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Nikolaj Ivanovič Vavilov

Gli uomini del progresso. Iniziamo, a partire da questo articolo, una serie di ritratti dedicati ai personaggi che hanno fatto la storia, partendo da un agronomo, botanico e genetista russo di grande valore, noto, tra l’altro, per aver dato il via alla prima “banca delle risorse genetiche”. Accusato di spionaggio e boicottaggio dell’agricoltura sovietica, imprigionato e condannato a morte, morì di fame in carcere, nel 1943. Riabilitato dalla corte suprema sovietica nel 1955, è il classico esempio dei rapporti, spesso conflittuali, tra scienza e ideologia (Prima puntata, continua)

Alberto Guidorzi

Nikolaj Ivanovič Vavilov

 

Gli uomini del progresso/ 1  

Nikolaj Ivanovič Vavilov (1887-1943)

Agronomo, botanico e genetista russo nato a Mosca nel 1887 e morto a Saratov nel 1943. Sino al 1917 alternò l’insegnamento con la ricerca in Russia e all’estero (lavorò nel laboratorio inglese del genetista Bateson). Vinse per tre volte il premio Lenin, ma con l’avvento al potere di Stalin e la montata in auge delle teorie neolamarckiste di Lysenko cadde in disgrazia perché fautore della ereditarietà di fattori genetici preesistenti (mendelismo) Al regime, però, faceva più comodo imporre la teoria che i fattori genetici potessero crearsi ex novo e divenire ereditari (ereditarietà dei caratteri acquisiti). Ciò era congruente con la “società nuova sovietica” che si voleva creare tramite la “rieducazione” (acquisire caratteri genetici congruenti).

Vavilov dopo essere stato nominato presidente del Congresso internazionale di genetica del 1939, nel 1940 fu accusato di spionaggio e boicottaggio dell’agricoltura sovietica, imprigionato e condannato a morte, morì in carcere di fame nel gennaio del 1943. Fu riabilitato dalla corte suprema sovietica nel 1955. È un esempio dei rapporti spesso conflittuali tra scienza e ideologia.

Fu invitato a recarsi a Mosca nell’agosto 1942. Si trovava a Czernowitz in Ucraina di ritorno da uno dei tanti viaggi di raccolta di vegetali per il mondo e pagati proprio dall’URSS. Giunto a Mosca, capì di essere in arresto e conscio dell’importanza del lavoro che stava conducendo, la sua massima preoccupazione, durante il relativamente breve periodo di carcerazione, fu quella che non restasse il ricordo delle sue ricerche e che la sua reputazione venisse infangata.

Vavilov aveva intuito che la diversità genetica era concentrata in regioni specifiche del pianeta, mentre nei campi coltivati la diversità era funzione della variabilità delle condizioni agroclimatiche. Su questa base egli aveva individuato otte centri geografici di origine delle principali piante coltivate, poi definiti anche “centri di diversità”. Questi centri non erano altro che regioni geografiche nelle quali erano accentrati il maggior numero i geni caratterizzanti una particolare specie, mentre, man mano che ci si allontanava da questi la concentrazione dei geni gradatamente diminuiva. Il suo lavoro iniziato nel 1916 in Iran comportò 115 spedizioni in 64 paesi del pianeta e questo gli permise di individuare le sottoelencate otto regioni comprese tra il 20 e 40 gradi di latitudine, dove più antica era l’agricoltura e aventi la massima variabilità genetica per le specie qui vegetanti.

Gli otto centri di Vavilov furono: Cina, India e Indo-malesia, Asia Centrale, Medioriente, Bacino del Mediterraneo, Etiopia, Messico meridionale e America centrale, America del Sud (regione andina sul Pacifico, Uruguay e nord Argentina sull’Atlantico).

 

Su questa suddivisione vi lavorarono, modificandola in parte ma senza stravolgere l’intuizione iniziale di Vavilov, Arlan e Zukowsky.

Lo scopo di Vavilov non era solo scientifico, ma anche utilitaristico in quanto il suo fine era procurarsi geni nuovi per migliorare le coltivazioni dell’agricoltura sovietica (specialmente frumento e orzo). Per raggiungere lo scopo egli raccoglieva i semi delle piante esistenti nei centri individuati e li portava al suo istituto di Leningrado. (dove ha accumulato 50.000 varietà di piante selvatiche e ben 31.000 campioni di frumento)

In parte erano seminati per programmi di selezione, mentre il resto li conservava in condizioni da farli durare vitali per molto tempo. La grande intuizione ed il grande merito di Vavilov fu prima di tutto quello di capire che con l’espansione dell’agricoltura volta a nutrire una popolazione in aumento anche in questi centri molto di questo germoplasma originale poteva andare perso e quindi era impellente costruire delle “banche di geni” per preservarli dalla scomparsa (si consideri anche che piante e malattie in questi centri sono coevolute assieme e quindi i geni di resistenza genetica ai parassiti erano pure qui più numerosi), in secondo luogo egli comprese che tutto quanto raccolto e conservato doveva essere messo a disposizione della collettività mondiale. Da qui si comprendono i patemi che lo assillarono durante la carcerazione e come era riuscito ad accreditare presso i suoi collaboratori le sue idee preveggenti, infatti durante l’assedio di Leningrado della Seconda guerra mondiale molti preferirono patire la fame e morirne, piuttosto che cibarsi dei semi depositati nell’istituto.

I russi, dunque, grazie a Vavilov furono i primi ad istituite una “banca delle risorse genetiche”, seguiti solo dopo la guerra dagli USA (Fort Collins) e da altre comunità internazionali ed infine a livello mondiale (Svalbard Global Seed vault in Norvegia); qui sono conservate 774.000 accezioni botaniche frutto della donazione delle 53 banche genetiche internazionali che rappresentano 156 tipi di coltivazioni (Westengen et al., 2013).

Possiamo dunque concludere che le idee di Vavilov hanno trasceso la sua vita e l’oblio che egli temeva non si è verificato.

Alberto Guidorzi - 23-09-2019 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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