Giovedì 19 Ottobre 2017 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Seminare il futuro

Alfonso Pascale

Il presidente della sezione Sud Salento di Italia Nostra, Marcello Seclì, mi ha invitato a partecipare, mercoledì 4 ottobre scorso, nel Palazzo marchesale di Matino, un grazioso centro della provincia di Lecce, all’incontro “Seminiamo il futuro”. Me ne aveva parlato da tempo: “Dobbiamo fare una riflessione a tutto campo – mi aveva detto al telefono - sul destino di questa terra. Segna in agenda la data del 4 ottobre, la festa del patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi”. Senza bisogno di dircelo, abbiamo convenuto entrambi sul valore simbolico della ricorrenza.

È stata un’occasione preziosa per prendere contatto con una realtà sociale che sta vivendo il dramma della presenza ormai endemica del batterio “Xylella fastidiosa”. Lungo la strada per raggiungere Matino, venendo in macchina dalla stazione di Lecce, abbiamo visto scorrere gli antichi ulivi secolari che si stanno progressivamente rinsecchendo. Un paesaggio intristito incupisce l’anima. Ma proprio questa sofferenza – ci siamo detti – deve ora spronarci a rimboccarci le maniche e a guardare al futuro con speranza. Con il rovinoso batterio bisognerà convivere nella speranza appunto di contenerlo. Ma al di là del batterio, degli ulivi e di quali ulivi, c’è il futuro di questa terra, da ri-pensare.

La staffetta generazionale. Un futuro è possibile a patto che ci siano giovani a farsene protagonisti. E il trentunenne presidente del Consiglio comunale di Matino, Enrico De Simone, operatore con altri soci in un frantoio oleario, si è dichiarato pronto a raccogliere la sfida. Vediamo se la staffetta generazionale funziona e porterà qualche risultato. C’è un passo del “Levitico” che recita: “Sei anni seminerai il tuo campo e sei anni poterai la tua vigna. E raccoglierai la sua rivenuta”. "Rivenuta" è la traduzione letterale del termine ebraico antico “revuà”, nome composto dalla radice del verbo “venire”. Le traduzioni, di solito, lo rendono: “prodotto”, “frutto”. Ma “rivenuta” rende meglio il senso originario della parola. In essa, infatti, c’è la rinnovata sorpresa di qualcosa che viene dalla terra in risposta al seminatore, che è un chiedere, non un esigere. Nella nostra parola “prodotto” o “frutto” c’è l’abitudine a dare per scontato un risultato, a fare della terra un ingranaggio di una catena di produzione. Per la lingua ebraica, il frutto viene ancora come un dono dal suolo e non dal nostro sfruttamento di essa. L'importante è seminare il futuro. Spargere, bene, semi di speranza.

L’iniziativa si collocava nell’ambito della 19ᵃ edizione di “Identità salentina” - Festival per la cultura del territorio, in programma dal 30 settembre al 15 ottobre 2017 con una nutrita serie di incontri per riflettere e individuare percorsi innovativi. Mentre incalzano le tante e gravi criticità che, nel loro insieme, sono la cifra di come si è operato nel recente passato, la volontà della sezione Sud Salento di Italia Nostra è di guardare avanti. E di farlo definendo quegli obiettivi che siano la risultante di analisi e valutazioni improntate su valori umanistici e su parametri scientifici. E non già su meri calcoli di bottega o visioni di corto respiro.“Le iniziative di questa 19ᵃ edizione di Identità salentina – ha detto Seclì nell’introdurre l’incontro - oltre a risultare il prosieguo di un lungo percorso, vogliono essere un contributo ulteriore alla conoscenza, al confronto e alla proposta, affinché il nostro territorio, con la sua storia e le sue peculiarità, non diventi un mero ricordo ma un luogo in cui poter vivere il futuro”. Gli hanno fatto eco il Sindaco di Matino, Giorgio Toma, e il Presidente della CIA di Lecce, Giulio Sparascio, che hanno entrambi sottolineato la necessità di un impegno congiunto delle istituzioni e delle forze sociali per costruire, nell’ambito di un percorso condiviso, un futuro che risulti sostenibile, in termini ambientali, culturali, economici e sociali.

La proiezione del docufilm "Le bioresistenze". Per seminare idee progettuali e indicazioni di percorsi innovativi, è stato proiettato il docufilm “Le bioresistenze – cittadini per il territorio: l’agricoltura responsabile”. Un rassegna di pratiche agricole civili illustrate dai protagonisti e da alcuni esperti. Agricolture a movente ideale che mostrano il coraggio e la coerenza di una scelta. C’era con noi Guido Turus, regista e autore del filmato prodotto dalla CIA, a spiegare il senso della parola “resistenza” contenuta nel titolo. “Essa non va intesa – ha precisato - come volontà di opporsi al rinnovamento o al progresso, ma rimanda alla resistenza partigiana, quando un pezzo di società si prese l’impegno di cambiare l’ordine esistente, e di farlo unicamente perché era giusto”. Mentre la resistenza partigiana combatteva una guerra contro il nazifascismo, un nemico dell’umanità ben preciso e identificabile, la resistenza di cui si parla nel film serve a combattere abitudini, comportamenti, pigrizie, connivenze, atteggiamenti di indifferenza che permeano la società in modo diffuso e quasi impalpabile e contribuiscono ad erodere il bene comune e ad alimentare sotterraneamente l’illegalità, l’assistenzialismo, la corruzione e le mafie. E tale pratica di liberazione viene compiuta dai protagonisti “neo-resistenti”, impugnando la Costituzione – coi diritti e i doveri in essa sanciti – e mostrando, con l’esercizio della cittadinanza come pratica democratica, il mutamento possibile.
Alla luce delle immagini e delle parole del filmato, abbiamo discusso con una trentina di persone sulle novità intervenute nella nostra agricoltura negli ultimi decenni.

La ruralità moderna. Con il declino del ciclo fordista dello sviluppo industriale, la globalizzazione galoppante e la stravolgente rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, l’agricoltura è diventata un’entità mutante che sfugge alle definizioni. È plurale, multiforme, ossimorica. In un mondo che vedrà, in tempi relativamente brevi, la gran parte del proprio territorio urbanizzarsi, l’agricoltura reinventa spontaneamente le sue funzioni, trasforma l’urbano che si è sovrapposto ad essa, assediata da nuovi miti e stereotipi che sedimentano su quelli vecchi.

La stessa immigrazione di massa, che sta scuotendo l’Europa, è un prodotto del mondo globale e di uno spostamento, potenzialmente senza confini, di popoli da un continente ad un altro. Il fenomeno non ha una mera valenza economica (le imprese agricole che finalmente possono avvalersi di una domanda di lavoro più ampia), ma è diventato un’opportunità soprattutto culturale per un continente, come il nostro, invecchiato demograficamente e bisognoso di rivitalizzarsi attingendo a nuova linfa. “Nuovi cittadini” (e non solo “nuovi lavoratori”) stanno incominciando a ripopolare interi territori abbandonati del dorso appenninico, a rendersi protagonisti, come imprenditori innovativi, del risveglio civile dei quartieri popolari delle nostre metropoli e dei territori a sviluppo agroindustriale intensivo. “Nuove culture rurali” interagiscono con quelle nostre e danno vita a meticciamenti inediti. Percorsi che aprono contraddizioni e conflitti da gestire con un approccio laico nuovo, ma che promuovono anche economie civili e identità territoriali in divenire.

Gli elementi che in passato distinguevano l’urbanità dalla ruralità si sono ridimensionati e quelli che restano si sovrappongono e creano nuove differenziazioni. Le quali non hanno nulla in comune con quelle precedenti e riguardano: stili di vita, rapporti tra persone e risorse, modelli di possesso uso e consumo dei beni, abitudini alimentari, modelli di welfare, motivazioni degli imprenditori. Le nuove differenze spesso entrano in conflitto e le contrapposizioni che ne derivano rallentano i processi innovativi, determinano effetti patologici.

Anche altre polarità che in passato influenzavano le campagne si sono fortemente attenuate fino a scomparire: centro e periferia, metropoli e aree interne hanno perduto i significati originari. E tali endiadi ora descrivono nuove entità policentriche e multi-identitarie. Le quali si presentano in modo molto differenziato, ma a segnarne la distinzione sono il capitale sociale, i beni relazionali, le reti di interconnessione e i legami comunitari. Il senso di marcia delle trasformazioni in atto nelle campagne europee sembra essere un’evoluzione dell’agricoltura da attività fortemente connotata da elementi produttivistici a terziario civile innovativo.

Accanto alle tradizionali agricolture scaturite dai processi di modernizzazione e dedite esclusivamente alla produzione food e non food, si sono reinventate multiformi agricolture di relazione e di comunità in cui le attività svolte sono intese come mezzo di incivilimento per migliorare il «ben vivere» delle persone. Agricolture perché molteplici sono le funzioni, le attività e i modelli che esse esprimono. Sono agricolture «multi-ideali» perché si riferiscono a passioni, vocazioni e concezioni del mondo plurime, da cui scaturiscono modelli produttivi e di consumo e attività molteplici.
Sono agricolture non tradizionali perché sperimentano strade mai percorse prima e vedono prevalentemente, in una posizione da protagonisti, donne e giovani. Nuovi attori che chiedono attenzione e riconoscimento in quanto portatori di innovazione, consapevolezza e senso di responsabilità e, nel contempo, attuatori dell’interesse generale. Essi sono fortemente critici nei confronti dell’Unione Europea non solo perché la PAC non li riconosce, ma soprattutto perché intendono reagire alla spinta verso l’omologazione di tutto e, dunque, anche delle molteplici agricolture europee. Le agricolture civili e responsabili spesso assumono posizioni sovraniste perché sono convinte che la PAC ha scarsa attinenza con la necessità di salvaguardare la molteplicità delle agricolture e di spingerle a collaborare per promuovere innovazione e sviluppo. Spesso assumono posizioni sovraniste perché vedono nella PAC una politica che scoraggia l’innovazione, sbarra la strada ai giovani e non incentiva la collaborazione.

La globalizzazione non deve farci riporre la politica in soffitta. Questi nuovi attori non hanno un approccio spaventato e un atteggiamento di ripulsa nei confronti della globalizzazione e non coltivano affatto una visione autarchica e difensiva. Ma anzi mostrano una spiccata sensibilità per i problemi delle agricolture contadine dei paesi in via di sviluppo e dei paesi emergenti.
Le istanze di cui sono portatori non vanno, pertanto, confuse con quelle di chi pensa di reagire alla globalizzazione rinchiudendosi dentro i propri confini regionali, per difendere privilegi, rendite di posizione o valori ritenuti superiori a quelli degli altri. I tutori di queste “piccole patrie” sono in continua mobilitazione contro la riduzione dei dazi per i prodotti tunisini che importiamo in Europa, contro l’Accordo Ceta Unione Europea – Canada, contro le contraffazioni internazionali delle denominazioni d’origine o contro le normative europee in materia di sicurezza alimentare, riguardanti l’etichettatura e gli ogm. Ma lo fanno spesso in modo strumentale nel tentativo di difendere specifiche nicchie di mercato e interessi particolaristici, senza profondere un reale impegno nelle sedi internazionali dove si definiscono gli accordi e le normative. I tutori delle “piccole patrie” hanno svolto un ruolo protagonista nell’alimentare la proliferazione di strumenti e interventi nelle ultime riforme della PAC, mediante un’attività lobbystica molto intensa, soprattutto nei confronti dei governi nazionali e dei parlamentari europei.

Le agricolture civili e responsabili dovrebbero avviare percorsi di autoapprendimento collettivo e sperimentarsi nel costruire reti sovranazionali per contribuire a edificare nuove istituzioni e modelli di governance, capaci di promuovere accordi e politiche efficaci. Si tratta di incivilire la globalizzazione mediante la collaborazione responsabile. Occorre riprendere dalla soffitta la Politica con la "P" maiuscola.

Una nuova PAC in una nuova Europa. La PAC dopo il 2020 potrebbe favorire il processo di integrazione europea, il cui percorso sembra finalmente avviarsi per impulso di Emmanuel Macron e Angela Merkel. Per farlo, però, dovrebbe essere pensata come strumento capace di svolgere tale ruolo. Un ruolo di laboratorio fondamentale del processo di costruzione europea, così come egregiamente lo svolse, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’obiettivo comune dei sei Paesi fondatori era l’autosufficienza alimentare. Ma, una volta conseguito il traguardo già alla fine degli anni Settanta, la PAC dismise quella funzione e incominciò a perseguire, in modo contraddittorio e confuso, interessi particolaristici, legati ad una molteplicità di modelli e sistemi agricoli. Una varietà difficilmente riconducibile ad una convivenza armonica mediante una politica comune, caratterizzata dal principio di unicità.

L’attuale sistema decisionale sperimentato con l’ultima riforma della PAC contiene in sé un virus che determina automaticamente un processo di rinazionalizzazione di una politica che i Trattati definiscono “comune”. Dopo sessant’anni, la politica comune in agricoltura si è trasformata da motrice d’integrazione in pretesto di disintegrazione dell’Europa. Proprio l’esperienza fallimentare dell’ultima riforma della PAC fornisce, tuttavia, indicazioni utili per progettare in modo innovativo il futuro assetto delle istituzioni europee e delle politiche per l’agricoltura. L’Unione Europea avrebbe bisogno di un nucleo di politiche comuni che dovrebbero essere fondate su una chiara delimitazione delle competenze e su pochi obiettivi ben individuati e verificabili. Tutto il resto andrebbe lasciato alle politiche nazionali, regionali e locali. È in tale prospettiva che la molteplicità delle nostre agricolture può tornare a svolgere il ruolo di laboratorio fondamentale del processo di costruzione delle istituzioni europee.

In tale prospettiva, la PAC andrebbe, pertanto, fortemente semplificata e ridotta ad alcuni interventi essenziali e configurabili come effettiva politica comune: 1) sostegno e coordinamento del sistema della conoscenza e dell’innovazione nelle molteplici agricolture europee; 2) sostegno del sistema assicurativo per gestire i rischi degli agricoltori derivanti dalla volatilità dei prezzi e dai cambiamenti climatici.

Una scelta incentrata sulla conoscenza, sul capitale umano e sull’innovazione comporta inevitabilmente l’eliminazione dell’attuale meccanismo dei pagamenti diretti, mantenuto in piedi dal coagularsi nel tempo di forti corporativismi e conservatorismi. Tale meccanismo permette una distribuzione sperequata di risorse pubbliche tra soggetti e territori. Impedisce l’accesso dei giovani. Discrimina le zone svantaggiate e, principalmente, la montagna. Si configura come una forma di rendita quando i prezzi di mercato sono alti, mentre è del tutto incapace di assicurare un reddito accettabile quando i prezzi calano.

L’altra conseguenza del nuovo approccio alla politica comune in agricoltura è quella di ricondurre lo sviluppo rurale alla politica regionale. Lo sviluppo rurale ha svolto finora la funzione di trattenere nell’ambito della PAC i sostegni agli investimenti. Ma questi, per essere efficaci, dovrebbero essere destinati non più agli agricoltori ma ai sistemi territoriali, in cui le molteplici agricolture s’intrecciano con gli altri settori produttivi e coi sistemi di welfare.

Anche la politica regionale andrebbe fortemente semplificata e ridotta essenzialmente alle grandi opere infrastrutturali. Mentre la politica di sviluppo locale – nel quadro di un sostegno finanziario per la coesione – dovrebbe più coerentemente rientrare tra le competenze nazionali, regionali e locali.
I nuovi attori delle molteplici agricolture avrebbero tutto l’interesse ad una riorganizzazione delle istituzioni, delle competenze e degli obiettivi in agricoltura che vada in tale direzione, per poter esprimere nei sistemi locali pienamente le proprie potenzialità e peculiarità. Ma essi non devono immaginare che la politica non abbia più spazio nella globalizzazione e che sia sufficiente esprimere consapevolezza e senso di responsabilità solo nei comportamenti individuali, senza tentare di incidere negli assetti istituzionali sovranazionali. Ad essi spetta il compito di reinventare la funzione primaria dell’agricoltura che è stata, fin dalle origini, quella di generare comunità e istituzioni con cui le comunità umane hanno agito per il “ben vivere” nel mondo. L’agricoltura ha avuto da sempre un’anima politica e oggi è il tempo di reinventarla, esporla in pubblico e darle forma.

Alfonso Pascale - 10-10-2017 - Tutti i diritti riservati

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