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Copertura insufficiente, l'assegno che torna indietro

Alfonso Pascale

L’articolo 3 della Costituzione italiana riconosce a tutti i cittadini “pari dignità sociale”. E impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che si frappongono al suo raggiungimento. Ma come mai tale principio, così solennemente conclamato dalla Carta fondamentale, appare ancora oggi sostanzialmente inapplicato?

La ragione va ricercata nell’idea stessa di dignità che si presta ad essere fraintesa. La parola deriva, infatti, dal latino “dignus” che significa “meritevole”. Ma il suo corrispondente greco “axioma” (assioma) evoca un suo riconoscimento immediato, evidente, senza la necessità di provarne il merito. La dignità di una persona è, dunque, un’idea che le diverse società hanno sempre correlato e continuano a correlare a condizioni di vita ritenute meritevoli di rispetto e stima, in base a parametri accettati come evidenti o assiomatici dalla collettività.

Ci sono condizioni di vita che consentono alle persone un’esistenza all’altezza della dignità umana, altre no. In quest’ultima circostanza, le persone conservano la dignità, ma come una promessa destinata a non realizzarsi mai. Come disse Martin Luther King, relativamente alle promesse racchiuse negli ideali nazionali: la dignità può essere come “un assegno che torna indietro con il timbro ‘copertura insufficiente’”.

Le condizioni di vita di una persona sono, tuttavia, strettamente connesse alla sua capacità di base che esige di essere sviluppata. E solo agendo su quella capacità e promuovendo lo sviluppo della persona che la dignità umana diventa uguale per tutti.

Il teologo Timothy Radkliffe ha scritto che “tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce”. Pertanto, il parametro di dignità viene oggi definito da ciò che è più appariscente, dalle furbizie e dagli inganni della post-verità. Si considera degno di stima chi accumula onori e credibilità senza avere coscienza di meritarli, chi approfitta dei beni comuni sottraendoli alla popolazione, chi conserva rendite di posizione e privilegi e dilapida ricchezze e risorse sottraendole alle nuove generazioni. E si ritiene del tutto giustificato che i giovani e gli esclusi siano calpestati.

C’è, dunque, una responsabilità della politica nel dare valore alla dignità, nel definirne i parametri. Non astrattamente, con le prediche e i discorsi morali. Ma con politiche concrete che agiscano sulle capacità di base delle persone e ne promuovano il loro sviluppo, che favoriscano i beni relazionali e creino legami comunitari. Solo così, come ammoniva il filosofo americano Ralph Waldo Emerson, non lasciamo i giovani e gli esclusi a difendere la propria dignità, ma facciamo in modo che sia la dignità a difendere loro.

Alfonso Pascale - 11-07-2017 - Tutti i diritti riservati

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