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Nessuno ha il coraggio di denunciare

La crisi che stiamo vivendo? E’ una crisi non solo economica, sociale e istituzionale, ma soprattutto morale. In una società consumistica cresciuta all’insegna dell’usa e getta, gli olivicoltori sono considerati un inutile e ingombrante fardello di cui liberarsi. Non servono più neanche alle burocrazie sindacali per garantire la sopravvivenza delle proprie agenzie di servizi

Alfonso Pascale

Nessuno ha il coraggio di denunciare

Nell’annuario 2014 Olio Officina Almanacco, presentato lo scorso gennaio nel corso di Olio Officina Food Festival, campeggia un articolo di Alfonso Pascale che ci sembra giusto rriproporre qui, su Olio Officina Magzine, anche in ragione del tema oggi tanto di attualità: la Pac, acronimo di Politica agricola comune. Un vociare inutile, da destra a manca. Solo posizioni epridermiche. Per questo riteniamo utile riproporre tale articolo. Non mancate tuttavia di leggere Olio Officina Almanacco 2014, già al secondo numero, dopo l’esordio dello scorso anno.

So chiede giustamente Alfonso Pascale: “Che senso ha un sostegno pubblico che permette ai produttori agricoli solo di sopravvivere e di prolungare l’agonia, ma non li rafforza e non li predispone per fronteggiare le sfide del futuro?”

 

Crescere significa fiorire

Nei prossimi mesi, i singoli Stati membri dell’Unione Europea negozieranno con la Commissione Europea gli spazi di flessibilità, concessi dalla riforma della PAC (Politica agricola comune) appena varata, per adattare le normative ai contesti nazionali. Uno dei temi scottanti che dovrà essere affrontato è quello relativo all’individuazione del cosiddetto “agricoltore attivo” per farlo assurgere a destinatario esclusivo degli “aiuti diretti”. Una grana difficile da disinnescare a livello europeo. E pertanto si è preferito cederla agli Stati membri.

I “pagamenti diretti” sono una forma di sostegno pubblico che il Commissario Europeo MacSharry introdusse agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso come tipologia di intervento a carattere transitorio (doveva durare 5-6 anni) per consentire un passaggio morbido dalla vecchia politica di sostegno dei prezzi alla progressiva liberalizzazione dei mercati e allo sviluppo rurale. Ma su quella politica, preannunciata inizialmente come intervento a termine, si costruì immediatamente una mastodontica macchina burocratica per gestirla. E così, la difficoltà a smantellare questa megastruttura, si è tradotta in un tacito vincolo per le successive riforme sempre irrimediabilmente abortite.

Oggi, con il sistema degli “aiuti diretti”, la PAC si presenta come un’intollerabile politica protezionistica che danneggia le agricolture dei paesi poveri. La si giustifica spudoratamente come un utile mezzo per attenuare i problemi posti a livello mondiale dallo squilibrio crescente tra risorse e popolazione. Ma per fronteggiare l’insicurezza alimentare andrebbero attuate liberalizzazioni e protezioni a geometria variabile. I paesi più poveri dei nostri hanno bisogno, per un certo periodo, di proteggersi dalle importazioni dei nostri prodotti agricoli e puntare al proprio sviluppo autoctono. E noi dovremmo dichiararci disponibili a favorire queste legittime e irrinunciabili esigenze. I paesi industrializzati, invece, qualora le crisi alimentari dovute ai prezzi alti del cibo colpissero le fasce povere della propria popolazione, non dovrebbero nutrirle producendo di più localmente, ma dovrebbero farvi fronte con adeguate politiche di welfare in grado di lottare effettivamente contro le povertà.

Invece di prendere atto delle critiche mosse dalle organizzazioni internazionali alla riforma della PAC e irrobustire la politica di sviluppo rurale, le istituzioni europee hanno confermato gli “aiuti diretti” quale principale forma d’intervento pubblico in agricoltura. E tuttavia non hanno potuto fare a meno di ridurre i finanziamenti per tale politica. L’alternativa sarebbe stata una contribuzione più elevata degli Stati membri al bilancio comunitario. Ma l’acuirsi della crisi economica e finanziaria ha reso impraticabile questa strada. E così, ora che la coperta si è ristretta, è diventata ineluttabile l’esigenza di individuare qualche criterio selettivo.

In Italia, l’orientamento che pare prevalere è quello di destinare i “pagamenti diretti” solo agli imprenditori agricoli professionali e di escludere, in ogni caso, i produttori che attualmente ricevono un aiuto inferiore ad una certa soglia. Ma nessuno denuncia che la scelta di questi due criteri andrà a punire proprio quei piccoli produttori che, in molte aree del nostro paese, contribuiscono in modo decisivo a mantenere in vita un’olivicoltura legata al territorio: quella che ha non solo una funzione produttiva, ma soprattutto di tutela dell’ambiente e del paesaggio. In una società consumistica cresciuta all’insegna dell’usa e getta, questi olivicoltori sono considerati un inutile e ingombrante fardello di cui liberarsi. Non servono più neanche alle burocrazie sindacali per garantire la sopravvivenza delle proprie agenzie di servizi.

La storia dell’intervento pubblico in agricoltura ci ricorda che ci sono politiche capaci di accrescere il capitale sociale e altre di indebolirlo. Le grandi trasformazioni economiche e sociali si sono ottenute senza fratture e disagi quando sono state fondate sulla ricostituzione dei legami comunitari, investendo ingenti risorse pubbliche prima di tutto nell’istruzione, nella cultura, nella casa, nei servizi socio-sanitari, nella viabilità. E successivamente in quelle iniziative infrastrutturali e di sostegno alle attività produttive per favorire lo sviluppo. Dalla bonifica integrale alla riforma agraria e agli interventi infrastrutturali del primo ciclo della Cassa per il Mezzogiorno, la coesione sociale è sempre stata considerata una premessa, non un effetto dello sviluppo. E tutte le politiche per l’agricoltura che si sono discostate da siffatto criterio sono state un fallimento.

La PAC è attualmente una politica inadeguata proprio perché è incentrata su di una tipologia d’intervento (pagamenti diretti) che erode il capitale sociale delle campagne. Favorisce, infatti, comportamenti individualistici. Far pervenire ogni anno un sostegno finanziario assistenziale sul conto corrente di un agricoltore senza richiedere in cambio nulla che potesse andare a beneficio dei cittadini contribuenti, significa disincentivare le pratiche collaborative e i comportamenti responsabili. Ma nessuno ha il coraggio di denunciare apertamente il carattere deleterio di questa politica che la maggioranza degli agricoltori non gradisce. Che senso ha un sostegno pubblico che permette ai produttori agricoli solo di sopravvivere e di prolungare l’agonia, ma non li rafforza e non li predispone per fronteggiare le sfide del futuro? Gli agricoltori avvertono fortemente il disagio ma preferiscono tacere. Sperano che prima o poi cambi qualcosa. E allora a chi giova la perpetuazione di questa politica? A quelle strutture pubbliche e private che la gestiscono e non sono disponibili a riconvertirsi. Una delle cause fondamentali del declino della rappresentanza sociale nelle campagne è proprio il venir meno del ruolo di propulsione del capitale sociale svolto per un lungo periodo dalle organizzazioni professionali. E tale declino si è avviato quando esse hanno accettato e difeso politiche pubbliche che, anziché alimentare il capitale sociale, lo erodono.

La crisi che stiamo vivendo è una crisi non solo economica, sociale e istituzionale, ma soprattutto morale. E la causa principale sta nell’idea imperante che l’economia possa andare avanti a prescindere dai legami comunitari. Ma non c’è economia senza comunità. E non c’è la possibilità di salvaguardare le risorse naturali senza accrescere i beni relazionali. La storia delle campagne ci ricorda che c’è un nesso inscindibile tra i valori del mondo rurale (reciprocità, mutuo aiuto, fraternità) e la tutela della terra, dell’acqua e della biodiversità. Le comunità rurali si sono rette, fin da tempi remoti, sulla base di regole autodefinite per l’uso comune delle risorse. La bonifica è stata, fin dal Medioevo, parte integrante dell’umano incivilimento. Ha rappresentato l’insieme delle azioni per sottrarre la terra al dissesto idraulico e all’impaludamento e renderla abitabile dagli uomini. Se, dunque, vengono meno i valori fondamentali che hanno alimentato la società civile delle campagne, non solo si inceppa lo Stato e il mercato, che in origine si sono fondati proprio su quei valori, ma si distruggono inesorabilmente anche le risorse naturali. E, pertanto, per uscire dalla crisi morale in cui ci siamo impantanati, bisogna ripartire dalla capacità della società civile di rivitalizzare quei valori che appartengono al nostro DNA. Gli italiani – non dobbiamo dimenticarlo - sono un “popolo di contadini”, cioè provengono prevalentemente da famiglie che vivevano nelle campagne e sono portatori – chi più, chi meno – dei valori del mondo rurale.

Oggi una società civile vivida e responsabile sta faticosamente emergendo, anche se in forme diverse dal passato. Non la vediamo perché ci vorrebbero nuovi occhi. Dovremmo, infatti, abbandonare un’opinione diffusa che vuole gli uomini mossi unicamente da auto-interesse miope e non anche dalla simpatia verso gli altri e dall’etica della responsabilità verso ogni essere vivente. Gli esseri umani prima di cercare interessi e guadagni, sono cercatori di stima, di approvazione sociale, di relazioni. Per vedere questa società civile dovremmo lasciarci alle spalle una concezione secondo la quale avrebbero dignità di esistere solo le imprese proiettate esclusivamente alla massimizzazione del profitto e sarebbero, comunque, destinate a soccombere nella concorrenza con le prime, tutte quelle che si pongono anche altri obiettivi. Ci sono tanti imprenditori, tanti giovani, tante donne, tante aziende a dimensione familiare, tante imprese sociali del cosiddetto “terzo settore”, tante persone impegnate nei gruppi di acquisto solidale, nel commercio equo e solidale, nel commercio elettronico, nell’agricoltura sociale, nei piccoli esercizi commerciali, nella ristorazione di qualità, nelle reti di economia solidale che vivificano un’economia civile capace di alimentare i beni relazionali e, nel contempo, favorire le condizioni per la crescita del paese.

L’altro luogo comune da sfatare è che il benessere delle persone sia solo materiale. E sfugge che il benessere è anche spirituale. Nella vita è importante avere più cose o consumare più beni. Ma è altrettanto importante decidere, in libertà, la composizione dell’insieme dei beni da produrre, nonché le modalità di fornitura dei beni stessi. E si discute se la crescita sia in sé un bene o un male. E’ una discussione che non porta da nessuna parte. La crescita non dev’essere un fine ma un mezzo. E oggi serve per creare più lavoro e meno debito pubblico. Crescere significa fiorire. Non c’è vita senza fioritura. Si vive meglio in un paese che sta crescendo e in fretta anziché in un paese già ricco e ormai in stagnazione. C’è quindi un nesso più forte tra felicità e crescita che tra felicità e ricchezza. Ci dà più gioia crescere; e questo non significa necessariamente arricchirci, distruggere i beni comuni. Si può benissimo crescere acquisendo consapevolezza critica, responsabilità sociale, sobrietà e, dunque, modelli di produzione e di consumo sostenibili. Crescita non è necessariamente sinonimo di consumismo e di spreco. Crescere è vivere in pienezza la propria vita stando come individui liberi e responsabili in comunità che gestiscono, in modo consapevole e sostenibile, i beni comuni.

Ci vorrebbe una politica che riconoscesse questa nuova società civile che sta emergendo e che vivifica un’agricoltura capace di interagire con l’insieme della società, rifiutando le contrapposizioni tra modelli produttivi e di consumo, tra sistemi di imprese, tra mercato locale e globale, tra i diversi ethos del mercato. Un’agricoltura che non vuole stare più nei ranghi protezionisti, corporativi e nazionalistici in cui talune politiche l’hanno voluta confinare. Un’agricoltura che rifiuta di essere considerata un mondo a parte, autoreferenziale e indisponibile al dialogo e alla contaminazione con altri settori e altri paesi. Un’agricoltura che incomincia a resistere a quelle forze di vario tipo, le quali – alcune per conservare rendite di posizione e prebende, altre per acquisirne di nuove – intendono edificare e imporre più sofisticate barriere. Un’agricoltura che riscopre finalmente nelle proprie radici l’idea che l’identità si riconosce nell’alterità e l’accoglienza è più antica di ogni frontiera.  

 

L'immagine di apertura è una foto di Luigi Caricato che riprende un'opera esposta all'edizione 2014 di Vita in Campagna

Alfonso Pascale - 06-05-2014 - Tutti i diritti riservati

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