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Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Quando tre giganti si incontrano

Moby Dick alla prova di Orson Welles è un tuffo negli anni d’oro del teatro, quelli che hanno segnato la scena negli anni ’70 e ’80. Elio De Capitani, attore e regista dello spettacolo, vede l’opera estremamente attuale: «questo testo parla di noi, oggi», dell’odio, e di tutti quei sentimenti che generano i nostri “mostri” peggiori. Il Teatro Carignano ha così ospitato attori capaci di interpretare più ruoli, riuscendo a coinvolgere e appassionare il folto pubblico torinese

Mariapia Frigerio

Quando tre giganti si incontrano

È un tuffo negli anni d’oro del teatro, di quel teatro che, tra gli anni ’70 e ’80, ha rivoluzionato il modo di mettere in scena, di leggere e di scegliere i testi, questo Moby Dick alla prova di Orson Welles sul palcoscenico del teatro Carignano fino al 20 febbraio.

Una nuova produzione che nasce dalla collaborazione tra il milanese Teatro dell’Elfo e il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e ha alla guida Elio De Capitani, attore e regista, che lega il suo nome a spettacoli di forte impatto emozionale come l’indimenticabile Nemico di classe del 1983 di cui fu regista e interprete – nonché traduttore del testo di Nigel Williams insieme a Elisabeth Boeke – con gli esordienti Paolo Rossi, Claudio Bisio, Antonio Catania.

De Capitani, foto di Marcella Foccardi

Ora De Capitani affronta il testo di Orson Welles del 1955 che, va chiarito, non vuole essere una semplice riduzione per il teatro del romanzo di Melville, ma qualcosa di più e di diverso.

L’idea geniale di Welles è quella di intrecciare i due testi che una compagnia ha in programma, ovvero il Re Lear, che ogni sera gli attori recitano davanti a un pubblico, e le prove di Moby Dick, che gli attori provano nel pomeriggio, in un teatro vuoto.

Una sorta, quindi, di “teatro nel teatro”, di metateatro.

Uno spettacolo che il grande regista americano, mise in scena a Londra al Duke of York’s Theatre nello stesso 1955, che fu un successo e, per usare le sue parole, «l’ultima pura gioia che il teatro mi abbia dato».

Welles interpretava ben tre personaggi: l’impresario della compagnia, Achab e padre Mapple che aveva impersonato anche nel film di John Huston che sarebbe stato distribuito nel successivo 1956.

Welles come Padre Mapple nel Moby Dick di John Huston

E pure gli altri attori ricoprivano più ruoli, come ad esempio Joan Plowright che era sia la giovane attrice sia Pip.

Se questo testo è però diverso da una semplice riduzione teatrale dell’opera melvilliana è soprattutto per tre punti.

Innanzitutto per il confronto tra il Re Lear di Shakespeare e l’Achab di Melville, due personaggi difficilissimi da portare in scena che, per usare le parole di Welles, «non si possono recitare», ma sono tuttavia accomunati dalla loro eccezionale grandezza.

Poi per il desiderio di ritrovare la forza della parola, eliminando qualsiasi componente visiva offerta dalla scenografia.

Infine per l’insegnamento di Bertolt Brecht, perché lo spettatore non si adagi nell’esclusivo piacere di seguire gli attori.

Così, interpretando egli stesso tre personaggi, senza nessun travestimento e affidando più parti agli altri attori, annulla l’identificazione col personaggio e, con lo straniamento, ottiene che in scena si reciti e in platea si giudichi.

Welles parte da Shakespeare, dal suo Re Lear che considera l’opera shakespeariana più presente nel romanzo di Melville, perché la metafora è la stessa: la tempesta di Lear e i mari agitati che deve affrontare il Pequod rappresentano entrambi i tumulti interiori dei due “giganti” Lear e Achab. Ma oltre alla metafora c’è un altro gioco di coincidenze tra le due opere, quasi un chiasmo: re Lear e il Fool, Achab e Pitt.

L’opera di Welles non poteva prescindere dalla sintesi del romanzo, quindi il regista lo “taglia” per il suo testo, ma ne lascia gli episodi fondamentali come il giuramento per la caccia alla balena bianca, la caduta in mare di Pip, l’incontro con la baleniera Rachele, lo scontro tra il Pequod e Moby Dick.

C’è in Welles qualcosa di grandioso come c’è in Lear e in Achab ed è nella sua “follia” di scrivere un testo che in scena non mostri né balene né navi.

E sarà proprio il personaggio dell’impresario a dire al pubblico: «Rimediate coi vostri pensieri alle nostre imperfezioni: pensate, quando parliamo di baleniere, balene e oceani, che li state vedendo, perché saranno i vostri pensieri adesso a dover adornare il nostro palcoscenico…».

Elio De Capitani, regista e attore, in questo spettacolo sostiene che «questo testo parla di noi, oggi», dell’odio e della tracotanza che generano i “mostri” peggiori e ci trascinano al naufragio e che questo Moby Dick wellesiano è uno Shakespeare del nuovo mondo.

Elio De Capitani fotografato da Marcella Foccardi

Così, in una scena suggestiva, con pochissimi oggetti – tra cui scale e tavoli in metallo con ruote e un trono-sedia da barbiere –, è Ishmael il narratore della vicenda, colui che presenta i personaggi e che testimonia il trascorrere del tempo, ma è anche l’attor giovane.

Attor giovane-Ishmael, foto di Marcella Foccardi

Una doppia parte in cui dà gran prova Angelo Di Genio.

Elio De Capitani continua a mantenere lo “straniamento” voluto da Welles interpretando ben quattro ruoli. È il capocomico-impresario, Lear, Achab e Padre Mapple ed è, dopo Shakespeare, Melville, Welles, il quarto gigante: un gigante della scena.

Giulia Viana è ottima nelle parti dell’attrice giovane, di Cordelia e di Pip. Ed è quasi impossibile non ricordare il Re Lear di Giorgio Strehler del 1973, in cui il regista triestino affidava ad un’unica attrice, Ottavia Piccolo, il doppio ruolo di Cordelia e del Fool.

Anche gli altri attori, tutti interpreti di più personaggi, sono indiscutibilmente bravi.

Palcoscenico Carignano, foto di Mariapia Frigerio

È già stato detto che la scena è più che altro uno spazio mentale.

E in nome di quel luogo magico che è il teatro, il pubblico vede senza vedere il getto d’argento del capodoglio bianco quando compare e scompare.

Ma De Capitani lo vuole vedere davvero il capodoglio e questo compare alla fine, con un trucco teatrale antico, fatto di teli bianchi gonfiati di aria, per la sfida finale.

Uno spettacolo di due ore che è riuscito a coinvolgere, appassionare e rendere partecipe il pubblico torinese che ha risposto con applausi scroscianti al lavoro degli attori.

Ma l’emozione è salita alle stelle, quando Elio De Capitani, dopo aver narrato le vicissitudini e le traversie di questo spettacolo bloccato dal Covid, ha ringraziato il pubblico che ha definito «l’altra metà del cielo», perché il teatro lo si fa insieme, non basta l’attore, serve il pubblico.

E per non deludere questo pubblico ha assicurato che da mesi la compagnia fa una vita monacale per non essere costretta a interrompere le rappresentazioni.

Se De Capitani ha sentito l’esigenza di ringraziare il pubblico, il pubblico – tramite chi scrive – sente l’esigenza di ringraziare lui per averci riportato ad anni meravigliosi, ad anni in cui il teatro era corale ed era anche poesia.

Teatro Carignano, foto di Mariapia Frigerio

In apertura, foto di Marcella Foccardi per Moby Dick alla prova

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