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Il mito della modernità

Sante Ambrosi

Diciamo subito che l’uomo in quanto essere razionale è da sempre in perenne evoluzione. Non conosciamo bene il punto di partenza della sua evoluzione, e neppure conosciamo il punto di arrivo. Non sappiamo, cioè, la vera origine dell’uomo e dove ci porterà questa natura in perenne evoluzione. Al di là di tante e sottili analisi filosofiche e antropologiche, veniamo ad alcune riflessioni più vicine a noi.

Cominciamo con il dire che il progresso così connaturale con l’uomo e la sua storia ha fatto sempre paura. Ci è facile ricordare il mito di Prometeo, questo titano antico dell’umanità, che secondo la mitologia greca ruba il fuoco agli dèi per darlo all’uomo, perché essi lo usino - e lo useranno - per innescare quel processo di trasformazione della vita umana. Ma Zeus lo punisce, prima incatenandolo a una rupe ai confini del mondo, e poi lo sprofonda nel Tartaro, al centro della terra.
Il tema sarà al centro di alcune notissime tragedie della letteratura greca. Secondo alcune versione di questo mito, Prometeo verrà in seguito liberato, ma la discussione se fosse stato un vantaggio o un danno per l’umanità la scoperta del fuoco continuò ad essere dibattuta non solo nel mondo greco, ma anche in seguito nella storia, e per vari motivi, ma sempre con la solita domanda se il progresso fosse un bene o un male per la società.

Naturalmente i termini del dibattito furono di volta in volta diversi a seconda dei nuovi problemi che il progresso poneva.
Per sua natura, il progresso sconvolge un sistema di vita e di religione presenti e consolidati, e l’umanità si trova spaesata e sconvolta. Potremmo fare numerosissimi esempi presenti abbondantemente nella letteratura e nella filosofia della nostra storia. Ne ricordiamo solo pochi, ma significativi solo per concretizzare il nostro discorso.

La paura del progresso la troviamo anche in Dante, espressa in vari momenti della sua Divina Commedia. Esemplare l’accenno che troviamo nella cantica del Paradiso, quando incontra il suo antenato Cacciaguida, al quale il sommo poeta chiede lumi su come era la vita del suo tempo antico. Questa richiesta si basa sul fatto che l’ondata del progresso ha sconvolto la sua bellissima città di Firenze, e in particolar modo gli antichi usi e costumi della gente. Cacciaguida risponde con questa terzina del XV° canto:
Firenze dentro da la cerchia antica, / Ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica.

Il sommo poeta pensava a quello che vedeva nella sua città, alla realtà d’inurbamento violento che si stava consolidando con nuovi cittadini che venivano dalla campagna e che, a suo dire, aveva stravolto il volto dell’Urbe e dei rapporti sociali e religiosi, il tutto causato da una forza prepotente dell’economia.

Facendo un salto di secoli e di cultura prendiamo un altro autore di grandezza senz’altro indiscutibile, quale fu Thomas Mann. Uno scrittore vissuto tra l’Ottocento e tutta la prima metà del Novecento, che come pochi ha vissuto la crisi della cultura borghese quale si profilava alla fine del secolo liberale, e la crisi di quella fede luterana espressa nella musica di Bach.
Nel suo primo grande romanzo, I Buddenrook, racconta lo spaesamento della perdita di quella identità. Egli teme per tutta la vita, e lo dirà nel seguito dei suoi romanzi, che tale perdita porti alla disperazione. Ha cercato in tutti i modi di individuare i segnali di una possibile rinascita, soprattutto dopo la tremenda esperienza del nazismo, ma ha solo sperato che dalle macerie potesse rinascere qualcosa di simile a quella tranquilla vita del passato.

Potremmo procedere con tantissimi altri esempi di scrittori che hanno sollevato i loro dubbi sull’opportunità delle sempre nuove situazioni provocate dal continuo progresso in tutti i settori della vita sociale.
Oggi siamo dominati da miti che sembrano esprimere aspetti estremamente positivi e, quindi, indiscussi circa la loro opportunità. Pensiamo per esempio alla libertà individuale, alla libertà etica, o alle nostre conoscenze immediate rese possibili per mezzo dei nuovi strumenti d’informazione e comunicazione, che permettono di accedere ovunque, e quando vogliamo, a rapidissime e dirette informazioni personalizzate. E a tantissime altre novità che caratterizzano la nostra società. La domanda che ci dobbiamo porre è ancora la stessa, quella del mito greco, se, cioè, tutto ciò significa progresso per l’umanità.

Ora, leggendo fatti strettamente legati a questo nuovo modo di essere, e commenti qua e là comparsi sui giornali, ma, soprattutto, cercando di interpretare con un pizzico di ragionevolezza e capacità critica i nuovi comportamenti, penso che ci siano seri motivi per essere preoccupati.

Tutti i giornali e i mezzi di comunicazione hanno dato molta importanza ad alcuni episodi della cronaca di questi giorni, non tanto per esprimere una condanna sui fatti, ma piuttosto per segnalare il livello di insensibilità etica che esprimono.
Cominciamo con quanto è avvenuto ad Alatri: un ragazzo ucciso barbaramente per futili motivi. Un commentatore sottolineava come non solo quel ragazzo ucciso valeva meno di una mosca, ma gli stessi delinquenti denotavano un vuoto interiore preoccupante, dal momento che in loro non c’è più niente di “persona”, o almeno ben poco (usando il concetto secondo la definizione aristotelica per cui l’uomo è l’ente razionale e sociale). Dobbiamo ammettere che in questi gesti di umano e di sociale non c’è proprio nulla.

Un altro fatto di cronache ci ha portato nelle terre della Vigevano, dove un gruppo di ragazzi malmenano un compagno, lo denudano, e lo portano in giro per il paese solo per una stupidità del tutto immotivata.
Un educatore si interrogava su questo episodio domandandosi quale fosse il ruolo dell’educazione nelle scuole, dato che quel gesto di bullismo tristissimo ed estremo è stato commesso da ragazzi provenienti tutti da buone famiglie e scolarizzati in piena regola. Certo, si può aggiungere che la scuola fa quello che può quando deve fronteggiare un’onda di perbenismo che ormai ha coinvolto tante famiglie.
Spinto da questi episodi, e da altri, cercavo una spiegazione del baratro nel quale tanti giovani, e non solo, sono purtroppo caduti. Mi sembra di aver trovato non tanto una spiegazione esauriente, ma almeno un qualche spunto per orientarmi nel mio sforzo di capire le cause di tale abisso esistenziale.

Il primo che voglio ricordare è un’intervista di Vittorio Zincone a Walter Quattrociocchi, grande esperto di informatica (nell’articolo su “Sette", del Corriere della Sera: “Ognuno si può informare del livello di conoscenze in materia”).
In breve, Quattrociocchi sostiene che con l’informatica diffusa e veloce, l’informazione e le conoscenze sono del tutto scomparse, perché la generale diffusione dell’informatica ha creato come conseguenza la manipolazione su tutto, al punto che viviamo nel tempo della cosiddetta post verità.
L’occhiello del titolo del giornale è molto indicativo: “Basta con i giornalisti - blogger che scrivono solo per ottenere like”.
Siamo giunti nel post verità. A questo punto del ragionamento, il giornalista pone una domanda inquietante: "come uscire da questa bolgia infernale della post verità in cui tutto può essere vero?" La risposta dell’esperto di informatica è forte e la voglio riportare:
“Abbassare i toni. Rieducare all’ascolto. Ridare dignità ai corpi intermedi. Molti giornalisti, convinti di avere la verità in tasca, in realtà spesso non sanno di che cosa parlano. E sono vittime di un pregiudizio identitario o del loro ego.”

Sempre in questi giorni la professoressa Lucetta Scaraffia scrive una riflessione rivolta soprattutto alle giovani donne che, secondo lei, sono ingannate in nome di un mito di una modernità nefasta soprattutto per loro stesse.
In nome di una modernità a tutti i costi, esse sono vittime sacrificate sull’altare delle nuove esigenze dei maschi. Commentando il fenomeno che ha avuto risonanza sui giornali, quello dell’aumento record delle vendite della pillola dei cinque giorni dopo afferma che ciò "accende una luce inquietante sulla vita delle giovani donne di oggi", e conclude il suo intervento con queste parole: "alle giovani donne si chiede di essere sessualmente disponibili sempre, per essere moderne, per far parte del gruppo".

Da quanto abbiamo sommariamente descritto, possiamo solo trarre poche considerazioni conclusive.
Non si tratta di condannare il progresso. Esso è una costante fin dalle origini della storia dell’umanità. Però occorre avere la coscienza delle conseguenze che il progresso può creare nella società e negli individui, soprattutto in coloro che si affacciano alla vita e alla professione.

Quando il progresso spegne una cultura o una religiosità, come è avvenuto in diversi momenti, in particolare alla fine del diciannovesimo secolo, ha lasciato un vuoto che ha condotto direttamente ai grandi conflitti della prima e della seconda guerra mondiale. Ma soprattutto a uno spaesamento tragico, come i grandi autori del secolo scorso hanno ampiamente descritto e si potrebbero fare tantissimi nomi autorevoli.
Proprio in tali momenti la medicina necessaria è data da una cultura seria e diffusa anche a livello sistematico. Invece succede che proprio in questi momenti che avrebbero assoluto bisogno di pensare e di riflettere assistiamo a una cultura dell'effimero e delle parole in assoluta libertà.

Sante Ambrosi - 11-04-2017 - Tutti i diritti riservati

Sante Ambrosi

Teologo e storico della filosofia, è autore di diversi saggi apparsi sulla rivista "Teologia Morale". Ha inoltre pubblicato "Quale vita oltre la vita. Appunti per riflettere sulla vita dell'aldilà" (Edizioni Sant'Antonio, 2015), "Dio e l'uomo di fronte al male" (GM, 2014) e "Lo scavo interiore. Il volto umano di Cristo in Dostoevskij"" (TN, 2009).

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