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Le mafie in agricoltura

Ci scrive l’imprenditrice olearia Adele Scirrotta, denunciando una situazione insostenibile per le aziende che operano in un contesto rurale fortemente inquinato dalla criminalità, che trovano terreno fertile nel fallimentare silenzio delle Istituzioni

OO M

Le mafie in agricoltura

Gentilissimo Direttore,

se la sente di pubblicare quanto di seguito, parlo di Agromafie?

Faccio parte di quel 35% della forza imprenditoriale di tutt’altra cultura. Per una serie di eventi ho dovuto scaricare un ramo d’azienda e localizzarlo a Pisa.

Pisa mi ha dato la possibilità, se non l’opportunità di continuare a lavorare, di continuare a far lavorare una storia aziendale di una realtà come la Calabria.

Sì, in Calabria vi è una parte culturale malata, che alimenta un business lucroso come le agromafie, dove il caporalato fa la sua parte, ma non dobbiamo dimenticare che vi è una buona percentuale che lavora onestamente, che tratta i dipendenti come figli, che a fine giornata ringrazia i propri operai augurando una buona serata in famiglia.

L’agromafia è un fenomeno che viene descritto e delineato dal Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, presentato annualmente da Eurispes, Coldiretti, e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

Oltre all’associazione di stampo mafioso, alla truffa e dunque al caporalato abbiamo la cosiddetta contraffazione.
Un immobile su cinque confiscato alla criminalità organizzata è proprio nell’agroalimentare.
Un problema certo che abbraccia certo l’intero Paese, ma che solo con la cultura sana, l’adozione di una seria normativa di contrasto al caporalato e non solo perché si tratta di un’odiosa pratica di sfruttamento del lavoro altrui spesso anche di quello femminile e minorile ma anche e soprattuto perché questa piaga altera drogandolo letteralmente, il mercato del lavoro e della produzione agricola.

Oltre allo sfruttamento del lavoro vi ê la indebita percezione di benefici previdenziali che vanno a intaccare lo Stato sociale a danno di tutta la collettività. Credo che lo Stato debba assicurare più protezione a chi decide di far impresa.

È questa la vera sfida che ci attende nei prossimi anni. Perché si può fare impresa anche in realtà difficili, ma questo si può ottenere solo attraverso un corretto business, un corretto comportamento sociale e una corretta modalità di fare e trasmettere cultura imprenditoriale - e questo si ottiene solo possedendo una forte determinazione, un forte coraggio ad agire e salvaguardare la propria storia, perché la propria storia fa storia nel collettivo.

In tutta Italia sono 26.200 i terreni nelle mani di soggetti condannati in via definita per reati che riguardano, tra l’altro, l’associazione a delinquere di stampo mafioso e la contraffazione e, in particolare risultano 20/25 i miliardi di euro sprecati per il mancato utilizzo dei beni confiscati. Dati da non sottovalutare ma considerare ciò che si vuole portare alla luce e far sì che le aziende lavorino sotto tutela

Adele Scirrotta

 


Gentilissima imprenditrice Adele Scirrotta,

metto in evidenza la sua qualifica perché essere imprenditori oggi significa avere doppiamente coraggio, in un Paese che non crede ontologicamente nel proprio tessuto economico e anzi lo ostacola e soprattutto lo abbandona.

Diciamo che percepisco la sua letterea come una sorta di richiesta di aiuto, e immagino che la sua lettera sia un grido muto rivolto a uno Stato assente e sordo ai richiami dei propri cittadini e di chi fa impresa.

L’Italia è una Repubblica anomala, nata male, sbilanciata e disomogenea e diseguale, nonostante i tanti osanna per una Costituzione tanto citata quanto puntualmente ignorata nei suoi principi di fondo.

Per me l’Italia è fondata sull’ipocrisia istiuzionale. Di fronte al disagio che molte imprese vivono, c’è il silenzio delle Istituzioni, tranne che non si capiti nelle mani giuste, quelle di chi compie il proprio dovere nonostante tutto e tutti, pur consapevole che finirà male a compiere il proprio dovere.

C’è una sola annotazione che voglio farle. Non condivido quando lei concede all’altra parte una dignità che non merita. Lei scrive "in Calabria vi è una parte culturale malata”. Dissento pienamente, nella totalità, con questa affermazione. La cultura non è mai malata, non può esserci “una parte culturale malata”. Quella parte malata che lei dice non merita alcun rispetto, perché è contraria al conseguimento della civiltà.

Ciò che mi dispiace, è che la sua lettera così educata e piena di vita e di futuro strappato con i denti e il sacrificio dell'esilio, sia un grido d’aiuto inascoltato.

Le Istituzioni sono colpevoli, perché convivono con la mafia, sono il rovescio della medaglia, parte di quel male che divora il Paese. Posso soltanto augurarle ogni bene, nella speranza che lei possa trovare sulla propria strada servitori dello Stato integerrimi e che aspirino a un’altra Italia.

Luigi Caricato

OO M - 23-01-2018 - Tutti i diritti riservati

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