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Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Una tragedia moderna

Una stanza centrale ricoperta da spesso domopak, e corridoi labirintici che la circondano, accolgono Ghiaccio, di Bryony Lavery, in questa bella e angosciante scenografia. Dotati di una sapiente giovinezza, i tre protagonisti danno voce e vita allo spettacolo con una sequenza di monologhi intervallati da dialoghi, e il pubblico del Teatro Gobetti di Torino ne è entusiasta: ascolta in religioso silenzio e ringrazia gli attori con un applauso necessario, dovuto

Mariapia Frigerio

Una tragedia moderna

Più volte rappresentato a Londra e a New York, il pluripremiato Frozen è ora approdato in Italia col titolo Ghiaccio, prodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, in prima nazionale al Teatro Gobetti di Torino.

Bryony Lavery, autrice britannica, ambienta la vicenda di un serial killer pedofilo nell’Inghilterra dei giorni nostri. 

In un’intervista del 2002, la Lavery chiarisce che, nonostante la ricca documentazione tratta dalla cronaca di casi simili, il suo lavoro non ha alcun fine scientifico, ma letterario e prosegue dicendo di aver voluto scrivere un testo sul bene e non sul male, perché il dolore si supera con amore e intelligenza. 

Un testo sul coraggio della gente normale.

Di questo ha sicuramente tenuto conto Filippo Dini nella sua regia oltre che nella sua interpretazione.

Il pubblico entrando in sala vede sul palcoscenico una scena plastificata. 

Scena. Foto di Mariapia Frigerio

La stanza centrale che è – a seconda dei casi – il luogo del delitto o la cella dell’assassino è come ricoperta da spesso domopak, così pure i corridoi labirintici che la circondano, da uno dei quali sporge un albero secco che, bucando la plastica, entra nella cella. 

Il tormento di questo spettacolo parte proprio da qui, dalla bella e angosciante scenografia di Maria Spazzi che rimanda all’idea di sofferenza delle plastiche bruciate di Burri.

E in tutta questa plastica grigia, spicca un impermeabilino con cappuccio rosso: una nota di colore e una chiara metafora. Lì, solitario, appeso senza vita a una struttura portante… 

Tre sono i personaggi di Ghiaccio e ognuno di loro si presenta al pubblico con un monologo: Ralph, il pedofilo serial-killer, Nancy, la madre di Rhona, la ragazzina uccisa, Agnetha, la psichiatra newyorkese che andrà in Inghilterra per esaminare Ralph.

I tre protagonisti. Foto di Luigi De Palma

Sono una sorta di autopresentazioni. 

La prima a presentarsi è la psichiatra.

La vediamo sul proscenio con la valigia, pronta per il viaggio in cui intende analizzare la mente del criminale.

Il viaggio in aereo la spaventa, prende delle gocce, ha una sorta di attacco di panico. 

Vomita.

Durante il volo scrive alla moglie del suo caro amico, nonché collega, morto.

Invia però la mail all’amico…

Poi è la volta di Nancy che ha la spensieratezza tipica di chi ancora non sa e si chiede come mai la figlia minore non faccia ritorno a casa. 

Ci parla delle cesoie che doveva portare alla nonna: una “moderna” cappuccetto rosso senza panierino né burro, ma con un’arnese-arma.

Infine è il turno di Ralph di cui è splendida la mimica delle mani (come non pensare a quelle del piccolo Antoine Doinel di Truffaut nella scena di I 400 colpi, quando risponde alle domande insistenti della psicologa?). 

È un uomo che balbetta mentre ci racconta che vede Rhona, la vuole, la porta sul furgone. Vuole passare un po’ di tempo con lei… 

Eufemismo o disperata solitudine?

I tre personaggi sono all’inizio congelati nelle loro opinioni e nel loro isolamento.

Poi si dovranno rapportare l’uno con l’altro: sarà necessario per arrivare a una soluzione.

Così i monologhi verranno intervallati da dialoghi: quelli tra la psichiatra e Ralph, tra la madre e la psichiatra, tra la madre e Ralph.

Uno spettacolo in cui i meandri della mente umana vengono indagati e, per certi versi, sviscerati.

E questo vale non solo per l’assassino, ma anche per le due donne e per i personaggi evocati senza comparire in scena.

È il caso di Ingrid, la sorella maggiore di Rhona, verso cui la madre Nancy prova risentimento perché sopravvissuta.

Nonostante sia divenuta bersaglio della madre, Ingrid riuscirà, dopo essersene andata da casa, a spedire bandierine di preghiere tibetane.

Un gesto di speranza a cui aggiungerà la sua preghiera alla madre: quella che lei vada in carcere a trovare e a perdonare Ralph, come succede in America dove le vittime incontrano i propri carnefici. 

Su questo palcoscenico tutti i personaggi cambieranno le loro opinioni, le loro mentalità. 

In Ralph, che non sapeva cos’era il rimorso, non cambierà la testa, ma il cuore.

E il rimorso, che finalmente proverà, diventerà un vero e proprio dolore fisico.

Uno spettacolo forte, quello di Filippo Dini, una tragedia moderna (non a caso il genere preferito dalla Lavery), vicino, seppur diverso, alla bellissima tragedia familiare Niente più niente al mondo di Massimo Carlotto, prodotto dal Teatro Franco Parenti.

Alla fine le due bravissime Mariangela Granelli (la madre Nancy) e Lucia Mascino (la psichiatra Agnetha) pavesano tutto il Gobetti di bandierine tibetane, mentre sul palco...

Lucia Mascino. Foto di Luigi De Palma

Il pubblico, rimasto muto per un’ora e quarantacinque minuti consecutivi, in “religioso” silenzio, è esploso in applausi catartici per i tre eccezionali attori.

Non c’è che da rallegrarsi (tragedia a parte) quando si ha l’opportunità di assistere a spettacoli in cui la modernità del testo va di pari passo con la sapiente giovinezza degli attori.

Applausi. Foto di Mariapia Frigerio

In apertura, Dini - Ralph. Foto di Luigi De Palma

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