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Confesso, sottovoce, che anch’io sono spaventato

Sante Ambrosi

Maria di Magdala, sei stata la prima a correre di primo mattino - quando ancora era buio, dice l’evangelista Giovanni - sulla tomba dove era stato posto il corpo del tuo Signore. Avevi tutti i motivi che possiamo immaginare per correre così in fretta a vedere quel corpo distrutto e finito, come tu avevi visto e drammaticamente vissuto. Tutti gli evangelisti che hanno raccontato la passione e morte di Gesù non si sono dimenticati di ricordare che ai piedi della Croce, insieme a Maria madre di Gesù, e a Giovanni, eri presente. Penso che avevi sfidato le ire dei sacerdoti e dei Farisei, che lo avevano accusato e che erano riusciti a piegare anche il potente procuratore di Roma, Ponzio Pilato.

Ma tu, data la tua storia di donna sfruttata e infangata, al punto di averti definita una donna posseduta da sette demoni, le loro ire non ti potevano turbare minimamente. Eri diventata, per loro, la posseduta da sette demoni. Ridotta così non avevi nulla da temere di peggio.

Proprio per questo non potevi dimenticare quel Gesù che ti aveva liberato dai pregiudizi della gente della tua città, convinta di vedere in te una incarnazione del demonio e forse anche tu hai finito per crederti una posseduta, cosa che capita di frequente quando siamo avvolti dal vulcano dei pregiudizi. 

Gesù ti aveva liberata da questa situazione, ti ha ridato speranza in te stessa. 

Come potevi dimenticare? Non potevi: appunto per questo hai aspettato il mattino del giorno dopo il sabato per venire qui, a vedere almeno il suo corpo morto, per dirgli ancora il tuo grazie.

Ora sei triste, perché non vedi neppure il suo corpo: dove lo hanno portato? In quel momento senti la voce che conoscevi che ti chiama: “Maria! Perché piangi?” Non sono qui, sono risorto. Con il tuo solito slancio di donna spontanea e sincera, lo vuoi abbracciare, ma lui ti dice: “Non trattenermi, ma va’ dai miei fratelli e dì loro: salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio  mio e Dio vostro”.

 

ANCHE NOI, OGGI PIANGIAMO

Tu, o Maria di Magdala, piangevi perché non avevi neppure il corpo del tuo Signore per accarezzarlo e dirgli ancora una volta il tuo grazie. Invece, in quel momento avvenne l’irrepetibile, perché Egli ti ha chiamata per nome, come aveva fatto tante altre volte e tu hai riconosciuto subito quella voce amica. Ti sei precipitata ad abbracciarlo, ma Lui: “Non trattenermi, Maria, il mio corpo non è più visibile, eppure fortemente presente”. E da quel momento ti sei messa a piangere di una gioia che mai avevi conosciuta.

A noi, oggi, è successo qualcosa di meno importante della perdita del tuo Signore. Le tue lacrime le ho sempre sentite vere e sincere: per questo mi hanno sempre commosso. Avevi perso quel tuo Signore che ti aveva ridata tanta speranza e tanta gioia di vivere.

Il nostro pianto di oggi è un’altra cosa.  Noi non stiamo piangendo perché abbiamo perduto il Signore. No, noi stiamo piangendo perché siamo stati colpiti al cuore delle nostre certezze, che sono diventate più importanti di un qualsiasi Dio.

Un virus maledetto che neppure i nostri scienziati riescono a comprendere ha minato tutti i nostri castelli. Prima di tutto il castello della nostra esistenza, che abbiamo ereditato da una cultura che ha perso da tempo il suo fine (i filosofi Greci lo chiamavano il telos) cui tutta la vita deve tendere alla sua realizzazione. 

La vita è diventata un assoluto senza senso e questo “Coronavirus” è arrivato come una freccia a colpire al cuore i nostri ideali e il nostro mondo. Anch’io, come tutti, sono stravolto pensando a tutti quei morti che questo maledetto virus ha travolto e ucciso nel modo del tutto inconsueto, un morire nella più totale solitudine. Che sia una vendetta contro quella cultura che aveva da tempo estraniata la morte dalla vita?

Non basta, perché la freccia del virus sta facendo crollare anche il grande castello di questo nostro mondo, con tutte le sue ideologie, con tutte le sue certezze.

Confesso, sottovoce, in modo che nessuno mi senta al di fuori di te, che anch’io sono spaventato, ma non tanto per il crollo di questi nostri castelli. Ti dico che io personalmente non sono mai stato particolarmente entusiasta, o affezionato a questo vecchio mondo. 

Piuttosto sono triste perché non vedo come possiamo ricominciare, come possa rinascere un mondo nuovo, non più come copia del passato, ma veramente nuovo. Da dove cominciare? Ci manca tutto, soprattutto un’idea convincente e buona da cui ripartire.

Rileggo con attenzione le parole che Gesù ha detto in quel primo mattino di Pasqua, e trovo prezioso quell’invito che altre volte non mi aveva particolarmente colpito: ”Va’ a dire ai miei discepoli che sono risorto e li precedo in Galilea. Là, lo vedrete”.

Ripartire dalla Galilea, da quel monte dove Egli annunciò le Beatitudini. Forse, il Signore voleva dire che il mondo nuovo dovrà essere ricostruito riprendendo il filo di quel discorso delle Beatitudini, filo che abbiamo per troppo tempo perduto e fatto uscire dalle nostre coscienze.  

Il mondo nuovo si costruisce da un filo invisibile, ma giusto, con il quale tessere la nuova tela,  entro la quale collocare tutti gli uomini, ricchi e poveri, come fratelli e figli di un unico Padre.

Sante Ambrosi - 07-04-2020 - Tutti i diritti riservati

Sante Ambrosi

Teologo e storico della filosofia, è autore di diversi saggi apparsi sulla rivista "Teologia Morale". Ha inoltre pubblicato "Quale vita oltre la vita. Appunti per riflettere sulla vita dell'aldilà" (Edizioni Sant'Antonio, 2015), "Dio e l'uomo di fronte al male" (GM, 2014) e "Lo scavo interiore. Il volto umano di Cristo in Dostoevskij"" (TN, 2009).

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