Corso Italia 7

Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Lo specchio deformante della realtà nei racconti di Paolo Codazzi

Fiorentino doc, fondatore della storica rivista Stazione di Posta, con la sua raccolta di racconti Lo storiografo dei disguidi ci fa immergere in un mondo di bellezza che prende forma attraverso la narrazione della quotidianità, da un lessico preciso e da una appassionante cultura. Con una scrittura colta, basata su personali suggestioni, insieme a un uso puntuale e sapiente dell’ironia, che accompagna i lettori in tutti e quindici gli episodi narrati, l’autore ci ha donato un gioiello di rara bellezza

Mariapia Frigerio

Lo specchio deformante della realtà nei racconti di Paolo Codazzi

Di certo quello che colpisce in questo libro è l’originalità.

Mi sono chiesta: perché “originale”? Pensavo mi potesse bastare un unico aspetto per definirla, invece no, gli aspetti sono molti.

Provo a elencarli.

In primo luogo la varietà delle vicende, in cui coesistono una grossa componente di fantasia e invenzione, molto spesso con finali a sorpresa.

Poi lo stile.

I libri oggi sul mercato usano un linguaggio frammentato, sincopato, paratattico, con frasi nominali.

Codazzi crea invece periodi lunghissimi, sinfonici, ricchi di subordinate, con un lessico raffinatissimo ed estremamente preciso, periodi che quasi levano il respiro, in doppio senso: per la fatica nel leggerli e per la bellezza che se ne trae.

Inoltre il fatto che sia un libro di racconti: come si sa, si tratta di un genere letterario non particolarmente amato dalle case editrici; complimenti quindi ad Arkadia Editore.

Infine l’originalità dello stesso autore che non è pressato o semplicemente non si fa pressare da richieste editoriali, lasciando trascorrere del tempo tra un libro e l’altro, un intervallo che varia di alcuni anni, per paura di ripetere l’ultimo libro o di anticipare il successivo.

Tuttavia mi ostinavo a voler trovare un minimo comun denominatore a questa originalità e l’ho trovato nella “bellezza”, perché questi racconti hanno il potere di immergerci in un mondo di bellezza, data dal quotidiano anche apparentemente banale, e di cultura che, come si sa, quando è vera cultura, è sempre appassionante.

Fra l’altro Codazzi è un autore, come lui stesso si definisce, onnivoro.

Si passa così dalla sua cultura storica a quella storico-artistica, a quella della storia “minore” fatta di oggetti comuni che caratterizzano le varie epoche: il “famigerato” collezionismo che l’autore vede invece con grande simpatia, quasi con affetto.

C’è poi la bellezza di un lessico non tronfio, ma preciso (a differenza di quello ripetitivo in uso oggi), che rende giustizia alla nostra lingua con termini – per citarne solo alcuni e aprendo a caso – come «sinopia», «navicella», «nimbo», «ludibrio», «catarsi», «pletora». 

Ma la capacità di non annoiare di questi quindici racconti ci giunge soprattutto dall’uso dell’ironia, tipica dei toscani, dei grandi scrittori o delle persone intelligenti tout court: un’ironia che li percorre tutti, da quelli più lunghi a quelli brevissimi. 

Locandina dell'evento dedicato alla presentazione de "Lo storiografo dei disguidi" presentato da Mariapia Frigerio

Ci sono inoltre degli elementi e degli ambienti che ricorrono e che quasi intrecciano un racconto all’altro: gli studi immobiliari (I segreti dei libri, Nei mattatoi comunali), l’arte (Monumenti in restauro, Estetiche delle urine), i vari tipi di trasporti pubblici (L’ambulanza, I cani, A passo di vedova, Scuola di ballo), i quotidiani (E improvvisamente volò il giornale, Nei mattatoi comunali); e gli eserghi di Thomas Bernhard e Carl Gustav Jung che rimandano a malattie mentali (Lorenzo, Scuola di ballo).

Si nota, in questi racconti, una quasi voluta rinuncia a sequenze dialogate, forse per l’autore più adatte al teatro, ma ugualmente abbiamo la sensazione di sentire il cicaleccio della gente, le cui “chiacchiere”, non sono riportate con discorso diretto.

È una scrittura colta quella di Paolo Codazzi che, con una visione a volo d’uccello e basata soprattutto su personali suggestioni, mi sembra spaziare da Boccaccio a Guicciardini, da Zola a Maupassant, da Poe a Montale, da Pirandello a Savinio.

E si sa che chi è un attento lettore a volte fa suoi i ritmi di narrazioni altrui.

Sarebbe noioso esaminare qui i dettagli di ogni racconto, e si leverebbe parte del plaisir de lire a chi si accinge a leggere, per cui farò solo brevi accenni ad alcuni racconti che mi hanno particolarmente colpita.

Tra questi il primo, I segreti dei libri, su una sorta di “transumanza” da un luogo a un altro, da cui ho estrapolato periodi qual «ai libri comunque si deve rispetto», «un libro non merita forzatamente la lettura», «ogni lettura è una riscrittura». Mi hanno ricordato il Giuseppe Pontiggia di Le parole necessarie, in cui si sostiene che i classici vadano fatti parlare, vadano fatti vivere, vadano addirittura criticati.

La lettura come riscrittura è un po’ sulla stessa lunghezza d’onda.

E l’idea dei libri come una famiglia dove, come in tutte le famiglie, ogni pezzo è unico.

Potrei continuare con Lorenzo (alias Bertino Panerai, indimenticabile personaggio di collezionista di siciliane carte di arance), in cui è illuminante la similitudine sul collezionismo come forma di storia: «Come il mare, quando ritirandosi in risacca abbandona sulla spiaggia delle conchiglie, dei piccoli animali, dei relitti, così le generazioni, quando si estinguono, ci lasciano una miriade di oggetti a testimoniare i presunti progressi della vita pratica: è una forma di storia non inferiore alla Storia, attraverso la conservazione dei manufatti oggi considerati più o meno negletti ma rappresentativi delle epoche, della vita di intere generazioni».

È, come già dicevo, l’occhio dello scrittore che vede nei collezionisti «persone felici».

Con L’insonnia di Garibaldi c’è il tentativo di darci dell’eroe dei due mondi, attraverso la narrazione di un ipotetico erede, un ritratto più umano che non corrisponde a quello dei manuali di storia.

Così abbiamo qui l’uomo dalle moltissime amanti, dai conseguenti molti figli, dal continuo bisogno di denaro. Scopriamo poi il perché dei suoi capelli lunghi e la vicenda del gruppo scultoreo rappresentante l’incontro di Teano che però, stranamente, si trova in piazza a Fiesole…

Ci sono poi il personaggio di una certa Fiorella, locandiera di San Frediano, e la citazione di una scritta vista a Napoli dall’autore: «Qui non ha mai dormito, ripeto, qui non ha mai dormito Giuseppe Garibaldi», perché i racconti di Codazzi partono da una realtà che può sembrare finzione e da finzioni che potrebbero  essere o diventare realtà.  

Colpisce anche L’ambulanza con la sua miriade di personaggi dai nomi omerici che sono al dunque, come ha rivelato l’autore, nomi reali di persone che  si possono incontrare nelle campagne toscane: Enea, Paride, Elena Bardelli, Menelao Ciapetti, Ulisse Coppoli, Priamo Cecconi.

Tutti personaggi che animano stralci di vita paesana.

A passo di vedova (insieme all’ultimo, Scuola di ballo) è quello che più ho amato, con Rachele che perde la memoria, il conflitto tra memoria e oblio, la memoria fondamentale per la storia e l’oblio che la nega.

Oblio che, per altri motivi, era auspicato da Borges, quando viveva nella zona di Palermo: oggi zona di lusso, ma un tempo zona periferica di Buenos Aires che gli apriva gli infiniti spazi argentini…

Per finire con il personaggio di Luigi nello strepitoso Nei mattatoi comunali:

«Luigi si fermò accingendosi a traversare il viale venato da due linee contrapposte di auto […] tutti i semafori erano sincronizzati sulla luce gialla che, specchiandosi sull’asfalto inumidito dalla pioggerella di quel mattino invernale, creava suggestivi riflessi miscelandosi con la nebbia stagnante sui terreni non ancora appesantiti di costruzioni […]. Alla fine con risolutezza penetrò aggressivamente, non senza timore, nella zebra pedonale, quasi del tutto sbiadita, e alcune auto urlarono nervose per l’intruso, ma Luigi raggiunse saltellando l’altra sponda del viale […]».

Una figura al limite del banale, in un luogo banale (la Firenze di Codazzi ondeggia tra la città monumentale e le periferie anonime), che riesce ugualmente, al di là degli accadimenti successivi, ad imprimersi nella mente del lettore.

Paolo Codazzi, fiorentino doc, autore di poesie, romanzi, racconti, fondatore nel 1983, con Franco Manescalchi, della storica rivista fiorentina Stazione di Posta e ideatore e presidente del Premio Letterario Chianti, ci ha donato con questo libro un gioiello di rara bellezza.

Paolo Codazzi. Foto di Mariapia Frigerio

In apertura, la copertina del volume Lo storiografo dei disguidi

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