Mercoledì 17 Gennaio 2018 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Signori, questa è la realtà del biologico!

Alberto Guidorzi

Ho sempre creduto che i fatti scientifici acclarati fossero sufficienti a troncare ogni discorso basato sulle credenze e sulle falsità. Mi sono accorto però che viviamo una stagione dove basta raccontare bene una cosa senza senso ed insistervi perché scalzi un fatto scientifico e ne prenda il posto.
Insomma, i fatti non sono più alla base delle nostre decisioni. Il caso eclatante che la nostra epoca vive, è proprio quello dell’azione della potente “lobby dell’industria del biologico”, che fa solo marketing seguendone puntigliosamente tutti i dettami senza nessuna regola.

Analizziamole:

1°) Per vendere usano la paura, esempi ne sono le frasi come: “bio = senza chimica”, la biodiversità è in pericolo ma il biologico la salvaguarda”, “l’umanità è a rischio a causa dei pesticidi”, “l’autismo colpirà in futuro la meta dei bambini”… e si può continuare perché sono usate anche le api, l’acqua, il cancro, l’obesità e i cambiamenti climatici ecc.
Purtroppo la scienza, che detiene delle risposte molto articolate, può solo affermarle, ma non ha quasi sempre nessun antidoto facile e subitaneo da proporre, cosa che invece l’industria del bio ha, anzi ne fa un grande business. Da sempre, si sa, che le paure sono ben contrastate, non se se ne spiega l’infondatezza, ma solo proponendo un antidoto. Si arriva a dotarsene anche se si dubita dell’efficacia. Le paure s’ingigantiscono finché nessuno propone un antidoto e, parallelamente, un nutrito numero di gente ne testimonia convinta l’efficacia. Vi è anche un aspetto da segnalare, le regole del marketing di chi segue la scienza lo obbligano ad un codice etico che impedisce di attaccare apertamente un prodotto della concorrenza. La lobby del biologico non segue nessun codice etico.

2°) Per vendere assegnano una falsa percezione di superiore qualità o addirittura di lusso ai loro prodotti: miglior gusto, più nutriente, maggiore qualità, meglio per voi, per l’ambiente o per la biodiversità.
Ora, sebbene nessuna di queste affermazioni abbia un fondamento di verità dimostrata sperimentalmente, la percezione di una presunta superiorità conferisce nel consumatore la convinzione che acquistando bio si diventi “superiore” agli altri consumatori. I prezzi superiori dei prodotti bio non hanno nessuna giustificazione ma è proprio questo essere “molto caro” che conferisce l’etichetta del “firmato” sull’esempio delle molte mode moderne. Il messaggio che passa è che il prodotto corrente è sicuramente meno caro, ma è malsano e tossico. In altri termini, il biologico è arrogante e ha ben pensato di far dire queste cose a degli opinion-leader. Oggi un “vip”, o una celebrità, per restare tale ha bisogno di sposare una “causa” sufficientemente “nobile” ed il bio sembra esserlo, anche perché non c’è molto da sporcarsi le mani e per giunta fa ben guadagnare per gli spot e per l’immagine.

3°) in un momento di tanta precarietà, e quindi di angoscia, chi offre un messaggio rassicurante fa breccia.
In un’epoca dove il dolore, la malattia e la morte non hanno più cittadinanza, il dire, a chi è sensibile a ciò, che acquistando bio ricevono qualcosa di più naturale, di meno manipolato, più locale, si aiutano i piccoli contadini sfruttati, senza prodotti chimici, con meno spreco e di natura più durevole, è un messaggio che fa molta presa e quindi sfruttato dal marketing. Non solo, ma il messaggio assume anche valenza universale quando a problemi complessi si offrono false soluzioni semplici: c’è la fame nel mondo, ci sono i senzatetto, siamo dominati dalle multinazionali, ebbene la risposta è: creiamo orti urbani sui tetti, facciamo lavorare i senza tetto negli orti urbani, conserviamo le sementi antiche, creiamo banchi alimentari del biologico, alimentiamo in modo più sano i bambini delle mense scolastiche. Da una parte vi è una nuova religione ed una presunta etica superiore, mentre dall’altro vi è sfruttamento e prevaricazione. Se poi ci si mettono anche le vecchie religioni a supporto, allora l’accoppiata è ancora più vincente. A nessuno viene in mente che le problematiche su esposte hanno bisogno, in quanto complesse, di risposte complicate, ma coloro che si azzardano a prospettarle sono subito indicati come i veri colpevoli, dimenticando che non esiste mai una sola causa di un fenomeno complesso. Solo che trovare subito un colpevole e proporre di conseguenza una soluzione semplice fa meno riflettere, e meno il cervello lavora, meglio si sta. Insomma “la menzogna semplice è più facile da trasmettere all’uditorio che la verità complicata”

4°) Mai andare contro le narrazioni culturali o sociali.
Le tradizioni sono la base della nostra partecipazione all’età in cui viviamo, ci danno la percezione del nostro mondo, ordinano il nostro raccontare e strutturano i valori; le narrazioni non devono obbligatoriamente essere vere o fattuali, ma semplicemente credute, solo che quasi sempre la fiducia è fondata sull’emozione. Tutto ciò le leggi del marketing lo sanno bene, e una presentazione di un prodotto che fa più presa è la sua qualifica di naturale: un prodotto proveniente dalla natura è buono, mentre un prodotto fabbricato dall’uomo è sospetto. Questo è tanto vero che ormai il marketing assegna la valenza di naturale non solo al cibo ma anche a strumentazioni create dall’uomo. Che poi si tratti di un qualcosa collegato specificamente alle società agiate è dimostrato dal fatto che nelle nostre società contadine, alle quali la qualifica di “naturale” era molto più assegnabile di adesso, le valenze erano invertite.
Ricordo che quando ero ragazzo per dare più valore ad una cosa si diceva in dialetto mantovano: “l’è più bona parchè l’è compra”, ossia “è più buona perché è comprata” .
Io quando andavo a scuola alle elementari avevo mezza copia di pane ferrarese duro, tra l’altro fatto anche otto giorni prima e, per giunta, con “pasta madre” e cotto nel forno a legna (il non plus ultra della bontà di oggi), mentre i miei compagni avevano il panino fresco comprato al forno il mattino stesso e spalmato all’interno con le prime nutelle con olio di palma. Quanto invidia nutrivo! Cioè il lavorato della cosa comprata qualificava di più della stessa cosa veramente naturale che si aveva in casa. Oggi che la società ha perso e dimenticato qualsiasi radice contadina, e quindi ormai valuta l’agricoltura solo con la fantasia, assegna al coltivare convenzionale odierno valenza molto negativa. Questo modo di ragionare lo trasferisce poi alle biotecnologie, ai prodotti chimico-farmaceutici ed ai vaccini. Più una società si tecnicizza, più il consumatore matura timori e sfiducia, ed ecco che allora il marketing fa sfoggio di etichette portanti il prefisso bio (ad eccezione di biotecnologie) o naturale.
Per i marchi commerciali non esistono imperativi morali di ciò che è giusto, ma solo un imperativo fiduciario nei confronti degli azionisti di far loro percepire più profitti. Ecco che anche il sale da cucina o l’acqua sono divenute “biologiche” per distinguersi dal prodotto naturale (che in questo caso ha valenza neutra o addirittura negativa).

5°) Tu non sei nulla, ossia “la merdaccia” di fantozziana memoria, salvo se…
La vergogna, l’umiliazione, il disadattamento sono le astuzie usate dal marketing in generale e dall’industria del biologico in particolare. Avevo titolato, un altro mio articolo sul biologico, “Agricoltura biologica, ovvero togliere ai poveri per dare ai ricchi”, e ciò che ho scritto rispecchia esattamente il comportamento di questo fondamento del marketing del bio in particolare. Vi è qualche insegna che non si vuol piegare e continua a vendere prodotti per “merdacce”? Niente paura, basta ricorrere alle “truppe cammellate” di Greenpeace e di Slow Food che con le loro azioni (spesso ricattatorie purtroppo) fanno cambiare parere. E’ il caso di Leclerc in Francia o di Esselunga in Italia, dopo la morte del titolare storico, ma altri esempi li abbiamo oltre oceano. E’ sufficiente dipingere l’agricoltura convenzionale fatta da dei capitalisti avidi che avvelenano il pianeta e le persone e poi diffondere gli slogan: “se voi non siete bio siete il nulla”. A coloro poi che sostengono la scienza o l’agri-tech, com’è il mio caso, allora dicono: “tu sei un venduto… chi ti paga?”, sinonimo, insomma, di una “merdaccia al quadrato!

Alberto Guidorzi - 09-01-2018 - Tutti i diritti riservati

Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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