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Ritratto dell’Italia agricola

Ovvero, come il nostro Paese abbia scelto lo sviluppo senza ricerca. In una recensione che si delinea in forma di saggio, si prende in esame il libro Il mais miracoloso. Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione, di Emanuele Bernardi, e si scopre un mondo rurale come non lo si era mai conosciuto. Emergono riscontri interessanti e inediti, che ci fanno capire le ragioni dello stato in cui versa la nostra agricoltura oggi

Alfonso Pascale

Ritratto dell’Italia agricola

Il mais ‘miracoloso’. Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione di Emanuele Bernardi (Carocci editore, 2014) è un libro che consiglio vivamente di leggere perché ci fa comprendere come l’attuale dibattito sugli Ogm, con le sue asprezze e faziosità, venga da lontano e affondi le radici in ambiti tematici non solo socio-economici e ambientali, ma soprattutto politici ed etico-culturali. Da tempo l’autore ci aveva abituati a leggere le vicende delle campagne italiane, dal dopoguerra alla fine del centrismo degasperiano, nell’ottica delle relazioni internazionali e dei reciproci condizionamenti tra Italia e Stati Uniti.

La sua opera prima, La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti (Il Mulino, 2006), ha rappresentato una novità nel panorama della storiografia delle campagne nel dopoguerra. Il nuovo approccio è stato infatti dirompente per chi aveva studiato fino a quel momento il periodo della riforma agraria e degli interventi per il Mezzogiorno dal punto di vista di una delle due “appartenenze separate”, cioè di una delle due grandi subculture che vissero quegli anni da “separate in casa”: la socialcomunista e la cattolica. Il giovane storico ci suggeriva un’altra strada: non più quella di guardare agli anni della guerra fredda in base alle visioni ideologiche bipolari ereditate dal Novecento ma in base alle interdipendenze tra tecnologie, consumi di massa e sistemi produttivi e a nuove diadi: tutela dell’interesse nazionale da una parte e soggezione a interessi esterni dall’altra; modello agricolo statunitense e modello agricolo europeo.

Con questo nuovo libro, alla conferma di quella chiave di lettura originale si aggiunge un’ulteriore novità: l’analisi del ruolo della Chiesa cattolica nella diffusione delle innovazioni tecnologiche e nel percorso di modernizzazione dell’agricoltura italiana durante gli anni del Piano Marshall. Scopriamo così che nel 1950, anno del Giubileo e della riforma agraria, il progetto di diffusione dei mais ibridi d’Oltreoceano fu affiancato da una sorprendente iniziativa dal basso dei cattolici e protestanti d’America. La capillare organizzazione territoriale, nazionale e internazionale della Chiesa di Pio XII si fece parte attiva, convergendo con gli Usa e con lo Stato italiano su obiettivi comuni: contrasto alla fame, contenimento del comunismo, impegno nella modernizzazione tecnica. Il ponte fu edificato dal sacerdote di origini friulane Luigi Gino Ligutti, direttore della National Catholic Rural Life Conference e osservatore ufficiale della Santa Sede presso la Fao. Tipico rappresentante progressista del movimento cattolico rurale americano, cresciuto negli Usa dopo la crisi del 1929, Ligutti era promotore del cosiddetto “Ritorno alla terra”. Il 7 marzo 1950, a un mese dall’arrivo al porto di Genova delle sementi ibride partite da New Orleans per iniziativa di diverse organizzazioni cattoliche americane, Ligutti fu ricevuto in udienza speciale da Pio XII e consegnò al papa un esemplare del nuovo mais. Con un gesto che vantava antiche radici nella liturgia cattolica, il pontefice benedì il frutto della terra venuto d’Oltreoceano, offrendo in tal modo, anche sul piano simbolico, il proprio sostegno alla campagna di diffusione dei mais ibridi americani in Italia. Emerge, dunque, dal libro di Bernardi un tratto poco conosciuto di Pio XII: la sua attenzione alla scienza e al progresso tecnico come aspetti fondamentali della spiritualità della persona umana.

Un altro elemento di grande interesse che il libro tratta in modo approfondito è la presentazione del mondo dei tecnici agricoli e forestali, dei biologi e degli economisti agrari non già come un blocco compatto ma come una comunità scientifica pluralisticamente articolata, con sensibilità diverse che si esprimono vivacemente in modo dialettico. C’è ad esempio un filone di pensiero che si richiama al liberalismo democratico di Cattaneo e Jacini – a cui si legano anche figure straordinarie come quelle di Serpieri e Strampelli che operano sia in età giolittiana che durante il fascismo. Per questa corrente culturale è importante l’osmosi virtuosa che si stabilisce tra saperi esperienziali, propri dei contadini e degli agricoltori, e conoscenza scientifica e tecnica. E a questo filone si contrappone un altro che considera tale osmosi un residuo del passato di cui liberarsi.

C’è poi un’altra sensibilità nel mondo dei tecnici attenta all’impatto delle nuove piante e delle nuove tecniche produttive nei diversi ecosistemi. Si tratta di un filone di pensiero che si richiama a uomini politici dell’800 come il medico Agostino Bertani, segretario di Garibaldi e deputato al Parlamento. Egli aveva redatto il volume dell’Inchiesta Agraria dedicata alla Liguria prestando una sorprendente attenzione ai prodotti tipici della regione. E a tale area culturale si contrappone quella di chi tende a sottovalutare la diversità biologica e a minimizzare l’impatto che può avere l’introduzione di nuove piante nell’ambiente.
Peraltro, sono proprio le componenti sensibili al valore delle cento Italie Agricole a dialogare, nel dopoguerra, coi sociologi, i medici, gli educatori e gli animatori di comunità. Del resto, era già avvenuto ai tempi della bonifica integrale nella Campagna Romana e nell’Agro Pontino. Nella fase della ricostruzione del Paese, li accomuna ancora una volta la convinzione che la coesione sociale sia la premessa, non l’esito dello sviluppo; e insieme operano perché il passaggio dalla tradizione alla modernità avvenga senza traumi e dispersioni di valori positivi ed elementi irrinunciabili di cultura che si possono sempre continuare a rivitalizzare nei nuovi contesti. Ma queste componenti, in ambiti disciplinari diversi, verranno emarginate, derise; e s’imporranno solo quelle favorevoli ad una particolare visione dello sviluppo: uno sviluppo da conseguire rapidamente, con un’azione dall’alto, senza prestare la dovuta attenzione ai contesti e alle conseguenze culturali, sociali e ambientali dei processi innovativi.

Come ha sottolineato il Prof. Pignatti, il libro è scritto con il distacco dello storico che non vuole imporre al lettore una tesi precostituita. Questo non significa che l’autore non abbia una sua posizione ben precisa. Ma l’adesione alla scelta Ogm free come condizione dell’Italia per giocare le proprie specificità nel mercato globale non significa affatto condiscendenza a vetuste chiusure autarchiche o ad un approccio antiscientifico e nostalgico. Lo sforzo dell’autore è semmai opposto: far comprendere al lettore fino in fondo, con un’argomentazione sempre accuratamente documentata, gli aspetti positivi e negativi della modernizzazione agricola e la complessità dei temi politici, economici ed etico-culturali che s’intrecciano con la Rivoluzione Verde.

Sarebbe auspicabile che Bernardi continui la ricerca storica anche su altre colture e produzioni, dalla pasta ai formaggi, dal pomodoro ai legumi, dal vino all’olio. In tal modo ci potrà offrire un quadro completo del rapporto tra innovazioni e agricoltura italiana in una visione di lungo periodo. E così potrà essere chiaro che, ad esempio, la tecnica dell’ibridazione non ce l’hanno portata gli americani. Ma è l’italiano Strampelli, già nel 1905, a inventare il primo grano ibrido, denominato “Carlotta Strampelli”, in onore della moglie, per poi introdurre negli anni successivi altre sementi ibride, ancor più produttive delle precedenti, come l’”Ardito” e il “Senatore Cappelli”. E questo avviene sotto l’impulso di statisti attenti all’innovazione come Nitti. Mussolini non farà altro che, nel proclamare la purezza della “razza”, sfamare (per modo di dire) quella stessa “razza” grazie ad un grano contaminato, bastardo, già inventato e sperimentato in precedenza.

In una visione d’insieme dei percorsi innovativi in agricoltura, potrà inoltre essere individuato in modo più preciso il momento in cui avviene il “ripensamento critico” del produttivismo agricolo. Citando un articolo di Corrado Barberis apparso su “Repubblica” nel 2011, l’autore fa propria la tesi del decano della sociologia rurale italiana che fa partire la fase di tale ripensamento nel 1987 quando viene pubblicata dalla Camera di Commercio di Udine la pubblicazione di Polenta di qualità in Friuli. Tale indicazione sicuramente vale per il mais e la polenta. Ma le ricerche di Barberis sulla nuova ruralità e sui prodotti tipici erano incominciati già a partire dagli anni Settanta. In tali studi emergeva chiaramente il fenomeno della rurbanizzazione: finiva l’esodo agricolo e incominciava l’esodo urbano e da una ruralità di miseria (che aveva al centro la fame e la povertà) si passava ad una ruralità come aspetto del benessere contemporaneo, in cui l’agricoltura recuperava la dimensione comunitaria e territoriale ma, più che nell’accezione produttiva, nel valore sociale, relazionale, di svago, propria di un’agricoltura di servizi, riscoprendo così la tipicità dei prodotti come valore culturale ed economico insieme.

Barberis e l’Insor, l’Istituto di ricerche sociologiche e socioeconomiche che lo studioso presiedeva, scoprirono tale fenomeno analizzando attentamente le serie di dati censuari, sia quelli generali che quelli dell’agricoltura, che si erano susseguiti dal 1970 in poi. Ma già il sociologo Achille Ardigò in uno saggio del 1965 (pubblicato nell’opera collettanea, inserita nella collana de “Il Veltro”, “La trasformazione del mondo contadino”), senza cedere alle suggestioni romantiche dei sostenitori ad oltranza della validità della civiltà contadina e dei neofisiocratici, aveva mostrato di non credere che ci si potesse limitare alla tesi dell’incivilimento considerato come razionalizzazione della produzione e del potere, all’immagine illuministica della città madre del progresso, alla necessità della scomparsa del mondo contadino in quanto non riducibile alla cultura urbana e industriale. Le trasformazioni avvenute avevano indotto Ardigò a constatare che lo sviluppo urbano e industriale portava con sé un forte equivoco e una marcata instabilità quando non collegato e non equilibrato allo sviluppo e alle vicende delle campagne. Per il sociologo bolognese un punto d’incontro, un rapporto permanente tra città e campagna non sarebbe potuto mancare al consolidamento di un equilibrio civile delle società umane e aveva presagito l’iniziativa di “nuovi gruppi intellettuali (volta) a riaprire il rapporto tra la cultura e la natura vivente e nutrice, a ripetere – in ben mutati contesti storici e tecnologici – le imprese dei bonificatori benedettini e dei fondatori di Kibbutz”.

In quegli stessi anni, Nuto Revelli aveva raccolto le lunghe interviste biografiche con uomini e donne delle vallate cuneesi che sarebbero state pubblicate nel 1977 e nel 1985. Lo scrittore ne aveva parlato in più occasioni a Manlio Rossi-Doria. E questi in una lettera a Revelli aveva scritto di essere convinto che “tra gli esiliati all’estero o nelle grandi città dall’industrializzazione selvaggia e caotica, la nostalgia scura di quel che (avevano) perduto (potesse) trasformarsi in interessamento e fors’anche in partecipazione e razionali processi di riordino, di rimessa e di sviluppo della contrada, nelle quali (avevano) ancora il cuore e le radici”.
Insomma, mentre in Italia avveniva il traumatico passaggio da paese prevalentemente agricolo a paese prevalentemente industriale e, dopo il “miracolo economico”, l’esodo urbano sostituiva quello rurale, i tecnici e gli economisti agricoli avevano interrotto il dialogo coi sociologi, gli educatori, i medici, gli operatori sociali e gli animatori di comunità. Le campagne erano state così abbandonate dalla politica e dalla cultura a se stesse nel fronteggiare indifese le trasformazioni coi loro disagi e le loro incognite.

Il pregio del libro di Bernardi è anche quello di darci gli elementi essenziali per comprendere quando si gioca la partita decisiva sul modello di sviluppo agricolo. C’è una data storica riportata dall’autore che può essere presa a riferimento: il 23 settembre 1959. È quando il premier sovietico Krusciov, in visita negli Stati Uniti, partecipa ad una festa in suo onore in una grande fattoria che produce mais ibridi. Affascinato dalle innovazioni che ha sotto i propri occhi, lo statista non ha difficoltà a riconoscere che il confronto tra le due agricolture, quella statunitense e quella sovietica, vede in netto e irriducibile vantaggio la prima a scapito dell’altra e che dunque non ha più senso una competizione tra due modelli non più contendibili. Quello occidentale può, infatti, garantire la crescita, mentre quello sovietico, qualora dovesse prevalere, condurrebbe inesorabilmente ad un impoverimento sociale ed economico diffuso. Le personalità carismatiche che guidano sia le due superpotenze (Krusciov e Kennedy) che la chiesa più numerosa tra quelle nate con il cristianesimo (Giovanni XXIII) comprendono che questa sia la situazione già a cavallo tra anni cinquanta e sessanta. E concentrano gli sforzi per avviare un dialogo che porti ad una progressiva collaborazione e integrazione affrontando in modo condiviso i nodi etici dello sviluppo: la centralità della persona, la lotta alle ingiustizie, la salvaguardia delle risorse, ecc. Ma queste personalità escono troppo presto di scena e si continuerà a combattere una guerra fredda priva di senso fino alla caduta del Muro di Berlino, solo per non mettere in discussione gli equilibri che si erano creati, le rendite di posizione e le abitudini acquisite.

La scelta del galleggiamento per l’Italia è ancor più nefasta perché si accompagna ad un’altra opzione, questa volta assunta in modo solitario come unico paese industrializzato: quella di perseguire un “modello di sviluppo senza ricerca”, pur possedendo un livello di capacità scientifiche e tecnologiche tra i più alti in Europa e nel mondo. Ci sono almeno quattro casi clamorosi che dimostrano come i governi dell’epoca rinuncino allo sviluppo della ricerca scientifica e all’innovazione: Olivetti, Mattei, Ippolito e Marotta. A questi quattro casi andrebbe aggiunto quello della genetica agraria. Dopo il periodo luminoso delle attività sperimentali di Strampelli, ci fu nel dopoguerra la fase egemonica dei mais ibridi americani. Come sottolinea più volte l’autore, i mezzi finanziari disponibili e i processi riorganizzativi dei nostri istituti pubblici sperimentali sono stati sempre inadeguati. E dunque solo alla fine degli anni cinquanta, Fenaroli può introdurre quattro serie di mais ibridi, utilizzando anche geni nostrani. Negli anni settanta, Bozzini e Mosconi, nell’ambito del gruppo di genetisti del Centro della Casaccia dell’Enea, ottengono la cultivar di grano duro denominata “Creso” mediante ibridazione di più geni e irradiazione combinata di neutroni e raggi gamma nel frumento duro “Senatore Cappelli”. La nuova cultivar è molto resistente all’allettamento e presenta livelli produttivi decisamente superiori a quelli delle cultivar italiane fino ad allora coltivate. Negli anni ottanta e novanta rappresenta il 50% della produzione italiana di grano duro e viene utilizzata nei programmi di miglioramento genetico di altri paesi del mondo.

Nel frattempo, il “ripensamento critico” del produttivismo agricolo investe anche la ricerca pubblica italiana che sposta la sua attenzione al problema dell’inquinamento derivante dall’uso massivo di sostanze chimiche in agricoltura. Una nuova generazione di ricercatori pubblici incomincia ad operare lungo due percorsi considerati interagenti e per nulla contrapposti: la lotta biologica integrata e lo sviluppo della tecnica del Dna ricombinante. Così alcuni genetisti trovano il modo per salvare alcune specie vegetali che corrono il pericolo di estinguersi. Ma queste sperimentazioni vengono bloccate da due ministri: il primo è il verde Pecoraro Scanio e il secondo è un esponente di Alleanza nazionale, Alemanno. Essi infliggono un colpo mortale a un’attività di ricerca pubblica che in Italia è all’avanguardia ed è perfettamente in linea con gli obiettivi della sostenibilità ambientale.
L’iniziativa dei due ministri si colloca nell’ambito di un conflitto sempre più rovente tra i favorevoli e i contrari agli Ogm e che assume una dimensione europea. Da un confronto sulle interdipendenze tra le diverse aree del mondo riguardo alle tecnologie e ai sistemi di produzione e di consumo si passa all’idea di un contrasto di interessi verticale e irriducibile tra le multinazionali del settore agroalimentare e le imprese agricole, scartando in modo pregiudiziale ogni possibilità di individuare convenienze reciproche e collaborazioni. Il compromesso varato dal Parlamento europeo è una direttiva pubblicata alcune settimane fa che apre un nuovo scenario. Con essa si conferma la valutazione scientifica centralizzata della sicurezza ambientale e sanitaria di qualsiasi prodotto, a cura dell’Efsa, mentre si lascia libero ogni Stato membro di vietarne la coltivazione sul proprio territorio accampando qualsiasi ragione fuorché quelle di carattere ambientale e sanitario. Inoltre, il divieto riguarda esclusivamente la coltivazione e non già l’importazione ai fini della trasformazione o del consumo umano o animale. Con tale decisione, il dibattito sugli Ogm perde ogni connotato etico, culturale e geopolitico che aveva avuto nell’ultimo quarto del novecento e non sarà più volto ad orientare e regolare tecnologie e modelli di produzione e consumo a livello globale. Il confronto si ridurrà ad una valutazione prettamente economicistica e autarchica delle convenienze di mercato di un singolo paese a introdurre piante geneticamente modificate nel proprio territorio. Non si discuteranno più gli aspetti sanitari e ambientali, mentre le regole riguardanti i brevetti e gli scambi commerciali saranno oggetto di negoziati tra l’UE e i Paesi Terzi.

Il pregevole studio di Bernardi ci offre gli elementi utili per intuire cosa probabilmente farà l’Italia in tale scenario: non solo vieterà la coltivazione di Ogm sia per il mercato che per la ricerca in pieno campo ma non presidierà, con adeguate competenze tecnico-scientifiche ed etico-giuridiche, nemmeno gli aspetti riguardanti la salute per quegli Ogm che continueranno ad essere importati per una serie di utilizzi, compreso quello di alimentare le persone e gli animali da cui ricaviamo i nostri formaggi e salumi più pregiati.

 

 

L'immagine di apertura è una foto di Luigi Caricato che ritrae un'opera di Andrew Wyeth, esposta al MoMa di New York

 

Alfonso Pascale - 30-03-2015 - Tutti i diritti riservati

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