Olio Officina Festival

Alberi e filosofia, stesse radici

L’agricoltura oggi torna a generare comunità e a rinnovare il significato della parola coltivare che in ebraico antico significava servire, servire la natura e la comunità. Ripercorriamo la settima edizione di Olio Officina Festival riprendendo parte dei temi che si sono affrontati, tra i quali spicca l’intervento dello storico dell’agricoltura Alfonso Pascale

Nicola Morabito

Alberi e filosofia, stesse radici

OOF 2018, GIOVEDÌ 1 FEBBRAIO, SALA LEONARDO. IO SONO UN ALBERO – ALBERI E FILOSOFIA HANNO LE STESSE RADICI

Alfonso Pascale è presidente del CeSlam, Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani, e Vicepresidente nazionale della Confederazione Italiana Agricoltori dal 1992 al 2002. Ha promosso nel 2005 l’associazione “Rete Fattorie Sociali” di cui è stato presidente fino al 2011.
Autore di diversi volumi, per OOF International Magazine ha scritto “Cliente o consumatore?” (OOF International Magazine 01, estate 2017, p.10) e per oof Almanacco “Alberi e filosofia hanno le stesse radici” (Oof almanacco p. 29), un racconto ripreso in occasione dell’intervento all’apertura della VII edizione di Olio Officina Festival.

In questa occasione e come storico dell’agricoltura, Pascale con il contributo “Alberi di campagna, alberi di città” ha parlato di cultura ambientale a partire da un suo sogno: attraversando il bosco di Tito, paese lucano suo luogo di origine, e sentendosi stanco, decide di riposare presso una quercia che “non era un tronco, non era un legno. Emanava una calda, intensa corrente di energia.”

Il tronco della quercia, vivo, vibrante, induce al sonno l’autore che al suo risveglio scopre di essere stato adottato dalla quercia, divenendo olivo; del resto le due piante, quercia e olivo, sono intimamente legate in quanto espressione più tipica del patrimonio arboreo italiano. Nel dialogo che inizia tra il vecchio oleastro e la saggia quercia, le due piante alternano posizioni diverse: da una parte l’oleastro disquisisce sul rapporto tra l’uomo e la natura tramite citazioni, teorie, date e numeri; dall’altra la quercia si basa sulla esperienza e supera il valore del particolare proponendo ragionamenti dettati dalla conoscenza dell’assoluto: “Da sempre gli umani hanno tentato, a loro modo, di coltivare il senso di responsabilità nei nostri confronti. Lo fanno ovviamente – ieri come oggi – per sopravvivere essi stessi e le generazioni successive. L’amore per tutto ciò che è vitale e su tutto ciò che circonda le forme di vita è un sentimento innato negli umani.”

Il legame tra l’uomo e l’albero, pensa l’oleastro, è fondamentale allora per curare la pesantezza del vivere umano, ciò che unisce uomo e pianta è la filosofia intesa come un modo di vivere, un’etica. Questa consapevolezza è contemporanea e ha permesso, dopo gli anni ’70, il ritorno a una “nuova” ruralità e a una concezione dell’agricoltura urbana che possa generare comunità e mantenere equilibri. Da qui il nesso che Pascale propone con l’amico Franco Paolinelli, dottore in scienze forestali e paesaggistica, e con l’Associazione Fiori nel Deserto e altre realtà romane che si occupano di riutilizzare il legno degli alberi urbani per realizzare manufatti di pregio.


Gli alberi di città vanno ciclicamente sostituiti e ne derivano tronchi, rami, ceppi di legno che contengono carbonio (custode della memoria dei luoghi in cui l’albero è cresciuto) e che diventano gli ingredienti per la reinvenzione della cultura agricola e rurale locale, per il rilancio di pratiche solidali e delle relazioni tipiche dei contesti rurali tradizionali.

L’agricoltura oggi torna a generare comunità e a rinnovare il significato della parola coltivare che in ebraico antico significava servire, servire la natura e la comunità.
Infine il sogno finisce, il protagonista si risveglia e anche in Sala Leonardo il pubblico esce da questo racconto per entrare nel prossimo.

Le foto sono di Gianfranco Maggio

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