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Cosa c’entra Stanislav Petrov con i tecnologi alimentari?

Daniela Capogna

Perché i tecnologi alimentari non sono così “famosi” e celebrati, come nel caso di altre figure professionali? Perché sono così poco visibili, pur avendo una importanza centrale nell’ambito del settore agroalimentare?

A una simile domanda, non posso che pensare a un tale Stanislaw Evgrafovič Petrov, di cui ho letto recentemente. Si tratta di un Signore, un ufficiale, sconosciuto ai più, che nel 1983, in piena guerra fredda, grazie a una serie di sincronicità, ha “letteralmente” salvato il mondo da un’apocalisse atomica. Usando il buon senso, e quello che comunemente si definisce senso di responsabilità, Petrov ha dimostrato che i protocolli possono anche essere interpretati, avendone le capacità. E così, grazie a lui, il mondo è stato salvato da un cataclisma nucleare.

Questo signore, Stanislav Petrov, al quale andrebbe la riconoscenza morale da parte di ogni singolo essere vivente di questo pianeta, dopo essere stato inizialmente ammonito dalla propria patria per non aver rispettato il protocollo, e successivamente premiato da qualche istituzione straniera per i sui meriti, continua a vivere oggi nell’anonimato, in un piccolo appartamento alla periferia della sua città.

Cosa c’entra Stanislav Petrov con i tecnologi alimentari? Forse per via della fama. I tecnologi alimentari effettivamente non sono tanto famosi, è vero, ma forse nell’era del Grande Fratello non esserlo può essere considerato un valore. Siamo, in fondo, più una Grande Mamma, che non si preoccupa della fama, ma si occupa semmai di ciò che le compete.

Il tecnologo sa interpretare l’alimento. Lo capisce perché ha imparato a conoscerlo in tutte le sue sfaccettature: quella chimica, fisica, microbiologica/biotecnologica, tecnologica, nutrizionale, sensoriale, legislativa, del marketing…. E così, conoscendo tutte le possibili sfaccettature, riesce a interfacciarle e farle parlare tra loro.

Il tecnologo si occupa di aspetti come la sicurezza alimentare e nutrizionale, la qualità e sostenibilità della filiera alimentare, come pure di progettazione, sviluppo, controllo e certificazione degli alimenti e della tecnologia per produrli, degli sprechi alimentari, dell’educazione al consumo consapevole. Ci occupiamo di prerequisiti, indispensabili alla sopravvivenza, ma anche della funzionalità dell’alimento e, non ultimo (perché alla fine la vita stessa esiste grazie al piacere) dell’aspetto edonistico.

Se vogliamo dare una risposta più specifica, possiamo parlare di numeri. Gli ordini “famosi” hanno sedi provinciali con migliaia di iscritti. Noi siamo poco meno di duemila in tutta Italia, divisi in 11 ordini regionali, anzi, multiregionali. Non abbiamo, per esempio, l’Ordine della Provincia di Milano, ma della Lombardia e Liguria. Dire che non siamo famosi perché siamo pochi può risuonare come una scusa, una terziarizzazione della responsabilità per mancanza di fama. Non è questo il motivo per il quale siamo poco conosciuti.

Una ragione si può forse trovare nell’assenza di attività che per legge vadano esclusivamente e riservatamente validate con la firma del tecnologo. Non esiste una “riserva”, un’esclusività formale, per il tecnologo.
Per il progetto di un palazzo è necessaria, per legge, la firma dell’ingegnere; per far funzionare un macello c’è bisogno della supervisione del veterinario; per tutte le attività svolte dal tecnologo, non è strettamente necessaria, per legge, la sua firma, ma “solo” le sue competenze.

Non siamo famosi, ma il risultato del nostro lavoro è molto evidente. Tanto evidente che, come spesso accade per ciò che fa parte di noi, non lo vediamo.

 

Daniela Capogna - 27-10-2015 - Tutti i diritti riservati

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