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Perché nessuno dimentichi

Alfonso Pascale

Cento anni fa, il 2 settembre 1919 il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti approvò il decreto cosiddetto “Visocchi”, dal nome dell’allora ministro dell’Agricoltura. Con tale provvedimento si autorizzava la concessione di terre incolte o mal coltivate alle associazioni contadine per un periodo massimo di quattro anni, prorogabile anche in via definitiva. Il decreto rappresentava la risposta alle occupazioni di terra che nel Lazio si erano verificate simultaneamente il 24 agosto organizzate da circa 30 Leghe aderenti alla Federterra.

Alle iniziative di lotta aderirono anche le “Fratellanze agricole” di ispirazione repubblicana, presenti nei comuni di Velletri e Ariccia. A Frascati il movimento contadino, fortemente ideologizzato, si divise secondo le sue due anime prevalenti, quella socialista e quella cattolica. Il 23 agosto, circa seicento persone si raccolsero con l’accompagnamento della fanfara, per ascoltare l’invito del socialista Antero Antonelli ad invadere le terre incolte il giorno seguente, con la motivazione che il governo non aveva ancora provveduto alla loro concessione. Circa trecento persone, quasi in contemporanea, presero invece parte al comizio pubblico organizzato dall’Associazione democratica cristiana e ascoltarono l’invito a non invadere le terre, con la motivazione che erano già in corso le pratiche con il governo per la loro concessione. Ma la propaganda socialista funzionò con maggiore efficacia e alle invasioni parteciparono molti contadini cattolici. 

Il decreto del governo rappresentò un atto di saggezza e lungimiranza di fronte alle necessità delle masse contadine a cui, peraltro, era stata promessa l’assegnazione di terre in occasione del conflitto mondiale. Infatti, durante la guerra, la propaganda nazionalista aveva promesso ai contadini-soldati la terra. Lo fece lo stesso generale Armando Diaz subito dopo il disastro di Caporetto, come racconta Luigi De Pascalis nel suo bel romanzo “La pazzia di Dio”. Ma quando poi era terminato il conflitto, il governo non aveva preso alcun provvedimento al riguardo. Sicché le associazioni degli ex combattenti sollecitarono e guidarono le occupazioni nel Lazio e nell’Italia meridionale. Il decreto “Visocchi” mirava a legalizzare e regolare le occupazioni. Ma si trattò di un provvedimento insufficiente che non rispose alla fame di terra. Servì, comunque, ad estendere la mobilitazione dei contadini in ogni regione. 

In Sicilia, il decreto offrì alle cooperative di ex combattenti e contadini nuove opportunità per competere nel mercato degli affitti di ex feudi incolti. Giuseppe Oddo ha raccontato queste vicende nel bel volume pubblicato recentemente dal titolo “Il miraggio della terra in Sicilia. Dalla belle époque al fascismo (1894-1943)”. Il 21 settembre a Prizzi, in un comizio in cui parlarono i dirigenti della Federterra regionale, il presidente della Lega Giuseppe Rumore dichiarò che “se le autorità non avessero fatto rispettare il decreto Visocchi, i contadini [avrebbero saputo] bene seguire l’esempio del Lazio”, andando ad occupare le terre incolte. Era troppo, per i signori delle gabelle. L’indomani, nottetempo, Rumore fu ucciso con due colpi di fucile mentre stava per aprire la porta di casa sua”.

In Sicilia e in altre regioni del Sud le occupazioni continuarono anche nei mesi successivi. E sempre per questo motivo la mafia uccise il dirigente della Federterra siciliana Cola Alongi, che mobilitava le campagne con le parole d’ordine “la terra ai contadini” e “socializzazione della terra”. Concetti che Alongi non associava a “collettivizzazione” e men che mai a “gestione pubblica e burocratizzata della terra da parte di enti statali o comunali” come voleva l’ortodossia marxista. Per il sindacalista lo slogan “la terra ai contadini” racchiudeva un programma politico che riconduceva all’aspirazione profonda alla proprietà privata della terra di cui vivere. La differenza di fondo tra la percezione del diritto privatistico al godimento della terra da parte dei contadini e quella dei ceti borghesi stava nelle finalità che deve avere l’uso del bene.

Nella cultura contadina, la terra è sempre stata considerata un bene particolare perché, a differenza di altri beni, essa va utilizzata senza mai impoverirla al punto tale da pregiudicarne l’uso futuro e ripartendo sempre la fruizione dei suoi benefici tra tutti per conseguire il fine della giustizia sociale. Il regime “inclusivo” che si ritrova in pratiche agronomiche autoriproduttive e in forme di scambio improntate a criteri di reciprocità e solidarietà, proprie della cultura contadina, è perfettamente complementare al regime “escludente” dei diritti di proprietà che opera su un altro piano. Alongi interpretava fedelmente questa antica cultura e i contadini senza terra lo seguivano con fiducia nelle lotte che egli organizzava. E fu anche per questa sua capacità di stare in piena sintonia con le aspirazioni profonde dei contadini, che la mafia lo eliminò.

 

Alfonso Pascale - 03-09-2019 - Tutti i diritti riservati

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