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Quando si dice territorio

Si dice polisemìa del linguaggio, quando una parola esprime molteplici significati. È nel territorio che viene inventata l’agricoltura mediante l’accumulo di un sapere tecnico ed esperienziale che si tramanda di generazione in generazione. Oggi cresce la consapevolezza che per creare le premesse di una modernità sostenibile occorra rimettere al centro l’agricoltura, nella sua dimensione non solo produttiva ma anche culturale

Alfonso Pascale

Quando si dice territorio

La parola territorio deriva dal latino terrae torus, letto di terra, e originariamente stava a significare quella porzione di terra della quale gli antichi popoli si appropriavano, attraverso la delimitazione di confini. L’espressione latina fines regere, tracciare il confine, voleva dire porre la regola (da regere, mantenere) dell’appartenenza (da appartenere, far parte di) ad una comunità umana di una porzione dei terreni allora disponibili; voleva dire, in altri termini, che su quello spazio di terra si instaurava il primo rapporto giuridico di appartenenza collettiva della terra stessa ad una comunità umana.

 

I molteplici significati della parola 'territorio'

 

È nel territorio che viene inventata l’agricoltura mediante l’accumulo di un sapere tecnico ed esperienziale che si tramanda di generazione in generazione. Un sapere paritario che vede i principi informatori del lavoro dei campi, dell’allevamento degli animali, del rapporto tra l’uomo e le risorse primarie, degli obblighi che il loro utilizzo viene a determinare, combinarsi con l’uso di simboli, misure, calcolo e scritture. Un sapere pratico e sperimentale che, alimentandosi dei valori di reciprocità e mutuo aiuto propri del mondo rurale, genera le prime comunità umane stanziali. C’è, dunque, un nesso inscindibile tra territorio, agricoltura  e comunità che appare evidente nei diversi significati della parola terra: spazio da sottrarre al dissesto idraulico e all’impaludamento e da bonificare per renderlo coltivabile, edificabile e abitabile; risorsa agraria intorno ad un centro abitato; borgo o contrada in cui i contadini scambiano i propri prodotti, da dove partivano la mattina per andare in campagna, ma dove rientravano la sera; paese dove promuovere, utilizzare e mantenere in vita le opportunità materiali e spirituali del luogo per soddisfare i bisogni delle persone mediante le pratiche reciprocamente solidali e la cura dei beni di tutti.       

Per molto tempo, la parola territorio è stata usata quasi esclusivamente per delimitare lo spazio di terra sulla quale si esercitava la sovranità di uno Stato rispetto alla sovranità degli altri Stati, e si è parlato così, non solo di territorio terrestre, ma anche di mare territoriale. Secondo il Dictionnaire de la langue  française (1863-72) di Émile Littré, il territorio “è l’estensione di terreno alle dipendenze  di un impero, una provincia, una città, una giurisdizione”. Insomma, una zona di competenza, determinata unicamente da una superficie, da una forma e da confini.

Territorio come paesaggio

Gli studi nel campo dell’etologia hanno recentemente arricchito il concetto di territorio di un contenuto supplementare. Studiando il comportamento di alcune specie animali, sono state messe in evidenza delle forme più elementari di localizzazione, divisione e difesa dello spazio. Successivamente l’interesse si è esteso dalle società animali alla spiegazione dei fenomeni umani, dalla biologia e la psicofisiologia allo studio della percezione dello spazio, alle rappresentazioni e alle immagini. La definizione di territorio ne risulta ampliata. La parola territorio viene definita da Edward William Soja (1971) “un fenomeno di comportamento unito all’organizzazione dello spazio in sfere d’influenza o in territori nettamente delimitati, che assumono caratteri distintivi e possono essere considerati, almeno in parte, esclusivi da chi li occupa e da chi li definisce”. Alcune funzioni che vengono attribuite al territorio, come l’identità individuale e di gruppo o il senso di appartenenza o ancora le relazioni comunitarie, traggono il proprio significato da questa origine sociale che diventa più chiaro con gli studi etologici. Il territorio non è, dunque, un semplice supporto, un impiantito, un suolo indipendente dalla sua copertura vivente. Lo rileva già Lucien Febvre (1922) quando scrive che il territorio non è “il grande tessuto rigido su cui gli Stati si sono ritagliati i loro domini”. Ma è con Emilio Sereni (1961) che il concetto di territorio assume il significato di spazio in cui “l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente, imprime al paesaggio naturale” una particolare “forma” definita “paesaggio agrario”. “Da questo rapporto tecnico nuovo (tra uomo e natura) – afferma lo studioso − si svolgono nuove forme di rapporti fra gli uomini associati stessi, nuove forme di proprietà, sociali, politiche, religiose, che anch’esse si riflettono e trovano espressione nelle forme del paesaggio agrario”.

 Territorio come “continuum” urbano-rurale

Nel territorio prendono, dunque, forma le interazioni tra città e campagne e tra agricoltura ed altre attività umane. “Non sono le città a nascere dalla campagna: è la campagna a nascere dalle città, che è appena sufficiente ad alimentarle” scrive Maurice Aymard (1987). Il quale così continua: “Attraverso le città si proietta sul territorio un modello di organizzazione sociale, di cui tutti gli emigranti, coatti o volontari, cercano di riprodurre lo schema ovunque si trovino”. Ma il concetto di campagna o territorio rurale (dal latino rus, campagna) va tenuto distinto dall’idea di agricoltura (dal latino agri-cultura, coltivazione della terra). Solo la scarsità di occupazioni diverse dal lavoro dei campi nei territori rurali ha consentito in passato una certa interscambiabilità dei due termini. Oggi l’agricoltura è solo una delle attività che si svolgono nei territori rurali, benché la cultura agricola continui ad agire come una sorta di lievito nel far fermentare le economie delle campagne. Nei territori rurali che si industrializzano e nelle città che invadono le campagne  circostanti nascono nuove forme di ruralità. Nel corso degli anni ‘70 s’interrompe l’esodo dalle campagne che si era avviato negli anni ‘50 e si registra una lenta inversione di tendenza. All’esodo rurale incomincia a subentrare l’esodo urbano. I figli e i nipoti di chi era fuggito dalle campagne alla ricerca di condizioni socio-economiche più appaganti scoprono che, a ricreare alcuni aspetti della società tradizionale fuori del suo contesto di miseria, le cose potrebbero andare meglio. Si affermano così stili di vita che integrano gli aspetti irrinunciabili della condizione urbana, dalla fruizione più facile delle diverse forme della conoscenza e della cultura all’adozione di modelli di abitabilità rispettosi della privacy, con le opportunità che solo i territori rurali sono in grado di offrire, dalla partecipazione alle fitte reti di legami sociali al piacere di coltivare un orto e di preparare una pietanza tipica. S’impongono così, nel linguaggio comune, nuovi ossimori come agricoltura periurbana, campagne urbanizzate, sviluppo rurale. Nei paesi industrializzati le distinzioni classiche tra città e campagne tendono a dissolversi e sono sostituite da una visione del territorio basata sul riconoscimento di un continuum  urbano-rurale. Sicché, sviluppo rurale e sviluppo locale propendono a coincidere.

Territorio come componente dell’ambiente

A seguito dei processi di modernizzazione, specie nei paesi più ricchi, si verificano due fenomeni sconvolgenti o almeno così vengono comunemente percepiti. Il primo è l’inquinamento da intendere non già nel significato di degrado o infezione, bensì in quello di alterazione di un equilibrio, come esito della dinamica consumo di risorse  → produzione di rifiuti che la natura non è in grado di digerire (dal lat. digerere, distribuire, portare qua e là). L’altro fenomeno riguarda i cambiamenti climatici che si manifestano con l’aumento delle temperature, i nuovi regimi delle piogge e delle nevicate, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello medio globale del mare. Al di là dell’incertezza se effettivamente l’attività umana sia una delle più importanti cause di tali cambiamenti e della estrema difficoltà a quantificare l’impatto umano sul clima globale, le politiche pubbliche hanno da tempo assunto le tesi allarmistiche come probabili. Del resto “è indubbio che il pessimismo e la predicazione di un’imminente Apocalisse ‘pagano’ e rendono popolari”. A questo punto la parola territorio si arricchisce di altri significati fino a coincidere con la porzione di biosfera che lo sovrasta. Il territorio, in altri termini, diventa una componente essenziale dell’ambiente, inteso come insieme di condizioni e fattori tra loro collegati che circonda la vita, una definizione che coincide con quella di biosfera.

Territorio come identità caleidoscopica

Infine, è la globalizzazione a fornire ulteriori connotati al termine territorio perché il fenomeno porta con sé la “a-territorialità”, la sua falla più grave, con la drastica verticalità che ne consegue. La velocità dei trasporti, il passaggio dalla logica della scrittura a quella dell’audiovisivo, le tecnologie digitali, la mancanza di tempo per assimilare criticamente i cambiamenti, l’apparente, se pur ingannevole, ubiquità, la a-territorialità delle multinazionali e la conseguente irresponsabilità verso la realtà comunitaria: tutto sembra condurre alla perdita di senso del luogo. Il Genius Loci, il custode dei costumi e della tradizione, il dio autoctono che protegge i confini della comunità e la proprietà comune del territorio, appare dimenticato. I meccanismi moltiplicativi tipici della modernità, indotti dalla miscela globalizzazione – innovazioni tecnologiche, hanno messo in discussione le relazioni interpersonali e lo spirito comunitario e stanno erodendo i beni comuni materiali e immateriali. Sembra essere tale perdita all’origine dei problemi globali che attanagliano l’umanità, a partire dallo squilibrio che sempre più si sta determinando tra risorse e popolazione a livello mondiale. Siffatta questione, intrecciandosi con la crisi economica, mette in discussione la capacità del nostro pianeta di soddisfare l’imponente domanda di cibo.

Cresce, tuttavia, la consapevolezza che per creare le premesse di una modernità sostenibile occorra rimettere al centro l’agricoltura, nella sua dimensione non solo produttiva ma anche culturale, recuperando la sua originaria funzione di generatrice di comunità. Riconoscere e rivalutare le proprie radici, recuperarne la memoria, succhiarne i liquidi vitali nel profondo della terra sembra un modo per garantirsi la sopravvivenza, la fecondità e la possibilità di una creatività ulteriore. E così si è incominciato a valorizzare il territorio nella sua pluridimensionalità dal locale al globale, dalla percezione del passato a quella del futuro. E si vanno costruendo le multiformi identità che ne derivano – tutte mutevoli e in continua evoluzione – coi loro simboli alimentari. Identità caleidoscopiche e paritarie, impastate di memoria e creatività, capaci di non blindarsi dinanzi allo straniero. Capaci di riconoscersi negli altri, visti non come minacce ma risorse, non buchi neri ma specchi necessari, a loro modo positivi. Capaci di recuperare e rivitalizzare il senso di fraternità primordiale proprio delle comunità rurali, lo spirito di dialogo che ha preceduto il monologo, il valore dell’ospitalità che è più antica di ogni frontiera.   

Prendendo in considerazione contestualmente i suoi diversi significati, il territorio è, dunque, il “luogo” (cioè la nuova combinazione di spazio, tempo e dimensione fisica) dove l’agricoltura interagisce con l’ambiente, le altre attività economiche, le dinamiche urbane e i cambiamenti sociali e culturali.

 

Alfonso Pascale - 07-06-2015 - Tutti i diritti riservati

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