17 Dicembre 2017 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Quei maledetti industriali, quei maledetti creatori d’eccellenza

Luigi Caricato

Se uno dovesse dar seguito a ciò che si legge sui social, non ci sarebbe alcun futuro per il comparto dell'olio.

Non manca volta, infatti, in cui non si dileggiano le imprese cosiddette “industriali” - termine peraltro fuori luogo, utilizzato per lo più in senso spregiativo, anche se appunto in maniera impropria, perché di fatto nel mondo dell’olio non esiste un processo industriale di produzione dell'olio.

Non c’è d’altra parte olio ricavato dall’oliva che non sia da considerarsi più o meno direttamente un prodotto agricolo. Perfino l’olio di oliva e l’olio di sansa di oliva sono prodotti da definirsi "agricoli", seppure subiscano un’azione più aggressiva in raffineria, quando l’olio di oliva vergine lampante e l’olio ricavato dalla sansa vengono rettificati.

Le quattro categorie merceologiche che costituiscono la gamma degli oli da olive sono tutte frutto della stessa madre: l’oliva. È così, e nessuno può contestare un dato di fatto. Anche se per molti ciò sembra un’offesa alla natura, in realtà denigrare gli oli non extra vergini è un atteggiamento sbagliato, e più volte ho avuto modo di scriverlo nei miei libri e in diversi articoli. Non ha senso dilungarmi su questo, visto che il mio pensiero al riguardo l’ho formulato dettagliatamente altrove.

Scrivo tutto questo solo per far emergere una anomalia, ovvero il fatto che esista un ingiustificato odio verso le cosiddette imprese industriali dell’olio che è del tutto insensato e fuori luogo. Anche quando si ragiona sui prezzi, per esempio, le azienda di marca diventano oggetto di dileggio, ma anche in questo caso, senza che vi siano ragioni oggettive che giustifichino un atteggiamento così terribile e definitivo. Si incorre purtroppo nell’errore di confondere un prezzo basso, che contraddistingue un olio da primo prezzo, con un olio ritenuto impropriamente schifoso, immangiabile se non addirittura truffaldino. Non è così: un extra vergine da primo prezzo è l’equivalente di un qualsiasi altro alimento della medesima fascia con un profilo qualitativo adeguato alla categoria di appartenenza. Ebbene, se solo si riuscisse a riflettere serenamente, si comprenderebbe che le accuse mosse ai cosiddetti industriali sono del tutto inappropriate. 

Un olio che, per varie ragioni, ha bassi costi di produzione, inevitabilmente riesce a posizionarsi meglio sul mercato, visto che il consumatore di qualsiasi merce punta sempre al risparmio, salvo eccezioni. Non c’è da allarmarsi, se ciò accade. Non è una anomalia. È un approccio frutto del libero mercato, oltre che di una tecnologia che ha abbassato i costi di produzione ma non per questo la qualità del prodotto finito.

Altro aspetto è l’eccellenza, che per tutti oggettivamente è tale, visto che nessuno può contestare un olio che esprime di per sé buoni profumi, freschi e puliti, oltre a un gusto armonico e peculiarità sensorialim tattili e chinestetiche ben dosate. Un olio di qualità è facilmente riconoscibile, salvo il fatto che a volte le contestazioni maggiori sorgono proprio a partire da un extra vergine troppo caratterizzato, che crea scompiglio e agitazione quando si presenta l'amaro e il piccante in maniera accentuata, segno di una scarsa conoscenza degli attributi di pregio, ma anche simbolo di una scarsa capacità di raccontare l’olio del tutto nuovo prodotto nel corso degli ultimi due decenni, con una qualità decisamente spiazzante, rispetto al passato. Diciamo pure che è mancata la capacità di educare il consumatore, come pure lo stesso fruitore professionale del prodotto. Una carenza culturale che si nota nei corsi di assaggio, dove pochi insegnanti sono in grado di raccontare l’olio, di presentarlo nelle sue dinamiche sensoriali nel corso della sua evoluzione. La gran parte sa solo spiegare i difetti, dedicandoci la totalità del tempo, ma pur comprendendo cosa sia la qualità, è incapace di spiegarla al consumatore, e se lo fa, lo fa piuttosto male, riuscendo solo a denigrare le altre qualità, di livello inferiore, ma pur sempre qualità.

C’ è un grande vuoto culturale, anche tra gli addetti ai lavori (anzi, molto spesso soprattutto tra gli addetti ai lavori) che affonda le proprie radici nella ignoranza del prodotto e del mercato, nel non conoscere la materia prima oltre gli atteggiamenti dell'abitudine sul quale poggia il proprio approccio con l'olio. Ciascuno di conseguenza giudica con la propria distorsione mentale, ed ecco allora, di conseguenza, gli atteggiamenti ostativi nei confronti degli oli esteri, ritenuti di scarsa qualità solo perché spaventano. Ecco allora i dissacranti giudizi, perentori, nei confronti di oli che al solo pronunciarli fanno paura. E il caso degli oli tunisini, i quali oggettivamente sono di una qualità superiore, ma vengono giudicati male proprio perché non italiani. E si va avanti così per pregiudizi, non con scienza e coscienza.

All’inizio ho evocato la rabbia e la maldicenza che corre sul web, tra i tanti leoni da tastiera facili al giudizio frettoloso sui social. Ebbene, non c’e da stupirsi se un tempo erano bersaglio di ingiurie unicamente le cosiddette imprese industriali, ritenute truffatrici per definizione, solo perché movimentano grandi volumi di prodotto, nel concetto che solo ciò che è piccolo è bello. Ebbene, ora sta accadendo ciò che io prevedevo da tempo, ora a essere attaccati sono anche quelle imprese, di medie dimensioni, o piccole che diventano via via sempre più grandi, perché essendo bravi riescono a imporsi sl mercato, e perfino con prezzi elevati, riuscendo addirittura a vendere, perché sul vasto mercato universale, globalizzato, tutti possono vendere tutto, anche al prezzo più elevato e inimmaginabile, se solo si dimostrano capaci di vendere non soltanto un olio, ma con esso una qualità, un servizio, e perfino anche un sogno.

Ecco cosa mi è capitato di leggere in un gruppo pubblico su facebook: la demonizzazione di alcune imprese, medie o medio-piccole, comunque a conduzione familiare, seppure ben strutturate, con personale adeguato, preparato, capace, efficiente, dalle attitudini superlative.

Non mi stupisce che come vi siano stati finora tanti stupidi (li definisco tali non per offenderli, ma perché tali di fatto sono: deficienti, perché privi di capacità raziocinante) che puntualmente demonizzano i cosiddetti industriali solo perché sono grandi imprese, ora, paradossalmente, lo stesso atteggiamento denigratorio e offensivo lo estendono anche alle piccole e medie imprese di successo. Perché in fondo, oltre all’ignoranza, costoro hanno un altro problema irrisolto: l’invidia. Dinanzi a chi ha successo, non si preoccupano di imitarlo, di seguirne l’operato, ma di calunniarlo, di giudicarlo per categorie mentali già predefinite.

In questi giorni ho letto su alcuni gruppi social qualcosa di aberrante a proposito di alcune bottiglie d’olio prodotte da alcuni creatori d’eccellenza e poste in vendita a prezzi ritenuti esorbitanti, dai 30 euro in su. C'e da piangere, per la solenne stoltezza di alcuni soggetti non pensanti. Eppure, chi l'avrebbe mai immaginato che adesso si iniziano a criticare ferocemente anche coloro che riescono a vendere il proprio olio a prezzi elevatissimi?
Eppure è successo, ed è per questo che c’e molto da riflettere sul vuoto culturale, come pure sulla malafede di molti impostori che gettano solo discredito, perché non hanno il coraggio di guardare se stessi allo specchio e ammettere la propria incompetenza e il proprio fallimento.

Questa è la realtà in cui ci si muove, non ci sono spiragli positivi, tranne il buon esempio di alcuni imprenditori illuminati.

Luigi Caricato - 05-12-2017 - Tutti i diritti riservati

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