uno di quei momenti in cui, come scriveva Antonio Gramsci “ esistono già le condizioni necessarie e sufficienti perché determinanti compiti possano e quindi debbano essere risolti stoicamente: debbono, perché ogni venir meno al dovere storico aumenta il disordine necessario e prepara più gravi catastrofi.

FAUSTO GULLO IL PONTE – Rivista mensile di politica e letteratura diretta da Piero Calamandrei Anno VI N. 9-10 Settembre- ottobre 1950 pag 1224-1225

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