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Liberare l’agricoltura

Le politiche comunitarie non aiutano l’agricoltura a liberarsi dai pregiudizi. Arrivano, dalla Commissione europea, elaborazioni in cui prevale l'idea di un rurale omogeneo, distinto e contrapposto all'urbano. E’ necessaria una fraternità civile per affermare il valore della pluralità dei modelli agricoli

Alfonso Pascale

Liberare l’agricoltura

Altra puntata dedicata alla presenza di Alfonso Pascale a Olio Officina Food Festival 2014. La prima puntata è possibile leggerla cliccando QUI. Il video dell'intervento di Pascale lo può vedere invece QUI. Si ringrazia per la trsacrizione del discorso il movimento culturale TreeDream.

Se esaminiamo attentamente le grandi politiche strutturali di modernizzazione dell’agricoltura, notiamo che sono tutte caratterizzate da un elemento comune. La riforma agraria non è soltanto ridistribuzione di terre. Quella è necessaria per rompere il latifondo ed estendere la proprietà coltivatrice. Ma il ruolo principale svolto dagli enti di riforma è quello di costruire comunità.

Qual è la grande lezione di politica agraria che ci deriva dalla bonifica integrale e, poi, dalla riforma agraria? E' che la coesione sociale è una premessa dello sviluppo, non l'esito! Prima si fa coesione, prima si fa comunità, e dopo nasce lo sviluppo.

Questo filo si interrompe alla fine degli anni Cinquanta, quando prevale il mito dell’industrializzazione del Mezzogiorno, rapida, forzata e dall’alto – un falso mito che non porterà un aumento dell’occupazione ma solo guasti sociali e ambientali - e si avviano, per l’agricoltura, politiche assistenzialistiche a livello nazionale e politiche protezionistiche a livello europeo.

In quel frangente, la cultura e la politica dominanti non si avvedono che le campagne, pur tra mille contraddizioni, squilibri e sacrifici, si stanno invece modernizzando e contribuiscono in modo determinante al boom economico che scoppierà nei primi anni Sessanta.

Si sarebbe dovuto perseguire uno sviluppo industriale “dal basso”, coinvolgendo e accompagnando le comunità locali e innestando su di un’agricoltura che si modernizzava una piccola e media industria legata alle risorse locali. Ma questo percorso fu consapevolmente scartato dai gruppi dirigenti in nome di una concezione dello sviluppo come processo alimentato da poteri organizzativi, impersonali e necessitanti, intrinsecamente razionali, a cui sacrificare ogni attenzione verso la cultura rurale, considerata un impaccio di cui liberarsi.

Con la modernizzazione dell’agricoltura e la crisi del mito industrialista si avvia quella che gli studiosi hanno definito la “nuova ruralità”. L’agricoltura costituisce solo una parte minoritaria dell’economia rurale che si diversifica in molte attività produttive e di servizi. E l’urbano e il rurale incominciano a sovrapporsi, sul piano culturale e su quello socio-economico, fino a superare completamente ogni distinzione.

E’ l’intera società italiana a vedere i vari “pezzi” integrarsi totalmente tra di loro.
Ma questo fenomeno complesso - che solo pochi studiosi, come Corrado Barberis e i ricercatori dell’INSOR, riescono immediatamente a vedere - quando finalmente viene percepito anche dall’opinione pubblica, è interpretato in modo del tutto distorto. Prevale l’idea – indotta da una mal digerita cultura ambientalista che arriva dai paesi anglosassoni - che con la “nuova ruralità” stia nascendo un’agricoltura naturale, non contaminata, una nuova arcadia, distinta e separata, a cui aggrapparsi per poterci difendere dai rischi della modernità e della globalizzazione.

Si apre, dunque, la seconda fase del perenne pregiudizio che grava sull’agricoltura.
Come ne usciamo?
Ne usciamo innanzitutto prendendo coscienza che la ruralità mediterranea è completamente diversa dalla ruralità nord-europea.
Purtroppo, le politiche comunitarie non aiutano l’agricoltura a liberarsi dai pregiudizi. Arrivano, infatti, dalla Commissione europea elaborazioni in cui prevale l'idea di un rurale omogeneo, distinto e contrapposto all'urbano.

La ruralità mediterranea non è così. Nella cultura mediterranea non c'è mai stato un mondo agricolo e rurale come un mondo a parte. I contadini hanno sempre voluto abitare nelle città e nei centri abitati e dalle città si “costruiva” la campagna.

L’altro elemento che può aiutare l’agricoltura a liberarsi dai pregiudizi è la riscoperta della fraternità civile che non ha niente a che vedere con la fraternità di tipo religioso. Penso alla fraternità primordiale che ha legato le prime comunità umane quando, con la nascita dell’agricoltura 10 mila anni fa, si sono insediate in un determinato territorio.

Comunità e agricoltura nascono insieme, si mantengono a vicenda; non c'è comunità senza agricoltura e non c'è agricoltura senza comunità.
Cosa legava i membri di queste comunità? La fraternità, la reciprocità, il valore di legame, l’accoglienza.

Attraverso la fraternità civile, dobbiamo riscoprire il valore del pluralismo degli ethos del mercato e dei modelli, a cui si può ovviamente aderire, ma si aderisce singolarmente o in gruppi. Non si deve mai pretendere che le istituzioni, lo stato e le politiche scelgano un modello rispetto ad un altro.
Bisogna che i modelli vivano nella pluralità, nel rispetto vicendevole e nella reciproca contaminazione, dialogando.

Se avviamo una fase di questo tipo, allora forse riusciremo a liberare l'agricoltura e le campagne da questi gravi pregiudizi che le opprimono.

 

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La foto di apertura è di Luigi Caricato

 

Alfonso Pascale - 30-03-2014 - Tutti i diritti riservati

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