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Ulivi e parole

La storia di Valeria Leotta, da traduttrice di testi letterari e saggi a olivicoltrice. Dalla distanza minima che serve per leggere dentro un libro, tra le righe, si passa alla distanza variabile con cui si guarda un uliveto. In Sicilia, tra Ribera e Sciacca. Con la ricetta del risotto agli agrumi e un racconto: La valanga di parole

Nicola Dal Falco

Ulivi e parole

La prima traduzione, firmata da Valeria Leotta, fu la traduzione di un racconto di Robert Louis Stevenson, La spiaggia di Falesà, ambientato nel Pacifico, dove un bianco in cerca di fortuna sposa Uma, una ragazza indigena, ignorando il fatto che fosse stata dichiarata tabù dalla sua gente.
Diversamente da quanto può sembrare, il vero conflitto sarà con un altro uomo bianco. Dettaglio che illumina la vera questione in sospeso, quella dei rapporti tra “civilizzati” e indigeni del mondo che va sotto il nome di colonialismo.

Seguiranno nuove prove, spaziando dai saggi storici come L’assedio della Mecca. La rivolta dimenticata e la nascita di Al Queda di Trofimov Yaroslav ai testi d’antropologia tipo L’evoluzione di dio di Robert Wright e ai moltissimi gialli.
Tra questi, la traduzione di un titolo importante della serie dedicata a Maigret, L’innamorato delle Signora Maigret di Georges Simenon, in cui la solidissima complicità coniugale tra il commissario e la moglie resiste anche ad un breve scambio di ruoli, quando la donna dell’eroe diventa oggetto e soggetto di una inchiesta.

Poi, dopo vent’anni anni di lavoro sui testi, prima a Milano e poi a Padova, cercando di rendere il pensiero e lo stile di un altro in un'altra lingua, cambia improvvisamente la messa a fuoco sulle cose: dalla distanza minima che serve per leggere dentro un libro, tra le righe, si passa alla distanza variabile con cui si guarda un uliveto, un paesaggio fatto dei quattro elementi naturali, terra, aria, acqua, fuoco.

Nel brevissimo racconto che accompagna l’articolo (La valanga di parole) la stessa Leotta riesce a trasmettere quella precisa sensazione di assedio che colma l’esperienza quotidiana di una traduttrice.

Camemi, la casa e l'uliveto

Camemi, la casa e l'uliveto


Tra Ribera e Sciacca

Nel 2006, salvata o meno dal gorgo delle parole, Leotta si ritrova, dopo la morte del padre, a gestire completamente non uno, ma due uliveti. Uliveti che hanno dimensioni e personalità opposte, ribalda l’una e innocente l’altra.
Cresciuti tutti e due nelle campagne tra Ribera e Sciacca, famose soprattutto per l’arancia Dop, a quindici chilometri l’uno dall’altro.

Il più grande a Camemi, con duemilacinquecento piante, capaci di produrre tanto o poco, col minimo di giudizio; il più piccolo, a Bellapietra, di duecentocinquanta piante, fedele nei risultati.
Qui, complice anche la situazione idilliaca - l’uliveto occupa una valle che degrada dolcemente, incuneandosi tra due piccole alture - le cure hanno più effetto e i risultati sono buoni e certi.

In realtà, il passaggio dalle traduzioni alla terra non è così repentino, perché da tempo Valeria Leotta si occupava della molitura e della vendita dell’olio a cui ora si aggiunge la responsabilità dell’intero ciclo produttivo.

Nell’uliveto grande, diversamente da quelli del vicinato, predomina la Nocellara del Belice sulla Biancolilla.
«Forse – spiega Valeria – è proprio la presenza di un’oliva polposa, più tenera, in un’area dove regna la più rustica Biancolilla, ad attirare la mosca. Cercherò di capire meglio e magari di cambiare approccio.

«A Camemi, mi è capitato spesso di riprendere un libro in mano, ma questa volta per osservare e identificare alcune piante che appartengono a varietà minori. E credo di aver scoperto piante sia di Giarraffa sia di Minuta».
Quest’anno, nonostante tutto, Camemi ha dato olio e soprattutto l’ha dato buono, condizione irrinunciabile per imbottigliarlo o meno.

Per il momento, l’olio in bottiglia è quello di Bellapietra, sotto un’etichetta con tre olive. Tre perché tre sono le sorelle Leotta e tre le varietà di olive che formano questo blend.

 

La valle di Bellapietra


Un olio che condisce

Nell’olio Bellapietra – spiega Valeria - prevale la Cerasuola, tipica della zona di Sciacca che, credo, sia importante valorizzare, sia perché viene prevalentemente prodotta in un'area piuttosto ristretta sia perché dà un olio dal sapore intenso, molto ricco di polifenoli - garanzia di lunga durata e di virtù salutari - amaro e piccante.

«Caratteristiche ideali per chi ama degli oli che non siano soltanto blandi condimenti, ma co-protagonisti in cucina. Una piccola percentuale di Nocellara del Belice e Biancolilla, tipiche della Val di Mazara, ne ingentiliscono il carattere audace, rendendolo, a parer mio, più gradevole».

Nel 2013, la produzione di Bellaprietra è stata superiore a dieci quintali d’olio, suddivisi in trecento bottiglie da mezzo litro e in duecento latte da cinque litri; l’anno scorso, invece, per cause naturali, è scesa a otto quintali, pari a centoventi bottiglie e a centocinquanta latte.

L’etichetta, essenziale, è abbellita dal disegno delle tre olive, dipinte da Anna Maria Zanella, un’artista orafa, padovana, amica di Leotta, che ha esposto i suoi gioielli a Palazzo Fortuny, spingendo la ricerca in una sorta di magica quotidianità delle forme.

Tra i progetti di Valeria non ci sono solo i due uliveti, ma anche l’idea di trasformare, prima o poi, la casa di Camemi, una solida ed elegante casa di campagna siciliana, in un ristorante.
La ricetta che segue, scritta di suo pugno, potrebbero esserle di buon augurio.


La ricetta del risotto agli agrumi

«Il segreto della riuscita del risotto agli agrumi – spiega Valeria Leotta - sta nell’armonizzare gli ingredienti. Il gusto misurato e saggio dell’arancia equilibra il sapore acido e spigliato del limone; il pompelmo arrotonda l’alchimia dell’incontro con il suo intervento amaro e autorevole.

«Per 4 persone: 400 gr. di riso, 1 arancia, 1 limone, 1 pompelmo non trattati, una noce di burro, cipolla, 1 spicchio d’aglio; brodo vegetale, vino bianco.
Riducete a julienne la scorza di un’arancia, un limone e un pompelmo, avendo cura di asportare la pellicina bianca.
Mettete sul fuoco un pentolino con circa 200 ml. di acqua, immergetevi le scorzette e portate a bollore, prolungando l’ebollizione per 10-15 minuti.

«Spremete mezza arancia, mezzo limone e mezzo pompelmo e, poi, scaldate il brodo, pelate l’aglio, tritate la cipolla e preparate un soffritto con gli ultimi due ingredienti. Aggiungete il riso, lasciatelo rosolare qualche istante, sfumate con il vino e fatelo evaporare, portate a cottura il risotto aggiungendo qualche mestolo di brodo, parte delle scorzette e parte dell’acqua in cui le avevate scottate.

«A mano a mano che il riso assorbe il brodo, versate anche il succo degli agrumi, ma non tutto in una volta: meglio aspettare di arrivare quasi a fine cottura per evitare di eccedere, e assaggiare prima il risotto per sincerarsi di ottenere un giusto equilibrio tra i sapori.

«Continuate la cottura, utilizzando l’acqua delle scorzette e il brodo necessario.
Quando sarà pronto, il riso avrà assunto un bel colore rosato e vi solleticherà le narici con un profumo morbido e avvincente, non privo di un certo languore, che incuriosirà i vostri commensali. Disponete il risotto nei piatti, decoratelo con le scorzette avanzate e servitelo fragrante dei suoi aromi».

Nel frattempo, passando per Sciacca, il consiglio è di fermarsi a mangiare nella terrazza sul porto, al ristorante Miramare.

 

Valeria Leotta
Olio Bellapietra
Via Vittorio Emanuele, 95
Sciacca (AG)
Cell. 338.9573175
valeotta@alice.it

 

 

La valanga di parole

di Valeria Leotta

La traduttrice si svegliò, non di soprassalto ché, anzi, il risveglio fu lento. Si sentiva sospesa tra sonno e veglia, confusa, imbambolata.
Aprì un occhio. Buio. Aprì anche l’altro, ma non cambiò niente. Avvertiva un peso, una costrizione.
A mano a mano che la consapevolezza scivolava in lei, avvertiva una crescente sensazione di claustrofobia. Quando fu del tutto sveglia e consapevole, si rese conto che le mancava l’aria: le era crollato addosso qualcosa.
Nel vedere sgattaiolare un aggettivo, si rese conto di essere rimasta sepolta sotto una valanga di parole: sostantivi, verbi, pronomi le erano franati addosso, investendola.
Spingendo lo sguardo un po’ più in là, oltre il groviglio di lettere buttate alla rinfusa, vide occhieggiare metafore, ossimori, iperboli, e pure qualche anacoluto.
Annusò la poca aria che le parole le lasciavano e sentì profumo di aggettivi qualificativi: sanno di spezie, gli aggettivi, hanno aromi intensi o delicati, ma non sono quasi mai scipiti.
Gli avverbi, invece, hanno un odore penetrante, a dirla tutta un po’ ingombrante. Gli anglofoni sembrano amarli molto, rifletté, li ficcano dovunque, forse ci condiscono pure l’insalata…
L’idea dell’insalata condita con gli avverbi le procurò una live sensazione di nausea. Mentre tentava di guadagnarsi un po’ di spazio vitale in quel guazzabuglio di lemmi e lettere, avvertì un fastidioso solletico alle narici: le preposizioni, quelle più corte, riescono a insinuarsi dappertutto e provocano dei pizzicorini insopportabili. Malleabili, le parole, sono malleabili, quindi, la traduttrice riuscì a modificare un po’ la sua posizione: piegò le ginocchia, facendo rotolare articoli e prefissi, che finirono per formare un mucchietto scomposto sotto le sue gambe.
Non c’era verso di liberarsi di tutta quella roba… non c’era verso.
Del resto, i versi, lei non li sapeva proprio scrivere, quindi quell’ostentazione di rime ed endecasillabi era del tutto fuori luogo: avrebbero fatto meglio a preservarsi per qualcun altro che fosse in grado di metterli insieme.
I sostantivi, quelli sì che sono indispensabili: polposi e solidi, erano loro a mantenere la struttura della valanga. La tenevano prigioniera, perché dai sostantivi non si può scappare….

 

Nicola Dal Falco - 16-02-2015 - Tutti i diritti riservati

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