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Integrazione o disintegrazione?

Diario europeo. Del ‘buon senso’ e del ‘senso comune’. Noi siamo abituati, infatti, a parlare, discutere e a fare i conti della “integrazione” europea; a indagare e riflettere se e come essa procede, segna il passo oppure si sta bloccando. Mentre l’insieme del processo – nella sua interezza – è fatto anche da processi di “disintegrazione”

Mario Campli

Integrazione o disintegrazione?

Ai cittadini e alle cittadine di “questa” Unione europea –anche ai/alle più attenti/e - può capitare di essere talmente concentrate/i sulle attuali e interminabili emergenze e da esse assorbite/i, da perdere la capacità e la possibilità stessa della percezione dell’insieme.

Noi siamo abituati, infatti, a parlare, discutere e a fare i conti della “integrazione” europea; a indagare e riflettere se e come essa procede, segna il passo oppure si sta bloccando. Mentre l’insieme del processo – nella sua interezza – è fatto anche da processi di “disintegrazione”.

A che punto siamo? Su questa parola oggi voglio attirare la vostra attenzione. Lo faremo in compagnia di un libro recente e del suo autore.

Il problema

“Il problema è che gli esperti della UE hanno scritto tantissimo della sua ascesa, ma praticamente niente sulla sua eventuale caduta. Esistono numerose teorie sull’integrazione europea, ma praticamente nessuna sulla DISINTEGRAZIONE. E’ persino difficile immaginare quali sarebbero le conseguenze della disintegrazione (…). La disintegrazione è reversibile? E’ un prodotto o un processo? Quanto tempo deve trascorrere perché si possa stabilire se la disintegrazione sia o non sia effettivamente avvenuta: un mese, un anno o un decennio? E quali potrebbero essere le conseguenze più generali della disintegrazione europea a livello economico, politico e internazionale? Certo non è facile tentare di dare risposta a questi interrogativi sempre più pertinenti”.

Diario europeo trae questa citazione da un libro ( pubblicato in Italia nell’ottobre 2015), che oggi vuole presentarvi, insieme al suo autore, Jan Zielonka: “Disintegrazione. Come salvare l’Europa dall’Unione europea”.

Zielonka insegna Politiche europee alla University of Oxford ; le sue aree di ricerca sono i media, la democrazia, le istituzioni politiche e la storia delle idee politiche. Nei “ringraziamenti”, in coda al libro, ci informa che ha discusso e monitorato l’ approccio adottato con i dottorandi in European Politics and Society, con l’ European Studies Centre del St. Antony’s College, con la European Council on Foreign Relations e – mentre lo scriveva – con l’Institute for Democracy and Human Rights presso la University of Sidney.

Presentando il libro ai lettori italiani, quasi si scusa e afferma: “questo libro potrà sembrare provocatorio o persino apocalittico” (in effetti il sottotitolo della traduzione italiana non è presente nel titolo della edizione originale: “ Is the UE doomed?” (Cambridge, 2014). Più in là precisa: “Questo libro non offre appigli agli euroscettici britannici, francesi o olandesi. L’Europa contemporanea è un ambiente fortemente integrato (….). Tuttavia in queste pagine si avanzano dubbi sulla capacità dell’UE di riconquistare la fiducia pubblica in Europa, generare coesione fra gli Stati membri e dar forma a un programma plausibile di autoriforma”. E ammonisce: “ Nell’Unione allargata e stratificata, le riforme coraggiose sono controverse e quelle timide sono inutili (…) Per questo motivo si propongono qui nuove modalità di integrazione dell’Europa. Il ragionamento va oltre le attuali controversie tra federalisti ed euroscettici. Non si rifà a un’agenda nazionale di parte, né ad un programma ideologico. Sostiene che gli europei meritano un modo di lavorare insieme, migliore di quello offerto da una UE sempre più inefficiente”.

Il tentativo di Zielonka è ad un tempo coraggioso e temerario; dice: “ I funzionari dell’UE si comportano come se niente fosse e rifiutano di prendere in considerazione un piano B. Questo libro apre una discussione su un piano B per il bene dell’Europa e dei suoi cittadini. Bruxelles pare incapace di guidare l’Europa verso un futuro migliore, e Berlino non sembra disposta a farlo. La prospettiva di un superstato europeo è ingenua. L’Europa deve essere reinventata e ricostruita, questa volta dal basso invece che dall’alto. Queste pagine rivelano molte verità dolorose, ma prefigurano uno scenario di rinnovamento europeo.”

Jan Zielonka è questo, generoso e temerario: “io sono un vero europeo, secondo qualsiasi parametro si voglia adottare, e non provo alcuna soddisfazione a concludere che l’Unione europea, la UE, possa essere condannata a sparire, ma l’Europa e l’integrazione europea di certo non lo sono”.

Del ‘buon senso’ e del ‘senso comune’

La sua opera di studioso – tra indagine e critica politica – mi ha fatto tornare in mente una profonda espressione attribuita ad Alessandro Manzoni (già evocata nel titolo di questo Diario): “Il buon senso c’era ; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune. Il senso comune si nutre di miti, il buon senso di fatti”. Una massima che ben si attaglia alla situazione attuale di Europa e a molti dei suoi protagonisti (Stati nazionali, Capi di governo e/o di Stati, Parlamenti, Istituzioni europee).

E – sarò onesto e trasparente con i lettori e le lettrici - resto incerto e pensoso: cosa è qualificabile come “fatto” e cosa, come “mito” – stando al motto manzoniano- nella attuale configurazione della crisi europea?

L’indagine di Zielonka è ricca di “Fatti” sul versante della disintegrazione: sono numerosi e puntuali (rinvio alla lettura); mancano nella lista, ovviamente, quelli che sono nella nostra memoria più recente ( dopo la chiusura del suo libro) e anche quelli che sono, ora, sotto i nostri occhi.

Eccone uno, freschissimo, anzi dovrebbe ancora accadere: (è il quesito referendario che Viktor Orban, premier Ungherese, vuole-minaccia di proporre ai suoi elettori, una parte consistente del suo popolo): “E’ d’accordo sul fatto che, senza l’autorizzazione del Parlamento nazionale, l’Unione europea possa obbligare l’Ungheria ad accogliere ricollocamenti di cittadini stranieri sul suo territorio?”. Gli svizzeri, maestri in materia – chiosa Massimo Riva (La repubblica 28 febbraio 2016) – “dicono che il vero potere nei referendum sta dalla parte di chi pone l’interrogativo; con un quesito così formulato non si possono avere dubbi sull’esito della consultazione”.

Ma si può essere contrari ad un referendum che dà la parola ai cittadini? No, assolutamente. (Chi o cosa è “mito” e chi o cosa è “fatto”: tra “democrazia diretta” e “accoglienza dei rifugiati”?). Restiamo, ancora un poco, in Ungheria e facciamo emergere un altro “fatto”: gli oltre cinque miliardi e mezzo di euro che dal bilancio europeo (ex tasse dei contribuenti degli stati membri) che arrivano in Ungheria, ogni anno. (Chi o cosa è “mito” e chi o cosa è “fatto”: tra la condivisione dell’accoglienza dei rifugiati nella società e nello Stato ungheresi ( al cui benessere dà un contributo di risorse tutta l’Unione) e la “sovranità” nazionale?).
L’otto marzo prossimo- Martedì - la Commissione Europea approverà (e presenterà al Parlamento Europeo-cioè i rappresentanti eletti, dei popoli europei ed al Consiglio-cioè gli Stati membri europei) una nuova e risolutiva regolamentazione comune delle Immigrazioni e uno schema di “obblighi” sull’accoglienza condivisa. Ricordiamo tutti la Decisione “comune” di qualche mese fa (cfr. Diario n. 18, del 5 febbraio 2016): la stessa Commissione e il Consiglio avevano approvato – a maggioranza - un piano di ricollocazione, dall’Italia e dalla Grecia verso gli altri Paesi membri, di 160 mila rifugiati. Ma il piano è fallito per la mancata volontà di applicarlo da parte di diversi Paesi membri dell’Unione -dopo un voto formale (a maggioranza), secondo le regole democratiche.
E, dunque: sono questi i “fatti” e i “miti”; il “buon senso” e il “senso comune”; il processo-prodotto “integrazione” e il processo-prodotto “disintegrazione”.

L’ indagine di Jan Zielonka individua la debolezza del processo europeo, storicamente messo in atto, e scrive: “La UE ha sempre risentito di uno ‘scarto fra capacità e aspettative’. Ha immaginato un modello di integrazione controllato da un unico centro istituzionale investito di troppo responsabilità, ma dotato di scarsa legittimazione e di risorse inadeguate. Era una visione irrealistica, destinata a fallire”. Il caso sopra citato è un esempio preciso dello “scarto”.

Scenari di disintegrazione

Entrando, poi, nel merito del “processo o prodotto”, Zielonka afferma:” Corre l’obbligo di esaminare tre possibili scenari:
• “il primo vede i leader d’Europa perdere il controllo sugli eventi finanziari o politici in atto”;
• “il secondo presuppone che essi tentino di affrontare i problemi, ma finiscano per peggiorare la situazione”;
• “il terzo prevede una politica di benevola indifferenza, con implicazioni un po’ meno benevoli”.

Motori di disintegrazione

Esaminando gli agenti che muovono il processo osserva:
• “ Il processo decisionale europeo è sempre stato lento, complesso e subordinato al minimo comune denominatore. Ma oggi il problema sembra essere molto più fondamentale. Le Istituzioni europee paiono distanti sia dalla politica nazionale sia dai mercati globali. Sembrano operare in un vuoto politico ed economico, incapaci di produrre un impatto significativo per i cittadini o per le imprese. Adeguare la legislazione dell’UE a realtà in continuo mutamento è diventato problematico, e il livello di conformità deludente”.
• “Oggi ‘unità nella diversità’ sembra uno slogan privo di significato e l’Unione europea è priva di un’identità riconoscibile che spinga le persone a restarle fedeli in questi momenti difficili”.
(Dinamiche di disintegrazione)
Riflettendo sulle dinamiche di disintegrazione, Jan Zielonka rileva due fattori:
• “Primo, l’UE deve ancora mettere a punto un meccanismo di gestione efficace per i tre ambiti distinti – economico, politico e istituzionale – nei quali la crisi europea è in atto.
• “Secondo, l’Unione europea non dispone di strumenti democratici per legittimare le proprie politiche. (….) Il progetto europeo si è sempre basato sulla legittimità ‘in uscita’ (cioè sostanziata dai risultati), più che ‘in entrata’, e questo significa che l’efficienza, non la democrazia, è al sua logica di fondo.”
Fino ad ora, il tradizionale, storico metodo di integrazione (mercato interno, ecc.) aveva espresso gradi adeguati di efficienza; ora questo processo ha esaurito la sua forza.
Il nodo centrale viene individuato da Zielonka, nel fatto che i principali pilastri della integrazione europea:
• il mercato unico
• la moneta unica
• e l’area Schengen (frontiere interne aperte)
hanno:
• membri diversi
• disciplinati da Norme diverse
Il risultato è la situazione attuale che Jan Zielonka chiama “Eufonia”.

E’ a questo punto che inizia la ‘pars costruens’ della indagine. E Zielonka si chiede: “E’ possibile un qualche tipo di integrazione in un’Europa caratterizzata da una pluralità di alleanze politiche, una sovrapposizione di competenze e una florida eterogeneità socio-culturale? LA mia RISPOSTA è SI’. Ma dobbiamo modificare la nostra visione di integrazione, abbracciando un vero pluralismo e una vera diversità. Sosterrò che un’Europa più flessibile, decentrata e ibrida offre enormi opportunità e non andrebbe vista come soglia dell’anarchia westfaliana”.

Diario europeo si è impegnato molto in questa ricostruzione analitica per la serietà dell’impegno del suo autore e anche per la carica di speranza che egli profonde nel suo lavoro. Ma confessa che addentrandosi nella parte propositiva, l’ha trovato alquanto – pur generosa – fragile. Ciò non toglie nulla al valore del saggio.

Tento di riassumere la filosofia della sua visione innovativa in questi due punti:
• “L’alternativa che propongo prevede un’integrazione flessibile secondo criteri funzionali, al posto del tentativo ostinato di creare un superstato europeo. La reti che emergeranno da questo modello di integrazione non saranno veri e propri ordinamenti, ma organizzazioni concepite per rispondere a esigenze precise ed eseguire compiti precisi. Questo è esattamente il tipo di reti affinate e diversificate di cui l’Europa ha disperato bisogno”.
• “La struttura della ‘governance’ europea non assomiglierà a una piramide, bensì ad una ‘scatola di giunzione’ con numerosi punti di intersezione e interazione (…) Ho definito questa nuova modalità di integrazione ‘polifonica’, i contrapposizione all’attuale Eufonia o addirittura cacofonia. Un’ Europa polifonica adotterà i principi base della democrazia: pluralismo e autogoverno. Adotterà anche i principi base di una ‘governance’ efficiente: coordinamento funzionale, differenziazione territoriale e flessibilità.”

E conclude: “L’ascesa della pluralità e dell’ibridismo può sembrare un novità per gli studiosi dell’UE, ma non per gli studiosi della globalizzazione e del cambiamento sociale. Da anni la rivoluzione digitale determina enormi trasformazioni nei sistemi di produzione, nella concorrenza e nella sicurezza”.

E concludiamo anche noi. Questo ed altri studi sono i benvenuti. Costituiscono un potenziale di utilità e di operatività. Prioritaria è la volontà politica e strategica dei popoli e degli Stati d’Europa.
Deve manifestarsi. Deve manifestarsi a breve. L’attuale Parlamento deve prendere la parola: in modo rituale o irrituale.
Diario europeo ha già elevato, nei mesi scorsi, l’appello a questo Parlamento europeo esistente; esso può e deve diventare l’autore e il protagonista della trasformazione del modello istituzionale: la sua Forma e la sua Sostanza.

Senza il permesso degli Stati nazionali, i Rappresentanti ELETTI dei Popoli d’Europa – in forza della loro elezione senza vincolo di mandato – diano forma e voce ad una nuova configurazione istituzionale, assumendo in prima persona la iniziativa di fare le Leggi; e, in primis, approvando una “Costituzione dell’Unione”, snella e profonda, che inizi con le parole: “ NOI, POPOLI d’EUROPA……”; da sottoporre a successivo Referendum confermativo da parte dei Popoli d’Europa. Uno stop an go: solenne, risolutivo. Una ultima spiaggia! Ed è in questa “cornice” o “patto” che deve trovare posto e forma anche la nuova fase di integrazione possibile; non nelle “deroghe” affannose e pasticciate per arginare i vari Referendum dei “Membri”. La Unione non è e non potrà-dovrà mai essere una “prigione”. E torna in campo l’attuale articolo del Trattato: articolo 50, “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione”. Vorrei soltanto una modifica: non ogni “Stato”, ma “Ogni membro – Popolo e Stato”.

Convochi, dunque, il Parlamento eletto ed operante una “Seduta Permanente” ( oppure elegga al suo interno, con metodo e rappresentanza proporzionali, una COMMISSIONE STRAORDINARIA COSTITUENTE), annunciando ai POPOLI d’EUROPA che legittimamente rappresentano, che la grande trasformazione è in atto e che il Parlamento dei Popoli d’Europa si considera in seduta permanente e continuativa per dare ai Popoli e agli Stati un’anima e una forza nuove.

Lo faccia. E’ il Tempo ed è l’Ora delle Responsabilità, cioè: abilità a rispondere!

 

 

La foto di apertura, di Luigi Caricato, riprende un'opera di Clet Abraham

Mario Campli - 05-03-2016 - Tutti i diritti riservati

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Mario Campli

Ha studiato teologia, filosofia e sociologia. Ha ricoperto l’incarico di dirigente nazionale della Confederazione Italiana Coltivatori, di presidente del Consorzio Nazionale Olivicoltori e dirigente centrale della Lega Nazionale Cooperative e Mutue (Legacoop). E’ autore di molti libri, tra cui “Agricoltori europei” ed “Europa. Ragazzi e ragazze riscriviamo il sogno europeo”, nonché, con Marcello Vigli, di “Coltivare speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile”.

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