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La vera posta in gioco

Alfonso Pascale

La Conferenza sul Clima, svoltasi a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre 2015, si è conclusa quando il ministro degli esteri francese ha battuto sul banco della presidenza un “piccolo martello che può fare grandi cose”. Ma l’entusiasmo delle prime ore successive alla conclusione di una faticosissima discussione durata giorni e notti insonni già si va affievolendo. E si approfondiscono le analisi dell’accordo, entrando nei minimi dettagli.

Quello di Kyoto fu ratificato solo dagli stati che rappresentavano il 12% del totale delle emissioni. Nel 2005, dopo lunghe dispute, 152 paesi sottoscrissero l’accordo, obbligandosi a limitare l’emissione di gas serra tra il 2008 e il 2012. Il protocollo era stato stilato nella città giapponese nel 1997, dove solo 35 paesi industrializzati avevano assunto impegni di taglio delle emissioni. A ratificarlo furono in pochi: tra gli altri, l’Italia, ma non grandi paesi come l’India e la Cina; e soprattutto vennero meno gli Stati Uniti, che avevano stracciato l’accordo con l’arrivo di Bush alla Casa Bianca.

Parigi può e deve essere considerato il punto di partenza di un nuovo quadro e di un nuovo percorso internazionali: questa volta hanno firmato l’accordo 195 paesi e l’Unione europea, che ha negoziato finalmente con una voce sola. Si va dall’obiettivo dell’1.5 gradi a tassative verifiche quinquennali sui risultati raggiunti, con la previsione di correzioni al rialzo. Si istituisce il fondo da 100 miliardi di dollari da incrementare nel periodo successivo.

Gli impegni al contenimento del riscaldamento, tuttavia, sono ancora di tipo volontario. E questo è un limite. Ma è stata inserita una clausola importante: l’accordo entrerà in vigore quando sarà ratificato da 55 nazioni che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali. Quando questa circostanza si verificherà, sarà tale la pressione su gli altri che il nuovo quadro giuridico verrà a configurarsi, di fatto, come una sorta di obbligatorietà. Essendo il tutto nella configurazione istituzionale dell’ONU, non sono previste sanzioni. Il ruolo e la forza di vigilanza e di controllo sociale delle società civili resteranno centrali e costituiranno anche una valore democratico e di crescita civile, su scala mondiale.

La vera posta in gioco sarà la combinazione virtuosa tra tecnologie sempre più appropriate per la decarbonizzazione dei processi produttivi e stili di vita coerenti e impegnativi. Il mondo si è rimesso in movimento: nessuno potrà più sfuggire alle proprie, specifiche responsabilità.

 

Alfonso Pascale - 15-12-2015 - Tutti i diritti riservati

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