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Trasversale sicula

Cosa significa? Significa essere trasversali alla storia, alla geografia di una regione e alla propria esistenza, incrociando molti più luoghi e situazioni che in un percorso rettilineo. È una prova che cambia, innanzitutto, chi la fa, offrendo, al tempo stesso, un punto di vista inedito della Sicilia, giustamente definita: isola di isole

Nicola Dal Falco

Trasversale sicula

Se (forse) non esistono più terre incognite, esistono ancora viaggi di scoperta. Anche oggi, anche qui, può iniziare l’avventura. È ciò che si sono detti e ciò che ammiro di due incalliti camminatori siciliani,Tano Melfi e Peppe De Caro e degli archeologi Giuseppe Labisi e Sareh Gheys.

A loro, la palma di voler ri-tracciare la Trasversale sicula, partendo dalla costa sud orientale per raggiungere la costa nord orientale dell’Isola. Una via di vie, una trasversale di molte e possibili diramazioni, che univano il porto greco di Camarina e la laguna di Mozia, antichissimo insediamento punico. Via attraverso cui passavano sale, grano, olio, vino, miele e zolfo. Vie di vita e di commercio, lungo le quali si combinavano interessi economici, religiosi e militari. Scoprire, percorrendola, la Trasversale sicula significa essere trasversali alla storia, alla geografia di una regione e alla propria esistenza, incrociando molti più luoghi e situazioni che in un percorso rettilineo. È una prova che cambia, innanzitutto, chi la fa, offrendo, al tempo stesso, un punto di vista inedito della Sicilia, giustamente definita: isola di isole.

Tano Melfi e Peppe De Caro

Non solo, gli ideatori della Trasversale sicula, sottolineano anche una parentesi temporale, esattamente tra il 599-598 a.C., fondazione da parte di Siracusa della colonia di Camarina e il 553-552 a.C., data della sconfitta sul fiume Irminio degli alleati camarinensi e siculi da parte dei siracusani.
In quei cinquant’anni, camerinensi e siculi, nuovi venuti e precedenti abitatori isolani, anche loro emigrati, convissero in reciproca armonia. La nascita della Trasversale sicula si pone, idealmente, sotto gli stessi auspici di buona convivenza e prosperità

L’intuizione che ci dovesse essere una via trasversale che collegasse Camarina, fondata nel VI secolo a.C. a Mozia, frequentata dall’età protostorica, è di Biagio Pace, docente alla Sapienza di tipografia antica. Ne parla nel primo dei tre volumi di “Arte e civiltà della Sicilia antica”, pubblicati nel 1935. Un’idea che prendeva spunto dai precedenti studi di Paolo Orsi, il quale aveva messo in evidenza come le trazzere fossero relitti della viabilità antica e protostorica.

Giuseppe Labisi e Sareh Gheys

Recentemente, poi, Giovanni Uggeri, anche lui come Pace, docente di topografia antica alla Sapienza, ha rimarcato che il concetto di Trasversale sicula va inteso al plurale come una ragnatela di percorsi.
La spedizione cartografica partirà il 4 ottobre, giorno dedicato a San Francesco, dalla spiaggia di Camarina, dove sfocia l’Ippari, con lo scopo di percorrere in una quarantina di giorni la distanza di 577 chilometri, toccando 37 tra borghi e città, sfruttando il più possibile strade secondarie, tracciati ferroviari in disuso e, appunto, trazzere. La stima dei giorni è approssimativa, perché durante la traversata a piedi, si svolgeranno diverse ambascerie, utili a stilare accordi con le autorità locali in modo da ufficializzare l’itinerario. Alla fine, nascerà un cammino al pari di altri cammini in giro per l’Europa.

La spedizione, senza quote di partecipazione, è aperta a un massimo di venti partecipanti, che potranno scegliere se viaggiare in tenda o fermarsi nei b&b. Di tappa in tappa, potranno aggiungersi altri occasionali viandanti.
Per tutte le informazioni: cliccare QUI.
Chiunque volesse unirsi o sostenere questa spedizione, può contattare il 333. 384.291.9 o effettuare una donazione QUI.  


Il Filo dello zingaro

C’è un posto che ha, fin dal nome, un’aura speciale. L’antico saltus Camarinensis, oggi Filo dello zingaro è una gola, di brigantesca memoria, da cui, venendo da Camarina, si deve passare per superare i Monti Iblei. Ci sono stato con Giuseppe Labisi, qualche mese fa e la suggestione che ispira è fortissima.

L’impressione di passare per la cruna di un ago è pari ai ricordi storici: la presenza in giro di insediamenti arcaici, l’agguato del 258 a.C., organizzato dai cartaginesi contro i romani, che solo grazie al valore del tribuno Quinto Caedicio Calpurnio Fiamma non si trasformò in massacro e, naturalmente l’immagine stereotipata, ma pur vera di una Sicilia, soggetta a passatori che ne infestavano le strade.

Da questo balcone si può anche avere la fulminea visione di un passaggio fondamentale della storia isolana, suggeritami da Labisi, che si occupa di civiltà islamica.
Passato il filo dello Zingaro, le strade del fondovalle e della storia si divaricano a est verso Catania e Siracusa e a ovest verso Palermo. Con la conquista araba della Sicilia, iniziata nel IX secolo d.C., a danno dei bizantini, si consuma un importante cambio di direzione, una vera e propria conversione dal punto di vista politico-amministrativo che sposta il centro di gravità, il caput dell’isola.

Dopo l’assedio e la resa di Siracusa, che per cinque anni sotto Costante II fu sede della corte imperiale e capitale dell’Impero cristiano d’Oriente, gli arabi puntarono nella direzione opposta, scegliendo Palermo, rimasta tutt’oggi, sede del governo regionale.
Dal saltus Camarinensis o Filo dello Zingaro, la spedizione della Trasversale sicula partirà per l’entroterra, toccando molti siti archeologici e alcuni santuari antichi.

Mi intriga questa lettura sacra del territorio e vorrei citarne alcuni.
Già, nel punto di partenza della spedizione, il promontorio di Camarina, va ricordato il tempio di Atena, qui, accanto al muro di fondazione sul lato nord vennero rinvenute 150 tessere di piombo di altrettanti cittadini. Schede anagrafiche con nome, patronimico e fratria che servivano per il sorteggio dei giudici.
Una continuità di culto protrattasi fino al 1843 quando il santuario cristiano-bizantino dedicato all’Assunta di Cammarana bruciò.
Superato il saltus, la spedizione toccherà Castiglione, dove su un contrafforte degli Iblei sorgeva un villaggio siculo e dove è stato ritrovato il famoso guerriero di Castiglione, un blocco di calcare, scolpito parte in bassorilievo e parte a tutto tondo, su cui si legge: per Pyrrinos, figlio di Pyttikkas, fece Skyllas. Al centro il grande scudo circolare copre il corpo e la groppa del cavallo, sormontata dalla testa del cavaliere che, invece, ti guarda di prospetto. Ai lati, le teste di un toro e di una sfinge, rivolte verso direzioni opposte. L’insieme ha una potenza espressionistica che colloca l’opera in una dimensione magico-eroica.

Da lì, si prosegue per Casmene, tra Giarratana e Buscemi, una fortezza, fondata anch’essa da Siracusa, sul cui pianoro doveva vivere una comunità di circa settemila persone, con i resti di un tempio e un impianto urbanistico, formato da quartantaquattro vie parallele.

L’itinerario prosegue verso Acrai, l’antica Palazzolo Acreide, giungendo al sito detto i Santoni. Sotto il nome generico e timoroso, si celano, molto consunti, dodici quadri scolpiti in altorilievo che rappresentano altrettante epifanie della Magna Mater, la prima fra gli dei, la mai nata, l’eterna, rappresentata sempre in trono. La Cibele orientale, originaria della Frigia, «La vergine che nel suo luogo celeste cavalca il leone!/Portatrice di frumento/Inventrice della legge/Fondatrice delle città…Cibele che soppesa la vita…

La tappa successiva, deviando verso est, riguarda l’imponente sito di Pantalica con le sue necropoli rupestri, abitate in epoca bizantina e araba. Al di sopra delle gole che tagliano l’altopiano, sono state rinvenute le fondamenta di un edificio in pietra, il cosiddetto Anaktoron, palazzo del principe, costruito tra il XIII e il XII sec. a.C.. Nella struttura, l’archeologo Paolo Orsi, scoprì i resti di una fonderia di bronzo. Possiamo figurarcelo come un luogo fortificato in cui erano riunite più funzioni che sottolineavano la figura regale del signore che lo abitava. Forse anche quel re Hyblon, citato da Tucidite che concesse ai Megaresi la terra necessaria per impiantare una colonia nel golfo di Augusta.


I fratelli Palici e i culti legati a Proserpina

A questo punto, la Trasversale ritorna verso il Filo dello Zingaro per poi risalire in direzione di Grammichele-Mineo fino a raggiungere il santuario pansiculo di Palikè. Al cospetto di laghetti sulfurei, in perpetua ebollizione, erano onorati i due fratelli, nati da Zeus e dalla ninfa Talia. Erano divinità ctonie sulle quali si prestavano giuramenti infrangibili, da cui si traevano vaticini e presso i quali si rifugiavano gli schiavi in fuga. Un luogo così carico di fede che divenne anche il centro della rivolta sicula contro i greci, capeggiata da Ducezio.

Da qui in poi, per un lungo tratto, prima di arrivare a Mokarta, non lontano da Salemi, un villaggio di capanne circolari, poi a Segesta e infine a Mozia, si respira a fondo il mito più fecondo della Sicilia, legato ai misteri dell’agricoltura e dell’oltretomba.
Forse una vocazione per l’Isola, scossa da terremoti e incredibilmente fertile. Morgantina, da cui proviene la bellissima testa di Ade, il lago di Pergusa, dove la tradizione inscena il ratto di Proserpina, intenta a cogliere rose, crochi, violette, iris, giacinti e… narcisi, spuntati per disegno divino. Questi non sono fiori qualsiasi, come suggerisce la radice greca narké, la stessa di narcosi. «Il fiore brillava – racconta l’Inno a Demetra – di uno splendore meraviglioso e colpì di stupore tutti quelli che lo videro. Dei immortali e uomini mortali: dalla sua radice era cresciuto uno stelo con cento teste e al profumo di questa sfera di fiori, tutto il grande Cielo dall’alto sorrise e tutta la terra e l’acre rigonfio dell’onda marina…».

Il profumo dei narcisi avvolse Persefone mentre tendeva la mano per afferrarli. Fu in quel preciso momento che la terra si aprì e apparve Ade sopra un carro d’oro. Il profumo rapì la ragazza prima ancora che fosse stretta nelle braccia del Signore di tanti ospiti.
E ancora, Enna con la rocca di Cerere/Demetra. Un viaggio che diventa oltremodo simbolico; un’esperienza trasversale che ha la valenza di un seme, lo stesso che nel racconto mitico sprofonda, come Persefone, per sei mesi nell’oscurità della terra e risorge a nuova vita. Il ratto della figlia di Demetra, il lutto invernale che avvolge il mondo vegetale e il suo periodico ritorno, non stanno solo a rappresentare il ritmo delle stagioni, ma anche un’ulteriore promessa.

 

Nicola Dal Falco - 16-09-2017 - Tutti i diritti riservati

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