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Come comunicano gli organismi di controllo

Luigi Caricato

Chiamiamola pure “operazione sputtanamento Italia”, per essere più espliciti. Sì, perché se c’è un merito da attribuire alle nostre pubbliche Istituzioni (concedere loro la I maiuscola è forse eccessivo, e me ne scuso) è la loro brillante capacità nel causare danni incalcolabili all’economia del Paese. Se da un lato possiamo registrare la loro cronica incapacità nel comunicare in forma positiva, lanciando di conseguenza un nuovo stile comunicativo, così come avviene con successo in altri Paesi, con grandi narrazioni che coinvolgono l’intero tessuto sociale ed economico, come è il caso per esempio degli Stati Uniti d’America in particolare; dall’altro lato, al contrario, le nostre pubbliche Istituzioni sono bravissime, e anzi impareggiabili, nel diffondere sentimenti di paura, suscitando allarme, gettando discredito e riuscendo nel difficile compito di mettere in ginocchio le economie del proprio Paese.

In fatto di comunicazione, a conti fatti, sono un disastro. Non mi permetto di giudicare il loro operato istituzionale, ma visto che non esiste più in Italia una gerarchia del potere, anche perché tutti fanno quel che passa loro per la testa, senza rendere conto a nessuno, sarebbe per certi versi opportuna anche una verifica in tal senso, giudicando per esempio quante operazioni, tra quelle annunciate con grande clamore, vanno poi a buon fine, rispetto ai procurati allarmi, con risultati concreti, e quante non portano ad alcun risultato.

Soffermandoci sullo stile della comunicazione dei tanti organismi di controllo operativi in Italia, si nota come il loro approccio rispetto all’uso dei media sia, anche in funzione delle conseguenze cui danno luogo i loro annunci sensazionalistici, oltremodo deleterio. A rimetterci è la reputazione del nostro Paese, le tante imprese che operano coscienziosamente, realizzando fatturati e nel contempo lavorando bene, secondo una rigorosa etica e senza mai perdere di vista la qualità delle produzioni. Se da un lato tali comunicazioni choc giovano nel fare pubblicità ai singoli organismi di controllo, per contro danneggiano il buon nome del Paese e soprattutto l’onorabilità e la reputazione delle aziende. Di conseguenza, non si può che bocciare la smania di emergere e mettersi in mostra che queste realtà istituzionali, afflitte da troppo protagonismo, manifestano senza minimamente curarsi degli effetti disastrosi per il Paese, oltre alle preoccupazioni che generano tra i consumatori e i buyer.

Il problema non è tanto la capacità di comunicare, perché di fatto comunicano molto bene, in maniera efficacissima, da veri maestri, visto che ottengono costantemente le attenzioni dei media e possono sentirsi importanti quanto i divi del mondo dello sport e dello spettaccolo. Il problema reale, semmai, è la qualità del loro modo di comunicare. Anche perché, se gli effetti di tale esposizione mediatica si ritorcono contro il buon nome del Paese, e contro le stesse imprese che fanno l’economia, il vantaggio sarà solo di alcuni soggetti tra coloro che si rendono visibili con le loro iniziative, non della collettività.

Prendete il caso recentissimo del sequestro di alcune partire di olive da tavola, notizia che ha dominato la scena sui media, e in particolare sui social, luoghi in cui la fantasia, se sollecitata, evidentemente galloppa a mille, fino ad arrivare a leggere addirittura corbellerie come il possibile rischio di incorrere in olive dagli effetti cancerogeni. Ora, se queste realtà istituzionali sono state scientemente capaci, nel corso degli ultimi anni, di mettere solo in cattiva luce il Paese, oltre che indirettamente le imprese, una pur seria riflessione va fatta. Vi pare?

Pur con tutte le buone intenzioni (forse, si spera) l’irrefrenabile fretta di mettere tutto sulla pubblica piazza anzitempo, prima ancora che le indagini si concludano e si proceda con il corso della giustizia, non sarebbe forse il caso di essere più prudenti (si potrebbe dire “istituzionali”) e meno impulsivi (si potrebbe dire tutto tranne che istituzionali). Che senso ha, allora, tutto questo mettersi in mostra, giusto per far vedere come si è bravi e quanto si è bravi, in una nemmeno tanto mascherata competizione tra i vari organismi di controllo, in gara tra loro nel dimostrare chi tra tutti (tra i tanti soggetti in campo) è il più attivo e il più efficace?

Non sarebbe forse il caso di lavorare per il bene comune così come avveniva in passato ed essere più efficaci e concreti anziché spettacolarizzare il proprio lavoro? Purtroppo sembra che lo stile istituzionale ed emotivamente distaccato di un tempo non sia più considerato un valore. Così, anziché sensibilizzare i consumatori e condurli verso scelte di consumo più consapevoli, attraverso un lavoro di comunicazione virtuoso, tali organismi preferiscono piuttosto disorientare e inquietare i consumatori, portandoli a partecipare in prima persona sulle scena, facendoli per certi versi entrare nel vivo delle indagini, come in una sorta di “grande fratello” televisivo in cui tutto diventa show e poco importa che le comunicazioni portino a conseguenze nefaste per il Paese.

A poco varranno i tanti spot televisivi e le iniziative di promozione riparatrici, se poi la reputazione delle nostre imprese vengono di fatto messe in seria crisi proprio da elementi interni alle stesse istituzioni (quelle con la i minuscola, s’intende).

 

Luigi Caricato - 09-02-2016 - Tutti i diritti riservati

COMMENTI

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Luigi Caricato

10:04 | 12 febbraio 2016

Parole sante ma poco ascoltate, soprattutto ai piani alti del ministero alle politiche agricole.

Su “Forbes” Cecilia Rodriguez scrive testualmente “It’s reliably reported that 80% of the Italian olive oil on the market is fraudulent”, e il titolo dell’articolo non lascia spazio a dubbi: “The Olive Oil Scam: If 80% Is Fake, Why Do You Keep Buying It?”

Alla fine ci stiamo affossando con le nostre mani, il tutto per volontà di una potente lobby agricola alla quale tutti si inchinano riverenti. Infatti non è un caso che la Rodriguez su “Forbes” scriva che “So unless you bought it directly from a producer or a certified distributor, the olive oil in your kitchen marked “Italian extra virgin” is very probably a fake”. Peccato che con il Km 0 si resti confinati solo nel ristretto ambito del proprio territorio, quando invece la vera economia (e i fatturati) si gioca in ogni angolo del pianeta.

Usciremo dal guado solo se ci sarà una nuova classe dirigente in ambito istituzionale e anche sul fronte delle organizzazioni di categoria. In tutto ciò le imprese non si impegnano nel pretendere questa svolta.

Speriamo in un futuro migliore.

A presto, e buon lavoro, visto che l'olio di Luigi Tega merita ogni pubblico encomio.

luigi tega

09:49 | 10 febbraio 2016

Parole sante dott Caricato,
guardi cosa scrive il mio intermediario per il Giappone:

"Per quanto riguarda olio falso made in italy e olive colorate con solfato di rame, la notizia è arrivata anche in Giappone.
Pertanto il ns. Cliente Cio japan hanno bisogno di dichiarazioni come segue:
1.Certificato di origine (dichiarazione di prodotti italiani)
2.Dichiarazione di non olio falso (bisogna descrivere non viene usato solfato di rame).
Vi preghiamo di mandarci con la lettera intestata aziendale.
Siamo sicuri che non viene usata questa sostanza sui Vs. Prodotti ma devono presentare i documenti al Ministero del Giappone.
Grazie.

Il fatto è che io non tratto olive da tavola e vai a spiegare che le olive colorate erano solo quelle da mensa.
Insomma ero in attesa di ricevere un ordine da l Giappone ed ora lo riceverò????

Saluti

Luigi Tega

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