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La nebulosa di Greenpeace

E’ una multinazionale che maneggia molti soldi. Ha sede ad Amsterdam dove vi è una legislazione fiscale particolarmente favorevole. Basta guardare i suoi conti a livello mondiale per notare alcuni aspetti sorprendenti. Le deduzioni d’imposte che i donatori si assicurano vanno a gravare sugli altri cittadini contribuenti, che quindi devono sobbarcarsi il dover compensare tale trattamento di favore

Alberto Guidorzi

La nebulosa di Greenpeace

Generalità  Nel mondo variegato delle “ONG”, Greenpeace si distingue per fare dei fondi che raccoglie una più o meno oculata gestione finanziaria, investendoli come capitali a rischio in borsa, infatti, recentemente è incorsa in una perdita non indifferente, ma soprattutto ottimizzando la tassazione in paradisi fiscali. Cosa che fanno tanti altri, solo che se conosciuti sono additati al pubblico ludibrio, esempio di due pesi e due misure. Infatti, essendo un ‘Stichtings’ (entità a responsabilità limitata senza membri e senza capitale) ha la sua sede ad Amsterdam dove vi è una legislazione fiscale particolarmente favorevole per questo tipo di entità economiche. Altro aspetto è che il suo obiettivo primario è assicurare la sua esistenza e la sua continuità di funzionamento. La difesa dell’ambiente, cioè la missione per la quale molti gli danno credito, non è proprio l’obiettivo prioritario ed, infatti, essa non vi destina l’essenziale del denaro che raccoglie. Basta guardare i suoi conti a livello mondiale, europeo e delle diverse nazioni in cui ha una sede per osservare degli aspetti sorprendenti. Tra l’altro le deduzioni d’imposte che i donatori si assicurano vanno a gravare sugli altri cittadini contribuenti, che quindi devono sobbarcarsi il dover compensare questo trattamento di favore. In altri termini è il contribuente pinco pallino che compensa le agevolazioni fiscali accordate alla “generosità” dei donatori, rappresentati in gran parte da organizzazioni commerciali della grande distribuzione e che con questo ne ricavano vantaggi sostanziosi in fatto d’immagine e di aumenti di fatturato, o da magnati che con queste donazioni pagano meno tasse. Certo vi sono anche dei donatori semplici cittadini convinti dall’ecologismo politico, ma questi farebbero meglio ad informarsi dove vanno a finire i loro soldi.


La nebulosa internazionale di Greenpeace

Essa è nata in Canada, ma ben presto è emigrata ad Amsterdam. Civilmente si presenta come Greenpeace International, mentre giuridicamente è Stichting Greenpeace Council e come tale controlla, in virtù di un obbligo legale, quattro altre “stichting”: Stichting Phoenix,Stichting Iris, Stichting Rubicon, Stichting Theseus: inoltre controlla al 100% la Greenpeace Licensing B.V. Amsterdam. Questa complesso organizzativo è funzionale a operare arrangiamenti contabili e di comunicazione. Greenpeace International inoltre controlla 26 entità giuridiche nazionali e regionali che dicono essere indipendenti e distinte, cosa che vedremo non completamente vera e chi lo afferma sono degli ex-dirigenti di alto livello di Greenpeace, cioè persone ben informate.

Vogliamo fare un esempio? Tutte le Greenpeace nazionali dicono di essere finanziate al 100% da donatori privati e può essere anche vero, ma certi grandi donatori preferiscono far arrivare indirettamente le loro donazioni a Greenpeace International baipassando gli uffici nazionali. Ciò permette di affermare che: “le sue attività mondiali sono finanziate pressoché interamente da donazioni di persone fisiche dei vari Stati mondiali, ma anche da contributi di fondazioni private”. E qui casca l’asino perche queste fondazioni sono eterodirette. E’ il caso del famoso studio fatto da Gilles Eric Seralini sui ratti alimentati con l’erbicida gliphosate che ha fatto scalpore, ma che poi ha dovuto essere ritirato per manifesta ascientificità dell’esperimento, e che è stato finanziato dall’organizzazione Ceres di cui fanno parte due colossi della grande distribuzione, cioè Auchan e Carrefour. Come suol dirsi una mano lava l’altra: le fondazioni, sensibilizzate da Greenpeace, pagano in sua vece e questi sono soldi che raggiungono gli scopi di continuità esistenziale della multinazionale “ecologista” ma non entrano nel suo bilancio. Logicamente Auchan e Carrefour usano queste donazioni per poter mostrare alla clientela di contribuire a tutelare l’ambiente e di attorniare i prodotti venduti da un’aureola di sostenibilità e salubrità. In termini commerciali si chiama “fidelizzazione della clientela”. Un investimento al pari di qualsiasi altro quindi.

Se analizziamo il rapporto 2015 si vede che la metà delle risorse economiche della multinazionale ecologista provengono da quattro Stati occidentali: Germania in testa, Gran Bretagna e USA a pari merito e poi Olanda; il primo paese appartenente ai PVS che offre soldi a Greenpeace è il Brasile (18° posto), ma in ragione ci 1/10 di quanto da la Germania. Credo quindi si possa concludere che è l’Occidente ricco e grasso che da soldi a Greenpeace, vale a dire che tali donazioni sono collegate ad interessi particolari che vanno da investimenti d’immagine verso i clienti, sgravi fiscali e strategie di politica commerciale. In altre parole qui il “Buon Samaritano” non sta di casa. A Greenpeace si può trasferire la stessa considerazione appena fatta in quanto essa spende circa la metà (46,8%) di quanto incassa per far continuare il flusso dei doni che di anno in anno arrivano e che nel 2015 sono stati pari a 346.148.000 di euro. Quindi se vi è un “Buon Samaritano” fra i donatori questi deve sapere che la metà di ciò che da non va alla risoluzione di problemi ecologici (clima, energia, detox, alimenti vitali, foreste, oceani, salvataggio dell’Artico e altre); a questi va solo il 21,4%. Bello pagare per vedere gran parte dei propri soldi stornati dallo scopo per il quale si è stati invogliati a donare!


Testimonianze

Vogliamo andare su delle testimonianze dirette? Jacky Bonnemains è stato presidente di Greenpeace Francia fino al 1985 ed ha detto: “Greenpeace è divenuta la caricatura del nuovo ricco. Essi non sanno cosa farne del loro denaro, ma lo conservano con cura per se stessi”
Bjorn Oeken (ex direttore di Greeepeace Norvegia) dice: “Il modo con cui Greenpeace tratta gli obiettivi che essa ha individuato può chiaramente essere definito come del fascismo o del fondamentalismo religioso. Tutti quelli che pensano che il denaro di Greenpeace sia speso per l’ambiente sono sulla falsa strada. I suoi dirigenti viaggiano in business class, mangiano nei migliori ristoranti, conducono una vita da jet-set ecologista (…..). La principale ragione che spiega la priorità accordata alle balene è che è un’iniziativa che porta denaro, (da: Reclaiming Paradise : The Global Environmental Movement, John McCormick, 1993)
Tutto è deciso ad Amstedam perché Greenpeace è un marchio registrato a livello internazionale, ma di proprietà di Stichting Greenpeace Council e quindi l’uso del nome necessita di una autorizzazione dall’alto. Se in un paese si decide di aprire un ufficio lo si fa solo se Greenpeace International accorda la licenza d’uso del marchio, ma il suo uso è subordinato ad una serie di obblighi verso l’organizzazione capofila e dietro compenso. Tutto è deciso ad Amsterdam , come dice Philippe Lequenne (presidente di Greenpeace Francia dal 1988 al 1991). Non solo ma vi un altro giudizio lapidario dato da Fabrice Nicolino che non può certo essere tacciato di antiecologismo (QUI) e che dice: “ In seno a Greenpeace le campagne sono decise a livello internazionale, nel nome del “centralismo democratico” di staliniana memoria”

Come agisce Greenpeace

In Francia tra i grandi gruppi della grande distribuzione vi è un bastian contrario alle iniziative di Greenpeace ed è il gruppo Leclerc. Esso è stato fatto oggetto di pressioni durante la campagna lanciata da Greenpeace contro i pesticidi in Francia e avente per slogan “zero residui” e di cui tutti gli altri gruppi concorrenti di Leclerc si fanno vanto, compresa la nostra Coop, ma tutti questi comprano sul mercato come Leclerc, che evidentemente controlla scrupolosamente i prodotti che gli arrivano come tutti gli altri. La stragrande maggioranza dei prodotti venduti in un supermercato non sono biologici, ma provenienti da dall’agricoltura convenzionale e fordista, ebbene il consumatore ha la probabilità del 58,7% di mangiare frutta e verdura senza traccia di residui (come da indagine comunitaria). Essi cioè si fanno belli di qualcosa che non li riguarda, sono solo un merito di tanti agricoltori convenzionali che proteggono irrorando fitofarmaci in modo professionale ed ecoresponsabile. Il resto dei prodotti non è che siano avvelenati contengono solo percentuali di residui testate non essere dannose. Ebbene Leclerc è stato fatto oggetto di veri e propri ricatti ed occupazioni (vi ricordate le nostrane occupazioni proletarie? Ebbene queste non hanno nulla da invidiare) fatte da soggetti che si sono tolti la vernice “rossa” e si sono ridipinti di “verde”. Infatti Leclerc alle prime ostilità aveva ribattuto che i suoi prodotti erano molto più a buon mercato, al che Greenpeace ha risposto “ Leclerc è meno caro e i pesticidi sono offerti”; asserzione però estensibile a qualsiasi insegna di grande distribuzione o commerciante, compresi i mercati contadini, gli unici a non essere soggetti a controlli aziendali tra l’altro.

Visto che il gruppo continuava con la stessa strategia, sono stati sguinzagliati gli attivisti che hanno occupato il centro acquisti raggruppato di Socomi.

Il gruppo Leclerc ha reagito, e d’altronde non poteva non farlo visto il blocco dei rifornimenti e che nessuna forza politica aveva il coraggio di far rispettare la legge, ha messo sul tavolo proposte imperniate su un collaborativo “parliamone”. Al che Greenpeace ha proposto una commissione, che Leclerc ha accettato, pretendendo, però, che, siccome i pesticidi sui prodotti che vende non li mette la grande distribuzione, bisognava coinvolgere in questa commissione chi in realtà li usa, cioè i produttori agricoli al fine di sentire anche la loro campana e studiare con loro quali possibilità vi sono di non usare fitofarmaci o di farne un uso sempre più in linea con i riscontri della ricerca.

Greenpeace ha risposto che con i produttori ci parlano solo loro privatamente e solamente con quelli disposti a usare “zero pesticidi”, con Leclerc, invece, pretendono di parlare solo del come coordinare una strategia (quasi ricattatoria) verso i produttori agricoli che riforniscono Leclerc e che “obtorto collo” sono obbligati ad usare pesticidi. Vale a dire far acquistare solo prodotti a zero residui per non uso di pesticidi e rifiutare gli altri tramite la messa in atto di contratti capestro tali che solo in presenza di annate particolarmente favorevoli alla non virulenza dei parassiti potrebbero essere onorati. In pratica per gli agricoltori si tratterebbe di accettare di riuscire a vendere la loro produzione solo saltuariamente e in tutti gli altri anni buttare al macero il prodotto. Tra l’altro è bene che si sappia che la presenza di residui ammessa e riscontrabile su circa il 40% del resto dei prodotti, sono di norma largamente inferiori a quelli che le commissioni mediche di autorizzazione alla messa in commercio di un fitofarmaco hanno fissato con molta precauzione. Infatti, una volta verificata in laboratorio la dose senza effetto del fitofarmaco, la dose ammissibile come residuo è ulteriormente diminuita di un fattore mai inferiore a 100 volte e spesso molto superiore per evitare effetti cocktail.

La multinazionale ambientalista per ottenere consenso dall’opinione pubblica ricorre alla solita motivazione falsa, e che pubblicizza, secondo la quale “produrre senza pesticidi è possibile e quindi va fatto”, quando invece tutti sanno che è impossibile e questo lo sa bene anche chi produce biologico che, infatti, usa pesticidi. La risposta è arrivata dall’Associazione delle Famiglie Rurali francese che ha pubblicato sul giornale “La Croix” (QUI) la situazione catastrofica di quest’anno in Francia e prende a paragone il produrre biologico per far notare che: “Il prezzo medio di un kg di frutta biologica raggiunge 6,95 €, ossia 2,8 € più che la stessa frutta prodotta con il modo convenzionale. Un kg di verdura biologica costa in media 4,1 €, ossia 1,8 € più dell’altra. Percentualmente quindi 67 e 78% in più del convenzionale”. Questa differenza è determinata semplicemente da diminuzioni di produzioni che variano dal 30 al 70% a seconda della specie. Inoltre nessuno dice al consumatore in modo franco e netto che crescendo la domanda di “senza fitofarmaci” e in mancanza quasi certa di una offerta che si adegua, il divario dei prezzi è destinato ad allargarsi, anche grazie ai ricarichi permessi da una domanda inelastica. Conseguenza: i prodotti a label biologico saranno sempre più appannaggio di sole persone ricche e danarose. Bel concetto di sociale, non vi pare?

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato, quelle interne al corpo dell'articolo sono state fornite dall'Autore

Alberto Guidorzi - 06-09-2016 - Tutti i diritti riservati

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Alberto Guidorzi

Agronomo, ha studiato Scienze agrarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, e vive attualmente a Sermide, nel Mantovano. Scrive sui magazine "Agrarian Sciences", "Salmone" e "La Valle del Siele"

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