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Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Nell’aura di Don Lisander

Poco a me stesso è un omaggio a Manzoni, un romanzo capace di raccontare l’epoca del grande scrittore. Le vicende si svolgono a Milano, in un dentro, che è Palazzo Beccaria, e in un fuori, il malfamato quartiere di Bottonuto, dove tra il protagonista, il contabile Evaristo Tirinnanzi, e il barone francese Cerclefleury nascerà presto un’intesa. Alessandro Zaccuri, autore del volume e direttore della comunicazione per l’Università Cattolica, grazie alla sua capacità di creare vicende avvolte da una forte atmosfera di suspence, riesce a raggiungere tutti i lettori, anche quello meno esperto

Mariapia Frigerio

Nell’aura di Don Lisander

Nella melassa in cui nuota gran parte dell’odierna editoria è una vera gioia leggere un libro come Poco a me stesso  (Marsilio, 2022) di Alessandro Zaccuri.

L’autore è direttore della comunicazione per l’Università Cattolica, narratore, saggista e collaboratore del quotidiano «Avvenire». 

Questa non è quindi la sua prima opera di narrativa e va ad aggiungersi – solo per citare i titoli più recenti – a Lo spregio (Marsilio, 2016), Nel nome (NNE, 2019), La quercia di Bruegel (Aboca, 2021), ma soprattutto va messa in relazione con Il signor figlio (Mondadori, 2007), romanzo dedicato alla figura di Giacomo Leopardi, per il comune intento di reinventare l’Ottocento italiano.

In Poco a me stesso troviamo l’altro grande del nostro Ottocento, Alessandro Manzoni o, se non lui direttamente, l’atmosfera, gli ambienti, le situazioni, l’aura in cui avrebbe potuto muoversi.

È lo stesso Zaccuri a dire – in occasione della presentazione del suo libro alla lucchese-romana Società dei Lettori – di averne voluto fare quasi un romanzo d’avventura, perché ha sempre amato nel romanzo dell’800 la bellezza di una lingua che può dire tutto col suo gioco incessante di subordinate. 

Per l’autore il romanzo ottocentesco rappresenta, infatti, la forma nella sua perfezione.

Si dichiara poi da sempre appassionato dei Promessi Sposi e del suo autore e incuriosito dalla negatività delle figure dei padri descritte da Manzoni con l’eccezione, per quanto riguarda il romanzo, del sarto. 

Ma neppure i padri in altre opere ne escono bene per Zaccuri. Non «è buono», infatti, Desiderio, padre di Adelchi della tragedia omonima che «per sventatezza», «per ragion di stato, sacrifica» il figlio e la figlia Ermengarda.

Poi c’è il padre naturale di Manzoni, Giovanni Verri, che Zaccuri non esita a definire «un avventuriero».

C’è ancora il fatto curioso che quando muore il padre ufficiale di Manzoni, il conte Pietro, né lui né la madre vadano al funerale, a cui si aggiunge il padre della madre, il nonno Cesare Beccaria, che nell’unica volta che incontrò il nipote gli donò dei cioccolatini.

Chissà se tutto ciò avrà influito sulla balbuzie del Manzoni…

Veniamo ora al romanzo che si svolge a Milano in un dentro, che è Palazzo Beccaria in via Brera, e in un fuori che è il Bottonuto, il malfamato quartiere del vizio.

Tutto ruota intorno al salotto dell’anziana marchesina Giulia, nel cui palazzo vive il protagonista, il contabile Evaristo Tirinnanzi, che ha come allucinazioni di frasi manzoniane e dove arriverà il barone francese di Cerclefleury seguace di Mesmer e del suo ipnotico magnetismo. 

Presto nascerà una sorta d’intesa tra il Tirinnanzi che, come Manzoni, gioca d’azzardo nel ridotto del teatro della Scala e il barone francese per via del comune nemico, il Faggini. 

Il Bottonuto, continua Zaccuri, avrebbe fatto la gioia del Dickens di Oliver Twist. Persino i nomi sono simili: Fagin, l’ebreo dickensiano, non si allontana dal Faggini, il bulletto locale di Poco a me stesso.

Ci sono, in questo romanzo, gli amori dell’autore: l’amore per la città in cui vive da molti anni e che conosce con maniacale precisione tanto da prendere quasi per mano il lettore per accompagnarlo tra le sue strade, i suoi palazzi, le sue chiese.

Come scordarsi di San Fedele? San Fedele e il barocco, San Fedele parrocchia di Manzoni che, dopo la Chiesa del Gesù di Roma, è la più importante chiesa gesuita. L’autore ce ne fa fare una vera e propria visita guidata, come un grande esperto quale avrebbe potuto essere, ad esempio, il professor Gian Alberto Dell’Acqua.

Poi l’amore per la musicale lingua della città, che per Zaccuri è più vicina del torinese al francese.

Mai abbastanza ribadito l’amore per lo stesso Manzoni di cui tornano i nomi del romanzo (Menico, Agnese), la sua ironia, e – quasi per un divertissement – la riproduzione del suo scrivere, con “ritagli” ricomposti presi dal romanzo: «La più giovane, invece, era fresca e conservava la modestia un po’ guerriera delle contadine […]».

Il romanzo di Alessandro Zaccuri presentato da Margherita Loy - Foto di Mariapia Frigerio

Zaccuri è un autore di vasta cultura che riesce ugualmente a raggiungere anche il lettore meno esperto tenendolo avvinghiato al testo tramite la suspence della vicenda narrata.

Un libro che è un omaggio a Manzoni che ci traduce il manoscritto secentesco con un testo che, nella lingua di Manzoni ricreata alla perfezione, ci racconta l’epoca del grande autore.

Duecento anni tra Manzoni e il suo manoscritto, duecento anni tra Zaccuri e il “suo” Manzoni.

Duecento anni di inalterata passione letteraria.

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