Corso Italia 7

Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Il teatro non è archeologia

Oltre le quinte. Intervista con Federico Barsanti. La corporeità? È un tratto fondamentale degli attori e delle attrici. Ecco allora Signora Porzia, un personaggio fenomenale, che entra dentro la gente in modo esplosivo e delicato al tempo stesso. Uno spettacolo che è una sorta di salto nel buio, perché non si sa mai cosa può accadere

Mariapia Frigerio

Il teatro non è archeologia

Riduttivo pensare alla Versilia come luogo di vacanzieri. È cosa nota che questa zona della Toscana racchiuda dei “tesori”. Il celebre caffè fortemarminoIl quarto platano è stato, nel ‘900, importante luogo d’incontri. Qui hanno abitato personalità come Cesare Garboli, la traduttrice Elena Franchetti, lo scrittore-industriale Angelo Ponsi, lo scrittore-giornalista Manlio Cancogni. Qui ha avuto la sua «isola felice» Alberto Savinio. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma questa specificità dura ancora oggi nel lavoro del Centro Internazionale di Studi “Sirio Giannini” di Seravezza, ad esempio, o nell’entusiasmo e la passione che Federico Barsanti mette nella sua attività attoriale dirigendo il Piccolo Teatro Sperimentale.

INTERVISTA A FEDERICO BARSANTI

 

Come è nato il tuo amore per il teatro?

Credo che riguardi un po’ anche la mia storia personale come penso per tutti gli attori. Mi viene comunque da dire che è nato, quasi una sorta di magia, da incontri. Qualcosa che è arrivato con un certo ritardo, anche se in realtà fin da bambino, fin da ragazzino ho giocato col calarmi in altri personaggi per l’esigenza di essere al centro dell’attenzione. Non è stato solo però per un fatto di egocentrismo, ma anche per una voglia di esprimermi. In tante situazioni (a scuola, con gli amici) emergeva sempre in me l’esigenza di diventare qualcun altro. Questo è stato l’incipit. Poi un giorno andando in bicicletta in Versilia… perché la mia storia è iniziata qui, con una grande attrice poco conosciuta, ma di altissimo livello, Raffaella Panichi…

 

Mi dici qualcosa di lei?

È originaria di Venezia, trapiantata a Genova dove ha lavorato al Teatro Stabile, ha frequentato la scuola del Piccolo di Milano, poi a Roma è stata all’Accademia Silvio d’Amico. Ha avuto come compagno di lavoro, tra gli altri, Gian Maria Volonté finché, in una fase della sua vita, si è ritrovata in Versilia dove ha aperto una scuola a Forte dei Marmi.

 

Torniamo al tuo racconto…

Un giorno con un’amica – come dicevo – andando in bicicletta vedo il cartello Scuola di arti sceniche, mi fermo e prendo il numero di telefono.

 

Quanti anni avevi?

Avevo già 24 anni. Prendo il numero, telefono, vado alla serata. Raffaella Panichi ci metteva su una piccola pedana e ci faceva un’intervista. Stile vecchia scuola. Ti chiedeva chi fossi, cosa facessi, quali fossero le tue passioni. Quella sera avevo il batticuore. Eppure, nel giro di poco tempo, m’inserì nella Lisistrata di Aristofane, scrivendo, dopo che lo spettacolo era già partito, un pezzo apposta per me, sostenendo con Pirandello che il teatro non fosse archeologia, ma si potesse rimaneggiare.

Mi aveva affidato un prologo, dopo solo sei mesi di corso, facendomelo recitare con un occhio di bue [fascio di luce che segue l’attore, NdC] a sipario chiuso.

 

Dove avvenne questo debutto?

Al Teatro Guglielmi di Massa. Alla prima mi bloccai per un vuoto di memoria tanto ero emozionato. Mi ritrovai così ad improvvisare per una platea di giovani (era un matinée per studenti), la sera poi si replicava. Mi bloccai e incominciai a improvvisare col corpo e sentii che il pubblico rideva, mentre io aspettavo dal suggeritore la parola che non arrivava. Il pubblico continuava a ridere, io lo intrattenevo stando sul filo del rasoio e acquistandone la fiducia, ma la parola non arrivava perché, dietro al sipario, al suggeritore era caduta la torcia. Dopo qualche secondo, che per me furono ore, mi arrivò la parola, la memoria tornò e io ripresi il mio prologo.

 

Come reagì Raffaella Panichi?

Mi disse che ero stato bravissimo. Rimasi allibito sapendo di essermi inceppato, ma lei sostenne che ero stato eccezionale nell’improvvisare e nell’ottenere così l’attenzione del pubblico. Il mio fu quindi un inizio meraviglioso e traumatico al tempo stesso.

 

Quando hai citato Pirandello mi hai fatto venire in mente che persino i classici non vanno letti con spirito reverenziale, ma con atteggiamento critico, come diceva Giuseppe Pontiggia.

Certo: è lo stesso concetto.

 

Che scuole hai frequentato prima di dedicarti al teatro?

Ho sempre avuto un rapporto controverso con la scuola in quanto istituzione.

La domanda è interessante, perché io ho avuto risultati tragici. Ho fatto il professionale per il commercio, che non c’entra niente con l’arte, a Seravezza. Prima di arrivare lì avevo frequentato tre anni di tecnico agrario a Pescia. Avrei voluto originariamente fare il paleontologo che in parte si fa anche col teatro. A Pescia stavo in collegio. Esperienza bellissima e nello stesso tempo traumatica, perché lì mi accorsi che mi mancava la famiglia, mentre all’inizio ero felicissimo di staccarmene. Volevo staccarmi dalla famiglia e anche dal mio fratello gemello. Non ho fatto neppure l’università, sempre per il mio pessimo rapporto con l’istituzione scuola.

Io ero un ribelle, ma i professori mi stimavano e non capivano le cause delle mie ribellioni, dovute essenzialmente ai miei travagli familiari.

 

Quali?

L’esperienza della perdita di mio padre all’età di dieci anni in modo molto tragico.

 

Riprendiamo il tuo racconto teatrale.

Seguo per tre anni la scuola di Raffaella Panichi che, insieme a una sua collega, produceva pure gli spettacoli. Lei mi “infilava” da tutte le parti, per fare Pirandello, Ionesco, Tardieu: mi fece fare di tutto. Mi lasciai coinvolgere da queste novità che si trasformarono in me in una vera e propria sete di conoscenza.

Prima di questa esperienza teatrale avevo fatto di tutto e il mio sogno sarebbe stato scrivere. Ero stato a Berlino nell’anno della caduta del muro. Avevo anche lavorato nel negozio di tessuti di famiglia, fondato da mio nonno. Poi, su invito di un mio amico, ero andato in America. Qui avevo fatto il cameriere e viaggiato con i Greyhound per gli Stati Uniti, sempre con la musica nelle orecchie, con il mio walkman. Insomma ne avevo provate di tutte. Mentre viaggiavo mi facevo mille domande, visto che la mia famiglia mi imponeva di prendere una decisione. La risposta alle mie domande e alle loro fu: l’arte, la scrittura. Torno in Italia e inizio a prendere lezioni di letteratura da una professoressa della zona, trovo una casina in campagna vicino a Querceta, di una signora emiliana che veniva solo l’estate, che mi propone di darmela senza pagare affitto, purché gliela mantenga. Lì sono stato cinque o sei anni. Nei mesi estivi mi trasferivo nella casa di famiglia a Stazzema, facendo una vita bohémienne. Dopo due anni iniziai a seguire direttamente lezioni universitarie di letteratura a Pisa. Nel frattempo inizio a scrivere poesie, vincendo diversi concorsi, e pubblico sulla rivista Poesia di Crocetti.

Coltivo così insieme scrittura e teatro. Dopo i tre anni con la Panichi, il quarto anno mi misi a fare provini teatrali perché avevo voglia di confrontarmi anche all’esterno. Accompagnavo un’amica ai provini dello Stabile di Genova e alla Silvio d’Amico di Roma, dove, uscita lei mi chiesero se anch’io fossi un candidato. Risposi senza sapere perché di no e che avevo altri progetti. In effetti nel frattempo la Panichi era tornata a Roma e aveva lasciato la scuola a me, perché secondo lei ero l’unico in grado di portarla avanti.

 

Hai mai avuto rimpianti?

Mai, anche perché dalla mia scuola sono usciti ragazzi che lavorano come professionisti.

 

Mi fai qualche nome?

Veronica Lucchesi, per quanto riguarda la musica, che fa musica Indie, ovvero musica non commerciale, di nicchia e che è stata a Sanremo quest’anno col gruppo La Rappresentante di Lista. Lei fa parte del duo che scrive i testi mentre la band vera e propria è composta da 4 o 5 elementi. Ha lavorato inoltre con Emma Dante, attrice, regista, drammaturga siciliana.

Poi Cristiano Dessì, diplomato allo Stabile di Genova, che ora è attivissimo in teatro e ha lavorato anche con la Melato.

Caterina Simonelli, entrata al Piccolo di Milano, ora drammaturga e attrice.

Caroline Gonnelli che ha lavorato nello straordinario spettacolo di Luciano Melchionna che ha girato tutta l’Italia, Dignità autonome di prostituzione, e lavora nel cinema e nella pubblicità.

segue dopo la pubblicità

Non abbiamo parlato di cinema.

Io dò una preparazione prevalentemente teatrale, ma anche nozioni di cinema e televisione nella mia scuola che ora si chiama Piccolo Teatro Sperimentale.

 

Non più il Piccolo Teatro della Versilia?

No, perché nel frattempo, per motivi burocratici, abbiamo dovuto chiudere l’associazione. Solo per una questione associativa, non per altro, perché la scuola è sempre quella.

 

Dove ha sede questo teatro?

Fino a qualche anno fa il Piccolo Teatro era a Seravezza e dove ho tenuto la scuola per quasi quindici anni. Ho fatto tante rassegne. Era un polo culturale.

Poi ho lasciato quel teatro perché aveva bisogno di lavori e i comuni… per cui mi sono spostato e sono diventato più free lance, nel senso che tengo corsi a Forte dei Marmi, a Pietrasanta, a Viareggio e dal 2019 sono diventato anche il direttore artistico della scuola di teatro del Teatro Vittoria Manzoni di Massarosa.

Signora Porzia

Parliamo delle tue esperienze dirette in teatro e, ovviamente, di Signora Porzia.

Signora Porzia… devo ritornare all’adolescenza dove ho sviluppato una grande passione per artisti legati alla musica anglo-americana come Lou Reed, David Bowie, Frank Zappa, tutti grandi icone, e i primi Rolling Stones di cui mi innamorai. Avevo 14 anni, ero un ragazzino e mi nacque una vera passione, perché quegli artisti mi fecero entrare in contatto con quella parte femminile che noi uomini tendiamo a nascondere.

 

Nascondere quella parte, che è di tutti, è un obbligo sociale?

Certamente. Noi siamo in una società fondamentalmente maschilista. Immagina un adolescente che si accorge di questa parte e non la vuole mostrare. Io avevo anche lineamenti “femminili”. Da ragazzo infatti due domande mi terrorizzavano, la prima: che lavoro facesse mio papà costringendomi a dire che era morto, la seconda: se fossi un maschio o una femmina.

Conoscendo invece quegli artisti capii che quella parte si poteva persino mostrare. Andavo così a scuola dopo essermi truccato come Mick Jagger o Lou Reed. Era già una forma di teatro ed io ne ero inconsapevole.

 

Come reagivano i tuoi compagni al tuo andare a scuola truccato?

Alle ragazze piaceva tantissimo anche perché era un trucco delicato, una linea leggera che facevo rubando la matita a mia sorella. Questa cosa mi dava forza, mi faceva sentire protetto. Non avendo un padre, avevo bisogno di credere in qualcuno e iniziavo ad acquisire una certa fiducia in me stesso.

Ho seguito questi idoli in tutta Europa. Ho visto David Bowie dieci volte a Londra.

 

Quindi ti sei spostato molto.

Viaggiare è il sinonimo, la parola significativa, della mia storia personale.

 

Come ti spieghi che oggi i ragazzi non viaggino molto e in ogni caso non sia tra le loro priorità?

In effetti è così. Per certi aspetti i ragazzi di oggi sono identici a quelli di quarant’anni fa, ma devono fare i conti con una tecnologia che è diventata quasi un tatuaggio sulle nostre anime, sulle loro soprattutto. È cambiato anche il modo di stare in famiglia, dove i ragazzi restano fino all’età adulta.

 

Torniamo a Signora Porzia.

Tutta l’esperienza femminile è convogliata in Signora Porzia, anche se io da sempre mi ero dilettato nell’imitazione. Ecco la storia di quel personaggio. Anni fa fui invitato con mia moglie a una festa dai Lebigre [famiglia che ha fondato la Compagnia del Carnevale per proporre i propri lavori al Carnevale di Viareggio, NdC], dei grandi, che in quell’anno vinsero col carro dedicato ai santi, facendo una satira su preti e suore. La serata ebbe luogo, dopo il carnevale, in una discoteca a Lido di Camaiore in cui mi truccarono da suora. Mi misero una parrucca (che è la parrucca di Porzia). È mia moglie che mentre mi trucca mi dice: «Ecco suor Porzia» (fra l’altro personaggio shakespeariano del Mercante di Venezia) ed è lì che nasce, perché da quella sera decisi di farlo mio e, solo dopo pochi mesi, venni invitato a fare Signora Porzia all’interno di un’altra manifestazione.Lo spettacolo è una sorta di salto nel buio, perché non si sa mai cosa può accadere. Va ricordato che io ho un passato da Commedia dell’Arte e un mio personaggio è Arlecchino. Fu sempre la Panichi, proprio in quanto veneziana, la prima che individuò l’Arlecchino che era in me.

Signora Porzia

Penso agli Arlecchini del Piccolo…

Moretti, Soleri, Bonavera, l’attuale, che ho conosciuto con cui ho lavorato e di cui sono diventato amico.

 

Pensando ad Arlecchino mi sorge spontanea una domanda: è importante la capacità ginnica in un attore?

Molto, oggi più di ieri. Oggi un attore deve sapere fare tutto: cantare e ballare.

 

Mi viene in mente un attore che è un atleta, quasi un circense: Giuseppe Cederna.

Tanta roba: è bravissimo. La corporeità è un tratto fondamentale degli attori e delle attrici.

L’Arlecchino deve essere molto agile e preparato. Avere consapevolezza del proprio corpo.

 

Signora Porzia è un testo libero...

Infatti è pericolosissimo fare Porzia, perché non c’è nulla di scritto [l’unico testo scritto è Libro di Porzia, 150 aforismi, un self publishing, in cui Porzia risponde a dubbi esistenziali, NdC].

Immagina il canovaccio della Commedia dell’Arte, ho uno schema preciso su cui basarmi, con il tecnico, con chi mi segue (a volte solo con mia moglie), perché siamo proprio degli artigiani dell’arte. Lavoriamo anche attraverso gli sguardi del pubblico. C’è la libertà di cambiare direzione a seconda di quello che succede. Mia moglie inserisce musiche registrate. È persino registrata la voce di Porzia, quasi un playback, perché il teatro è finzione, «la vita nostra è talmente vera che può diventare finta», dice Porzia. Porzia lavora su limiti, su confini labilissimi in ricordo della mia tragedia. Una sorta di psicoanalisi collettiva, come hai scritto nella tua recensione. Come la comunione laica [v. Corso Italia 7Un viaggio in caduta libera verso destinazione ignota, 28 luglio 2017; altra recensione a uno spettacolo di Barsanti sempre su Corso Italia 7Tra musica e arte le immortali parole dell’Alighieri, NdC].

 

Tutto di grande emozione.

Vero!

 

Una grande emozione “artigianale” a differenza del cinema che è industria.

Al cinema una scena si rifà anche trenta volte. Con Porzia siamo sul filo del rasoio sempre, a seconda di chi ci si trova davanti. È rischiosa.

 

La Commedia dell’Arte, in questo senso, era più sicura.

Certo, perché c’era un numero di gag che si ripetevano e davano sicurezza.

Dopo ogni rappresentazione di Signora Porzia mi piace ascoltare, non visto, il pubblico che se ne va. Ecco alcuni commenti: «Una cosa così non l’ho mai vista»,«Voglio mandare un’amica, ma come gliela spiego?», «Lui è bravissimo». Intanto rifletto su come posso lavorare con me stesso. È la potenza della maschera, così come mi insegna il teatro balinese.

Faccio Signora Porzia nelle piazze, nei giardini, nelle case, nei teatri. Ad agosto per due anni consecutivi sono stato al Festival Internazionale Tra la luna e il sole di Montone, paesino medievale in Abruzzo e ai festival non chiamano mai due volte. A me è successo perché Porzia è un personaggio fenomenale, che entra dentro la gente in modo esplosivo e delicato al tempo stesso. Ho avuto delle esperienze uniche col pubblico che piange e mi abbraccia. A Montone feci una catena umana di 250 persone e non riuscivo più a finire lo spettacolo. Devo dire però che quando lo spettacolo finisce e levo trucco e parrucca nessuno più mi riconosce e questo è un bene. Signora Porzia è stato anche a Berlino nello storico teatro Hack-B-Theater, nella vecchia Berlino est, dove un tempo si facevano cose proibite dal regime, il cui direttore è il grandissimo burattinaio Peter Waschinsky.

A Roma Signora Porzia ha avuto grande successo allo Spin-Off, spazio teatrale autogestito nel centro della capitale.

 

Mi sembra di capire che anche tua moglie lavori in teatro.

Recita anche lei. È stata una mia allieva, poi è nata la nostra storia che ha un legame con il teatro. Una storia molto particolare che richiederebbe tempo per parlarne.

 

Chi sono i tuoi maestri ideali?

Ne ho tanti. Quando guardavo Wimbledon, perché amo il tennis come mio padre, guardavo l’eleganza, la bellezza dello sguardo e dello stare in campo di Federer: in quel momento consideravo lui il mio maestro. Un faro è stato per me Paolo Poli. Mi piaceva di lui come viveva l’arte. Un altro mio ispiratore è stato Carmelo Bene: pensa al discorso del playback. Poi Strehler di cui ho visto molto Goldoni e Peter Brook, un grande maestro che ti illumina zone sconosciute. Maestri sono pure i bambini o la persona che incontri per un minuto per strada o in treno e che, rivolgendoti una parola, ti apre uno squarcio.

 

Continui con la scrittura?

Certo. Con Delos Digital, casa editrice online, ho pubblicato a febbraio Per non dirlo a nessuno, un romanzo di formazione e violenze sull’infanzia.

 

Che funzione ha il teatro nella società di oggi?

Ho due risposte. La prima è che ha una funzione enorme, gigantesca, fondamentale, ma le persone non lo sanno, perché in Italia teatro è sinonimo di noia, mentre il teatro fa parte della radice umana del rito.

E la seconda è: «Che m’importa? Se vi interessa cercate di scoprirlo voi»…

 

Le foto sono di Mariapia Frigerio

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