Codice Oleario

Scuole di assaggio, di tutto di più

Corsi e corsetti in giro per l’Italia. C’è chi si presenta con l’appellativo di “accademia”, magari riportando il nome in inglese perché fa più chic. Il mondo della formazione e degli esperti assaggiatori di oli da olive rappresentano uno scenario davvero multiforme

Nicola Caporaso

Scuole di assaggio, di tutto di più

Il mondo dell’olio di oliva è un mondo affascinante. E molto ricco di unicità e fantasia: non esiste, infatti, altro alimento al mondo che per essere venduto ha bisogno di essere assaggiato. Un po’ come gli assaggiatori delle corti imperiali, a cominciare dalla dinastia Shang. Scherzi a parte, ciò che viene percepito dai non addetti ai lavori come qualcosa di banale, ludico e addirittura uno spreco di tempo e di risorse, in realtà è spesso l’unico modo che gli organi ufficiali di controllo hanno per poter valutare se un olio extra vergine o vergine è davvero tale o dovrebbe appartenere ad una categoria merceologica inferiore.

Lo scenario burocratico nazionale e internazionale ha subito cambiamenti durante gli ultimi anni, in cui si è andato sempre più definendo e consolidando un metodo per l’analisi sensoriale di questo prodotto. L’organismo più importante del settore è il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI), che rappresenta quasi tutti i paesi produttori di olio di oliva. Data la sua autorevolezza, molte associazioni, società, manifestazioni varie hanno cercato di creare nomi che richiamassero quello del COI. A volta cambiando l’ordine delle parole, altre sostituendole con sinonimi, altre aggiungendo “scuola” o “accademia”, magari in inglese che fa più chic.

A volte creando addirittura un registro proprio, del quale – a differenza di quello ufficiale previsto dalla legge per qualsiasi membro COI – non è chiara l’utilità, la finalità e il valore.
Spesso all’assaggio dell’olio extra vergine di oliva, non si sa se svolto secondo il metodo ufficiale e da persone competenti, si aggiungono assaggi di vari altri prodotti gastronomici, magari della tradizione locale, giusto per allungare il brodo. Il tutto, ovviamente, accompagnato da un bel panorama e location importante, di forte attrazione turistica.

Forse nulla di male, è anche questo un business, e da tale va trattato. Se c’è chi vuole conoscere l’olio e vuole pagare per questo, ben venga! Se ci sono persone che non conoscono il prodotto, e soprattutto dall’estero sono affascinate dall’olio, facciamogli fare una vacanza con assaggi guidati.
Ma, per favore, che non vengano denominati corsi per esperti, corsi specialistici, corsi professionalizzanti. Diamo il giusto nome, in modo da evitare confusione. La stessa confusione (ma potrebbe essere ancora peggio per l’olio) che si vede a volte con il vino, in cui il consumatore non percepisce la differenza fra un agronomo, un enologo, un enotecnico, un sommelier o un appassionato di vino senza alcuna qualifica.

La foto di apertura è di Luigi Caricato

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alessandro seu

alessandro seu

03 gennaio 2016 ore 13:36

La differenza sta nella temperatura dell'acqua usata.
Più è alta la temperatura più viene "raschiato il barile"?
Quanti nutrienti e sapori vengono a mancare con alte temperature?
(vitamine minerali....)
Fate questa prova: un qle di olive trattate con acqua a 28 °,
temperatura ideale per non rovinare il prezioso olio.
e altri qli con acqua a 40° /50° /60° stesse olive e stesso frantoio!
Restando in attesa di un riscontro saluto cordialmente

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