Giovedì 18 Ottobre 2018 - direttore LUIGI CARICATO - redazione@olioofficina.it

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Una rivoluzione democratica

La democrazia delle istituzioni europee rischia di essere o diventare una democrazia senza popolo! Nello stesso tempo, rivela anche una tendenziale incapacità a prevenire le crisi (sociali, economiche, politiche e via via strategiche) e/o a rilanciare processi e percorsi politici e ideali necessari e urgenti, per motivare continuamente il sentimento collettivo e identitario (identità europea: dell’insieme, cioè, che si aggiunge a quella dei singoli popoli). Che fare?

Mario Campli

Una rivoluzione democratica

Nel precedente “Diario europeo” abbiamo rilevato, non senza amarezza, che c’è malessere nella Unione. Tanto malessere. Le forze centrifughe sembrano prevalere sulle forze centripete. Nel dibattito (e nei fatti) dei giorni successivi abbiamo dovuto registrare, purtroppo, molte conferme.

Prendo dal dibattito sui quotidiani due esempi della consapevolezza del malessere e dei rischi conseguenti di due autorevoli politologi.

Scrive Angelo Panebianco: “Chi pensa che se prevalesse la disgregazione dell’Unione ci troveremmo a buttar via non solo l’acqua sporca (il tanto che non va) ma anche il bambino (i benefici) dovrebbe capire che se non si cambia subito registro è finita”.

Scrive Angelo Bolaffi: “Gli europei potrebbero uno di questi giorni scoprire di aver superato il punto di non ritorno verso uno storico fallimento. Un fallimento che appare tanto più paradossale in quanto i governi dei singoli paesi pensano di trovare soluzioni nazionali a sfide che sono essi stessi a definire globali; condannando in tal modo i loro stessi paesi e l’intera Europa a un declino irreversibile”.

I due “Angelo” - su due (i primi due) quotidiani dell’Italia - usano parole (si può dire?) ugualmente drammatiche: “disgregazione”, “è finita”, “punto di non ritorno”, “storico fallimento”, “declino irreversibile”.

Le “forze centrifughe”, in questi giorni, si sono ancora di più manifestate.

Il nuovo primo ministro della Polonia – Sig.ra Beata Szyldo (paese membro il cui l’ex primo ministro - Donald Tusk - è ora Presidente del Consiglio europeo!) ha fatto togliere la bandiera dell’Unione Europea dalla sala nella quale ha tenuto la conferenza stampa, e intende procedere a riforme che ledono principi di democrazia e libertà. Mentre scrivo ci sono a Varsavia manifestazioni e l’ex presidente Walesa parla di pericolo di “guerra civile”. In Danimarca, dopo i fatti di Parigi, un referendun ha detto no ad una più stretta collaborazione delle polizie dei paesi membri europei, e rifiuta di accogliere la quota di migranti la cui redistribuzione da Italia e Grecia è stata decisa, già due mesi fa, dal Consiglio dei ministri europei; un ministro in carica, intanto, propone al parlamento una nuova legge per requisire al migrante che entra in Danimarca tutto ciò che possiede come forma di risarcimento delle spese che il suo paese affronterà nell’accoglierlo. I Francesi (cittadini europei) hanno dato al partito del Fronte Popolare – avverso alla integrazione europea - il primato elettorale. La Gran Bretagna ha indetto un referendum per ridiscutere la sua appartenenza all’Unione. Nell’ultimo Consiglio europeo si sono registrate dissonanze di grande rilievo tra Italia e Francia rispetto alle politiche di approvvigionamento energetico e alla inadeguata attuazione della recente Unione Bancaria (con riferimento alla istituzione della Assicurazione europea dei depositi, strettamente connessa con la “unione bancaria”). La lista potrebbe continuare.

Ma noi dobbiamo tornare al cuore di “questa” Europa in crisi. Esso sta nel modello di “governance” e nell’impianto istituzionale adottato. Per illustrarlo, farò uso di un percorso schematico, onde evitare che ci si perda per strada e per consentire ai lettori e alle lettrici di toccare con mano lo stato reale del “governo europeo” :

A) I soggetti fondanti questa Unità Europea sono due: gli Stati e i Popoli.

B) Il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa (cfr. art. 10 del Trattato sull’Unione Europea-TUE).

C) I parlamenti nazionali (rappresentanti eletti da cittadini di ciascun Paese membro) contribuiscono attivamente al buon funzionamento dell’Unione (art. 12 TUE).

D) Il Parlamento europeo (composto da rappresentanti eletti da cittadini di tutti i Paesi membri dell’Unione) esercita, congiuntamente alla Commissione (che ha il diritto esclusivo di proposta) la funzione legislativa e la funzione di bilancio (art. 14 TUE). Quindi il Parlamento NON ha l’iniziativa del processo legislativo e quando legifera lo deve fare sempre in accordo con il Consiglio.

E) Il Consiglio europeo (i capi di Stato e/o di Governo) dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali. Non esercita funzioni legislative (art. 15 TUE). (Sono i famosi vertici dai quali – mentre il Parlamento tace e aspetta…il suo turno- i popoli d’Europa, che hanno eletto i membri del Parlamento, apprendono cosa gli Stati intendono consentire a Europa di fare o non fare).

F) IL Consiglio (un rappresentante di ciascun Governo, a livello ministeriale, degli Stati) esercita, congiuntamente al Parlamento, la funzione legislativa e la funzione di bilancio.

G) La Commissione (un presidente designato- non eletto- dai Governi degli Stati, più tanti Commissari designati – non eletti - dai Governi degli Stati: l’uno e gli altri sono confermati da un voto del Parlamento) promuove l’interesse generale dell’Unione e adotta le iniziative appropriate a tal fine (art. 17 TUE. (Cioè: ha il diritto/dovere di proporre tutte le Norme , le Leggi e i Regolamenti e inviarli al Parlamento e al Consiglio. (Con tutta evidenza lo fa recependo Accordi del Consiglio europeo (punto E di sopra) o della maggioranza di esso; oppure non prende l’iniziativa, quando constata che i capi di Stato non raggiungono Accordi soddisfacenti l’insieme di essi o di quelli che sono considerati “maggiori”).

E’ precisamente questo modello di Governo (salvo l’estrema sinteticità e anche qualche approssimazione semplificativa che ho dovuto usare per non abusare della pazienza di chi legge) - definito dagli esperti “metodo intergovernativo”- a generare nei Popoli d’Europa una complicata (anche difficile a configurare e definire) reazione che spazia – pericolosamente – dallo sconforto, alla delusione, alla rabbia, all’opposizione frontale, all’anti-europeismo.

La democrazia delle istituzioni europee rischia di essere o diventare una democrazia senza popolo!

Nello stesso tempo, rivela anche una tendenziale incapacità del “Format” a prevenire le crisi (sociali, economiche, politiche e via via strategiche) e/o a rilanciare processi e percorsi politici e ideali necessari e urgenti, per motivare continuamente il sentimento collettivo e identitario (identità europea: dell’insieme, cioè, che si aggiunge a quella dei singoli popoli).

L’insieme di queste due situazioni – perdurando nel tempo - creano una possibilità concreta del tipo: “se non si cambia subito registro è finita” (Angelo Panebianco); e “ un declino irreversibile” (Angelo Bolaffi).

Che fare?

1. Non serve riaprire la “querelle”: modello federale o modello confederale? E’ una interminabile e anche ideologica discussione. Il modello di Unità europea è e resterà sempre “atipico”: non completamente federale e non completamente confederale.

2. L’obiettivo strategico che dobbiamo darci, va rintracciato in questa domanda e risposta di Jurgen Habermas: “Cosa vogliamo intendere per democrazia? Autodeterminazione democratica significa che i destinatari di leggi cogenti ne sono allo stesso tempo gli autori”.

3. Ne consegue la necessità di non frapporre nulla e nessuno alla Istituzione specifica dei “Popoli d’Europa”: il Parlamento eletto con suffragio universale dai Popoli d’Europa.

4. Il Parlamento, perciò deve (ed è persino una ovvietà) riacquistare la iniziativa legislativa, in prima persona.

5. Ma/E, considerando che i Soggetti fondanti “questa” Unione europea sono due (Popoli d’Europa e Stati d’Europa), dobbiamo articolare il Parlamento in due Camere: la Camera dei Popoli e la Camera degli Stati (potremmo chiamarla “Senato”: dove gli Stati hanno la funzione che oggi viene svolta nel Consiglio europeo). Di pari dignità e con funzioni diverse.

6. La Commissione (attuale) dovrà cambiare nome e diventare un vero e proprio Esecutivo – Governo dell’Unione - che ottiene la “fiducia” delle due Camere oppure la “sfiducia” e viene sostituita (senza attendere la scadenza dei cinque, lunghi anni di mandato parlamentare) e che segna – a tutti gli effetti- la vita pulsante dell’Unione.

7. All’interno di questa configurazione istituzionale - nuova, semplice e riconoscibile (da tutti i Popoli d’Europa e anche dagli Stati del mondo) – gli Stati membri che hanno adottato la stessa moneta (Euro) devono configurarsi come una “Cooperazione rafforzata” (già prevista dall’art. 20 dell’attuale Trattato), assumendo tutte le specifiche conseguenze di questa scelta.

Perché chiamo questa trasformazione del modello istituzionale una “rivoluzione democratica”? Per due ordini di ragioni:

a) Perché i Popoli d’Europa potranno identificare immediatamente il luogo e il soggetto a cui dirigere le sue aspettative e le sue rivolte. Ogni giorno. Su ogni problema della convivenza e della convergenza comuni.

b) Perché è questo stesso Parlamento l’autore e il protagonista della trasformazione del modello istituzionale. Senza il permesso degli Stati nazionali, membri di questa Unione (i quali non sono dissimili dal re del primo costituzionalismo del XIX secolo), i Rappresentanti eletti dei Popoli d’Europa – in forza della elezione senza vincolo di mandato – formulano una nuova configurazione istituzionale, assumendo in prima persona la iniziativa di fare le Leggi; e, in primis, approvando una “Costituzione dell’Unione”, snella e profonda, che inizi con le parole: “ NOI, POPOLI d’EUROPA……”; da sottoporre a successivo Referendum confermativo da parte dei Popoli d’Europa. Uno stop an go!!!

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato

 

 

 

Mario Campli - 21-12-2015 - Tutti i diritti riservati

Mario Campli

Ha studiato teologia, filosofia e sociologia. Ha ricoperto l’incarico di dirigente nazionale della Confederazione Italiana Coltivatori, di presidente del Consorzio Nazionale Olivicoltori e dirigente centrale della Lega Nazionale Cooperative e Mutue (Legacoop). E’ autore di molti libri, tra cui “Agricoltori europei” ed “Europa. Ragazzi e ragazze riscriviamo il sogno europeo”, nonché, con Marcello Vigli, di “Coltivare speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile”.

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