Corso Italia 7

Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

L’eredità del Simbolismo e l’Acmeismo

Daniela Marcheschi

L’eredità del Simbolismo e l’Acmeismo

Avvertenza. Si ripropone qui la lettura di un breve ma intenso saggio del russo Nikolaj S. Gumilëv (1886-1921), che appare ancora oggi fondamentale: fornisce infatti degli strumenti teorici particolarmente utili per riflettere meglio sulle poetiche simbolistiche e alcuni loro limiti concettuali. Lo scritto di Gumilëv  fu pubblicato in origine nella rivista russa «Apollon», n. 1, Gennaio 1913. La traduzione in italiano è di Amedeo Anelli. Per gentile concessione, se ne riproduce il testo, già apparso in «Kamen’», n. 52, Anno XXVII, Gennaio, 2018, pp. 103 – 107.

                               

Nikolaj S. Gumilëv

Per il lettore attento è chiaro che il Simbolismo ha completato il suo ciclo di sviluppo e ora sta decadendo.

È un fatto che di opere simboliste non se ne vedono più e, qualora se ne vedano, sono estremamente deboli, persino dal punto di vista simbolista, e che sempre più spesso si sentano voci favorevoli a una ricontrattazione di valori e giudizi fino ad ora indiscussi. Inoltre sono apparsi i Futuristi e gli Ego-futuristi e altre iene che sempre seguono il leone[1].

Al posto del Simbolismo c’è una nuova tendenza, non importa che sia chiamata Acmeismo (dalla parola άχμη – il più alto grado di qualcosa, di un colore, il tempo di fioritura) o Adamismo (uno stile virilmente fermo e una visione chiara della vita); in ogni caso, si richiedono un maggiore equilibrio di forze e una conoscenza più accurata del rapporto tra il soggetto e l’oggetto, rispetto al simbolismo. Ma, affinché questa corrente si sviluppi nella sua pienezza e sia un degno successore di quanto sopra, è necessario che essa accetti la propria eredità e risponda a tutte le domande rivoltele. La gloria degli antenati obbliga, e il Simbolismo è stato un padre degno.

Il Simbolismo francese, il capostipite di ogni simbolismo, come scuola ha in primo piano compiti puramente letterari: il verso libero, uno stile unico e instabile, la metafora e, osannata sopra ogni altra cosa, la famigerata “teoria delle corrispondenze”. Quest’ultima evidenzia, tradendolo, lo spirito romanzo, quindi non nazionale e le componenti estranee. Lo spirito romanzo è troppo affezionato all’elemento luminoso che separa gli oggetti, alla linea che chiaramente definisce; la stessa fusione simbolica di tutte le immagini e le cose, la incostanza del loro aspetto, non potevano che nascere solo nelle dense nebbie delle foreste tedesche. Il mistico direbbe che il Simbolismo, in Francia, era una conseguenza diretta di Sedan. Insieme a questo, però, ha rivelato nella letteratura francese un bisogno aristocratico raro, difficile da raggiungere, e quindi l’ha salvata dalla minaccia del suo naturalismo volgare.

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[1]  Lasciate che il lettore non creda di aver messo, con questa frase, una croce su tutte le aspirazioni estreme dell’arte contemporanea. In uno dei libri vicini ad «Apollo», un articolo speciale sarà dedicato alla loro analisi e valutazione.

Noi russi non possiamo ignorare il Simbolismo francese, anche per la nuova tendenza, citata sopra, che dà una decisa preferenza allo spirito romanzo su quello tedesco. Proprio come i Francesi erano alla ricerca del nuovo, col verso libero, gli Acmeisti tendono a rompere le catene metriche saltando sillabe, più che mai, con la libertà di posizionamento dell’accento; e ci sono già poesie scritte su un sistema di versi sillabico nuovo. La vertiginosità delle metafore simboliste li ha avvezzati ad audaci riflessioni; l’instabilità delle parole che hanno ascoltato, incoraggiano la ricerca di un discorso vivo, popolare, nuovo – contenuti più concreti; e ironia leggera, per non minare le radici della nostra fede, l’ironia, che non poteva non manifestarsi almeno occasionalmente negli scrittori romanzi, ha preso ora il posto di quella serietà tedesca senza speranza, così cara ai nostri simbolisti. Infine, apprezzo molto i Simbolisti per ciò che ci hanno indicato in merito al valore del simbolo nell’arte, noi non siamo d’accordo a sacrificare altri modi del poetico e a richiedere il loro pieno accordo. In questo modo rispondiamo alla domanda relativa alla “grande difficoltà” tra due tendenze: è più difficile essere acmeista che simbolista, come è più difficile costruire una cattedrale che una torre. E uno dei principi della nuova direzione è sempre quello di percorrere la linea di massima resistenza.

Il Simbolismo tedesco, rappresentato nei suoi antecessori da Nietzsche e Ibsen, ha posto l’interrogativo sul ruolo dell’uomo nell’universo, dell’individuo nella società, e lo ha risolto trovando qualsiasi meta oggettiva o un qualche dogma, che dovevano servire. In questo ci colpisce che il Simbolismo tedesco non senta il valore in sé di ogni fenomeno, che non necessiti di alcuna giustificazione dall’esterno. Per noi, la gerarchia dei fenomeni del mondo è soltanto il peso specifico di ciascuno di essi; eppure il peso del più insignificante è ancora incommensurabilmente più grande della mancanza di peso, del nulla, e, quindi, di fronte al nulla, tutti i fenomeni sono fratelli.

Non avremmo potuto costringere un atomo ad adorare Dio, se ciò non fosse secondo la sua natura. Ma, sentendoci fenomeni tra i fenomeni, siamo coinvolti nel ritmo del mondo, assumiamo tutte le influenze su di noi e, a nostra volta, agiamo noi stessi. Il nostro dovere, la nostra volontà, la nostra felicità e la nostra tragedia, è ogni ora pensare a quale futuro per noi, per la nostra causa, per tutto il mondo e per accelerare il suo avvicinarsi. E come più alta ricompensa – non un attimo che interrompe la nostra attenzione –, l’immagine dell’ultima ora sta sognando di noi, ciò che non verrà mai. Ribellarsi in nome di altre condizioni di vita, qui, dove c’è la morte, è altrettanto strano, come per un prigioniero aprirsi un valico nel muro, quando c’è una porta aperta di fronte a lui. Qui l’etica diventa estetica, espandendosi nella regione di quest’ultima. Qui l’individualismo nella sua massima tensione crea il pubblico. Qui il Dio diventa il Dio vivente, perché l’uomo si sente degno di un tale Dio. Ecco la morte – è una tenda che ci separa, attori dal pubblico, e nell’ispirazione del gioco disprezziamo la vigliaccheria – cosa succederà successivamente? In quanto Adamisti siamo un po’ come animali della foresta e comunque non rinunceremo a quanto c’è in noi di animale, in cambio della nevrastenia. Ma è ora di parlare del Simbolismo russo.

Il Simbolismo russo ha rivolto le sue principali forze verso l’ignoto. Alternativamente ha fraternizzato con il misticismo, poi con la teosofia, poi con l’occulto. Alcune delle sue ricerche in tale direzione si avvicinavano quasi alla mitopoiesi. E ha il diritto di chiedere alla corrente che andrà a sostituirlo che non consideri solo virtù corporee e animali, ma espliciti il proprio atteggiamento nei confronti dell’inconoscibile. La prima cosa che l’Acmeismo potrà rispondere a un simile interrogativo sarà un’indicazione che l’inconoscibile, nel senso stesso di tale parola, non può essere conosciuto. La seconda è che tutti i tentativi in questa direzione sono impudichi. Tutta la bellezza, tutto il significato sacro delle stelle è che sono infinitamente lontane dalla terra, e pur con tutti i successi dell’aviazione non saranno più vicine a noi. La povertà dell’immaginazione sarà rivelata da colui che sempre immagina l’evoluzione della personalità in condizioni spazio-temporali. Come potevamo ricordare la nostra esistenza precedente (se non in modo chiaramente letterario), quando eravamo nell’abisso, dove ci sono una miriade di altre possibilità di essere, di cui non sappiamo nulla? Inoltre, queste possibilità di essere esistono? Dopo tutto, ognuna di loro è negata dal nostro essere e, a sua volta, ognuna nega. Una sensazione infantile e dolorosa, dolce, della nostra ignoranza è quanto ci dà l’ignoto. François Villon, chiedendo dove sono le più belle dame del mondo antico, risponde a sé con un dire doloroso:

... Mais où sont les neiges d’antan?

E ci fa sentire di più l’ultraterreno che interi volumi di ragionamenti su quale lato della luna si trovino le anime dei defunti... Abbiate sempre presente l’inconoscibile, ma senza insultare il pensiero su di esso con congetture più o meno probabili –  cosa che è il principio dell’Acmeismo. Questo non significa che si rifiuti il diritto di rappresentare l’anima in quei momenti in cui trema, avvicinandosi ad altro; ma allora essa deve solo rabbrividire. Sicuramente la conoscenza di Dio, la bella dama Teologica, rimarrà sul suo trono, ma gli acmeisti non vogliono né ridurla al piano della letteratura né elevare la letteratura al livello del freddo diamante della Teologia. Quanto agli angeli, ai demoni, agli spiriti della Natura, o altri ancora, fanno parte del materiale dell’artista e non dovrebbero più gravare del peso terreno più che altre immagini da lui raffigurate.

Ogni tendenza sperimenta l’amore per uno o per altri creatori ed epoche. Le tombe care collegano la maggior parte delle persone. Nei circoli vicini agli Acmeisti, i nomi di Shakespeare, Rabelais, Villon e Theophile Gautier sono pronunciati spesso. La scelta di questi nomi non è arbitraria. Ognuno di essi è la pietra angolare per la costruzione dell’Acmeismo, l’alta tensione di uno o l’altro dei loro versi. Shakespeare ci ha mostrato il mondo interiore dell’uomo; Rabelais è il corpo e le sue gioie, la sua saggia fisiologia; Villon ci ha parlato di una vita che non dubita in sé, anche se conosce tutto: Dio, il vizio, la morte e l’immortalità; Theophile Gautier per la vita raffigurata in arte in abiti dalle forme impeccabili. Combinare questi quattro momenti è il sogno che unisce tra di loro le persone che, così coraggiosamente, si chiamano acmeisti.

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