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Perché gli agricoltori non partecipano?

Alfonso Pascale

Perché sono pochi gli agricoltori che partecipano alle iniziative culturali che riguardano i temi dell’agricoltura e delle campagne? Rispondere a questa domanda non è semplice perché si rischia di non essere compresi e di suscitare risentimenti. Ma è bene riflettere su questo problema anche a costo di apparire impopolari.

Molti agricoltori sono indifferenti alle iniziative che affrontano gli aspetti culturali e ideali dell’agricoltura e del mondo rurale perché hanno rinunciato ad essere innovativi. Si sono rassegnati a vivere nell’immobilità e nella stagnazione. Sono interessati esclusivamente a qualsiasi azione dei pubblici poteri che possa alleggerirli dei costi e dei pesi che sopportano le loro aziende. Una preoccupazione più che legittima in un Paese ancora pieno di disuguaglianze e che non assegna all’agricoltura il ruolo centrale che dovrebbe avere nell’economia e nella società.

Un assillo tuttavia insufficiente se non è accompagnato da un analogo cruccio nello spalancare porte e finestre all’innovazione. Essere imprenditori innovativi è l’esito di processi motivazionali che vanno stimolati, accompagnati e orientati verso le migliori pratiche, tenendo conto delle vocazioni e prerogative dei territori di appartenenza. È il frutto di legami comunitari, di beni relazionali, di fiducia da tessere costantemente. È l’esito di una guerra gigantesca da fare tutti i santi giorni contro la mentalità e la pratica assistenzialistica, che è causa ed effetto del clientelismo e dell’illegalità.

La capacità imprenditoriale è un valore che va coltivato come componente fondamentale di quell’aspirazione dell’uomo a incivilirsi, a elevarsi, mediante un percorso tortuoso che non ha mai fine per evitare di correre il pericolo di tornare indietro verso la barbarie.

È un valore civile che caratterizza chi non agisce mai per mero profitto e non intende mai la sua impresa semplicemente come una macchina per far soldi, ma come qualcosa che esprime la sua identità e la sua storia; la responsabilità di dare un apporto diretto alla promozione della giustizia; la gioia di donare qualcosa ad altri oltre il dovuto in una relazione di reciprocità incondizionata.

È ricerca continua dell’innovazione e del cambiamento che si contrappone energicamente alla semplice ripetizione della vita.

È conseguimento, consolidamento e superamento di un risultato, cioè di un esito certo e misurabile di un’azione che ne convalida l’efficacia.

È dinamismo, non è mai un punto di arrivo e neppure un plafond ormai assodato su cui si può sostare (e magari addormentarsi sugli allori).

È capacità di abbandonare ogni visione centralistica dello Stato e dell’economia (tutto deve arrivare dall’alto) e di praticare invece un federalismo democratico dal basso, come approccio alla costruzione di buone e sane relazioni di ognuno con le altre persone, con la comunità e con le istituzioni.

È anelito a conoscere altre culture e a mettere a disposizione la propria per produrre collaborazioni, processi di ibridazione, costruzione di novità. È superamento di ogni provincialismo, di ogni visione autarchica e neonazionalista per aprirsi alla relazione Italia-mondo, al multiculturalismo attivo, alla cooperazione tra le diverse comunità che vivono in Paesi differenti.

Non c’è alcuna contraddizione tra il recupero del legame con il territorio e l’internazionalizzazione dell’economia. Solo gli integralisti che difendono le proprie botteghe – in un mondo dove convive una pluralità di ethos del mercato e di modelli produttivi e di consumo – mettono in contrapposizione questi due elementi per tutelare i propri interessi particolari.

La capacità imprenditoriale è un processo civilizzante di relazioni interpersonali e di conoscenza per superare lo stato di cose esistente e immaginare il futuro con ragionevoli speranze.

Alfonso Pascale - 20-10-2015 - Tutti i diritti riservati

COMMENTI

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Donato Galeone

10:22 | 22 ottobre 2015

Innanzitutto i giovani che volessero "partecipare" per intraprendere in agricoltura, lo sappiamo, devono superare - oggi - un duplice impedimento: quello della disponibilità di terra da concedere in affitto ( da parenti o da enti pubblici e con diritto all'acquisto) e quello del credito per cofinanziare i progetti di piano di sviluppo aziendale con investimento - innovativo - agevolato dai premio di primo insediamento previsto anche dai PSR 2014-2020. Nel concreto si tratta - condividendo ogni Sua sollecitazione verso la "capacità imprenditoriale, ricerca e dinamismo" - che (accantonando i non innovativi) se non si agevoleranno gli accessi nei due fattori con una " guerra gigantesca" per il superamento ragionevole di quella duplice componente innanzi richiamata, neppure la "partecipazione" dei giovani diplomati e laureati in agraria (non successori di grandi ereditieri agrari) potranno essere operatori innovativi dell'agricoltura italiana.

Piero Augusto Nasuelli

09:23 | 22 ottobre 2015

Carissimo Pascale, questo articolo è un capolavoro. Solo tu sai sintetizzare con poche ma significative frasi concetti così "alti".
Mi ritengo un imprenditore agricolo un po’ anomalo, avendo responsabilità gestionali di una grande azienda agricola della Pubblica Amministrazione, ma i problemi sono proprio quelli che tu hai magistralmente evidenziato.
La cultura non si apprende necessariamente con un processo formativo di tipo strutturato (aver frequentato una scuola non vuol dire essere acculturati) e gli agricoltori hanno spesso sensibilità e attenzioni difficilmente riscontrabili in altri ambiti imprenditoriali, eppure sono schivi, taciturni, hanno mille paure.
Mi chiedo e ti chiedo quando avranno il coraggio di dare voce a tanta ricchezza intellettuale e culturale ?

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