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Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

La fontana di Ciulla ridona emozione e poesia a Pietrasanta

Progettata nel 1994, è stata inaugurata solo pochi giorni fa la fontana di Girolamo Ciulla, in piazza Statuto. Un’enorme testa di Afrodite in travertino, che sembra sorgere dalle acque, ha incantato gli occhi dei visitatori e pervaso la “piccola Atene” di profonde e piacevoli sensazioni  

Mariapia Frigerio

La fontana di Ciulla ridona emozione e poesia a Pietrasanta

Nella “piccola Atene” – come è stata definita da tempo la cittadina versiliese, perché qui si ritrovano artisti di varie nazionalità che ne hanno fatto la loro terra d’elezione – tutto è cambiato.

Non più luogo d’incontro e di dibattiti fino a tarda sera al caffè Iris o, sull’altro angolo, al Michelangelo.

Tempi in cui si poteva trovare Romano Cagnoni, reporter delle guerre del secolo scorso e “devoto” dei laboratori di scultura di Pietrasanta dove mosse i primi passi della sua attività, oltre a scultori come Antonio Trotta, Igor Mitoraj, Ivan Theimer, Novello Finotti.

Erano gli anni ’90 e ancora la Rocca non racchiudeva le innumerevoli gallerie d’arte e le schiere di ristoranti d’oggi, ma pochi caffè, poche trattorie, qualche galleria.

Si respirava un’aria diversa a Pietrasanta, un’aria di quella cultura il cui primato Forte aveva perso già da tempo.

Ora è la stessa Pietrasanta a perderlo diventando luogo per nouveaux riches, per griffes, per mondanità.

C’è del rimpianto in chi scrive, accompagnato da una sorta di nostalgia per quella che fu.

Così ieri, rotti gli indugi, ci siamo recati a vedere la fontana di Girolamo Ciulla inaugurata da pochi giorni in piazza Statuto.

E l’emozione ci ha di nuovo colto quando ci è apparsa dinnanzi agli occhi l’enorme testa di Afrodite che sembra realmente sorgere dalle acque.

Così è stato più forte di noi dare un appuntamento al suo autore per parlarne in un incontro infrasettimanale, nella piazza del Duomo, non ancora infestata dai turisti.

Gli chiedo notizie sull’opera.

«È stata progettata circa 28 anni fa», mi dice «poi c’è stato un incarico non andato in porto, fino a che, due anni fa, ho avuto la commissione dal Comune di Pietrasanta».

Esattamente 28 anni fa… e gli mostro la foto di un progetto che mi donò proprio nel lontano 1994.

Foto di Mariapia Frigerio

Erano gli anni in cui non solo ci s’incontrava a Pietrasanta, facendo lunghe conversazioni-discussioni, tirando le ore piccole, ma anche a Lucca.

Da noi, nella città murata, veniva con Ivan Theimer o con Beppe Sebaste o con Antonio Trotta o con Igor Mitoraj.

Dell’Afrodite che emerge dalle acque gli chiedo il significato della parte staccata. Mi spiega che è un riferimento all’orecchio di Dioniso, un rimando alla sua Sicilia.

Foto di Mariapia Frigerio

Un riferimento al mito come Mitoraj?

Mitoraj usa il mito, ma non è la sua “chiesa”. Per me sì, lo è: sono le mie origini.

Che rapporti hai o hai avuto con gli altri scultori pietrasantini?

Diciamo da amici di “borgo”, ma con nessuno una grande amicizia. Con Antonio Trotta c’erano “lotte” continue, quindi c’era qualcosa, anche se non un grande legame.

Quando hai deciso di fare lo scultore?

Fin da piccolo. Vedevo le pietre buttate per terra e si creava tra di noi una sorta di dialogo, un vero e proprio tu per tu.

Per che motivo sei arrivato a Pietrasanta?

Dopo le medie avevo fatto l’Istituto d’Arte a Caltanissetta. Poi, a seguito di mostre nella mia città, ebbi modo di conoscere Tiziano Forni, dell’omonima galleria d’arte di Bologna. Fu lui a mettermi in contatto con il critico d’arte Pier Carlo Santini di Lucca. Fu quindi per merito di quest’ultimo, amante dell’arte, che, nell’88, mi trasferii a Pietrasanta.

Ricordo i tuoi racconti sulle cene al Ristorante Solferino.

Anche lì fu Santini a portarmi. Il Solferino non era solo un ristorante: era un vero e proprio crogiuolo di intelligenze.

Nelle tue sculture ricorrono dei temi. C’era il tempo delle giostre, legate alla tua infanzia, quello dei coccodrilli dopo il tuo viaggio in Egitto, ma quello più iconico è la stele. Da dove ti deriva?

Furono le statue-stele con teste muliebri della Lunigiana, ora al Museo Archeologico di Pontremoli, che mi affascinarono. Inutile dire che me le indicò Pier Carlo Santini.

È divertente che la nostra conversazione venga interrotta da un passante che si complimenta con lui: «L’acqua della sua fontana canta!».

Lo dice con l’entusiasmo che dovrebbero sortire tutte le opere d’arte riuscite, che dovrebbero essere fatte per la gente e non per poche persone.

Pietrasanta è la città del marmo, ma le tue sculture sono in travertino. Perché?

Perché in Sicilia ci sono cave di travertino dalla parte del comisano. Prima usavo una pietra nera della regione petrolifera.

Decidiamo di fare due passi per Pietrasanta. Lasciamo il bar Pietrasantese e c’incamminiamo verso Sant’Agostino. Mi viene naturale una domanda.

Ti piace l’inserimento della lunetta con l’Annunciazione di Mitoraj?

[Un attimo di silenzio, poi…] Sì, sì, molto. Mitoraj: un uomo di una semplicità incredibile.

Sono felice di concordare sull’una e sull’altro.

Continuiamo la nostra conversazione mentre mi accompagna in libreria.

Dopo tutti questi anni in Toscana, ti senti più toscano o siciliano?

Più siciliano: sono siciliano con tutto il cuore.

Hai qualche persona, importante per te, che vuoi ricordare?

Tra quelli che considero amici non posso scordare Giorgio Soavi, il critico d’arte che aveva lavorato per l’Olivetti. Quando scriveva era un vero genio.

Esco dalla libreria dove mi ha accompagnata. Ciulla mi aspetta sulla porta e questa volta è lui a chiedermi di accompagnarlo a casa.

«Prima però» mi dice «passiamo a vedere la mia fontana. Chissà se la gente si ferma a guardarla».

Percorriamo insieme l’ultimo tratto della via di Mezzo. Lo sguardo raggiunge Il guerriero di Botero, ma noi giriamo sulla destra, in piazza Statuto, dove sul fondo il volto dell’enorme Afrodite sembra effettivamente fuoriuscire dalle acque – quasi stesse per respirare – con conchiglie sul capo, la spaccatura dell’orecchio di Dioniso con la rana a bassorilievo: un rimando al passaggio delle rane.

Una vera emozione, un grande dono, forse quello più poetico.

Non l’ironia di Botero, non la bellezza algida del Centauro di Mitoraj dietro il Duomo, ma lo spettacolo che, come la berniniana Barcaccia, amata da un giovane Ciulla, solo una fontana può dare. L’emozione del teatro, il fascino dell’acqua che scorre tra le pietre.

E non è un caso che la gente si fermi, guardi, si lasci cullare dal suo soave gorgogliare. Come in un incantesimo.

Foto di Mariapia Frigerio

In apertura, foto di Mariapia Frigerio©

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